La costruzione sociale del valore – Il Museo dell’innocenza a Istambul

di Sergio Bertolami

Valorizzare il territorio della Macroregione Mediterranea, le sue differenti culture e i beni che la caratterizzano, è l’obiettivo della sezione “Cultura e Turismo” dell’Associazione Europea per il Mediterraneo. “Valorizzare”, ovvero attribuire o accrescere valore. Cercherò, dunque, di focalizzare il discorso su come sia possibile costruire valore. Il tema, non solo è articolato, ma andrebbe considerato sotto differenti ambiti disciplinari. Questo perché, come afferma l’economista Franco Archibugi, «il valore non è una proprietà fissa e inerente delle cose. È piuttosto una proprietà variabile la cui grandezza non dipende solo dalla natura della cosa in sé, ma anche da chi la valuta e dalle circostanze in cui è valutata. Una cosa può avere valori differenti secondo differenti scopi, in differenti momenti, per differenti persone, sotto differenti condizioni (cioè ambiente fisico in cui si trova chi la valuta), insomma secondo differenti circostanze (personali, fisiche, psicologiche, sociali e politiche) del valutatore nel momento in cui valuta».

Per tentare di comprendere meglio il concetto di valore espresso con chiarezza sintetica da Archibugi, utilizzerò come esempio un museo che dal 2012 si può visitare in una importante città del Mediterraneo. La città è Istanbul. Il Museo è situato nel quartiere di Çukurcuma, nella parte europea della città, e si affaccia sul Bosforo. Si tratta del “Museo dell’innocenza”, perché lo scrittore turco Orhan Pamuk lo ha realizzato raccogliendo oggetti che di per sé stessi sono innocenti, ma per lui hanno un potere evocativo tale da rendere tangibili le pagine dell’omonimo romanzo e le memorie che vi sono racchiuse. È, dunque, l’autore che conferisce un valore di testimonianza agli oggetti esposti. Per quale motivo? Lo spiega Pamuk stesso nelle ultime pagine del libro: «Quello che desidero insegnare con il mio museo, e non solo ai turchi ma a tutti i popoli del mondo, è di essere orgogliosi della propria vita. Ho girato parecchio e ho visto una cosa: mentre gli occidentali ne sono orgogliosi, della propria vita intendo, il resto del mondo, perlopiù, se ne vergogna. Però, se le cose di cui ci vergogniamo nelle nostre vite venissero esposte in un museo, diventerebbero qualcosa di cui andare fieri».

Questi oggetti innocenti servono, perciò, a tracciare un percorso di riscatto e di orgoglio, che va dalla vita al racconto, espresso non solo con parole. Orhan Pamuk, insignito nel 2006 del Premio Nobel per la letteratura, afferma orgoglioso: «Ho inventato il romanzo-museo». È, infatti, l’unico caso al mondo di «museo di un romanzo». Un unicum espositivo, perché esistono musei letterari, esistono case di letterati trasformate in museo. Tuttavia, non conosciamo un museo realizzato perché il protagonista di un racconto, Kemal, una notte ha capito che gli oggetti conservati per ricordare il proprio amore perduto dovevano essere uniti da una narrazione, come un catalogo dettagliato dove registrare il passato di ogni singolo pezzo. «Uno scrittore – considera Kemal – avrebbe dunque potuto redigere il catalogo del mio museo scriverlo come fosse un romanzo? Da parte mia io non volevo nemmeno provarci a scrivere un libro del genere. Chi avrebbe potuto farlo per me?». Solo Pamuk, agli occhi di Kemal, conosceva alla perfezione il contesto di questa storia. Una vicenda pirandelliana, senz’altro, che nel caso specifico si materializza nel «museo di un romanzo».

Così, nel 1998, Pamuk compra e ristruttura, nel quartiere vecchio di Cukurcuma, un modesto edificio che fronteggia la strada che porta al consolato italiano. L’acquisto è sottoscritto con un mutuo bancario che lo impegna a consegnare i diritti di Istanbul, un libro ancora deve scrivere. Le prime pagine di questo libro, per la precisione il secondo capitolo intitolato “Le fotografie della casa-museo buia”, riecheggiano Palazzo Pamuk: «Mi intristivano… le credenze sempre chiuse a chiave e piene zeppe di porcellane cinesi, tazzine, servizi d’argento, zuccheriere, tabacchiere, bicchieri di cristallo, contenitori per l’acqua di rose, piatti, incensieri… e io pensavo che tutti questi oggetti che riempivano ogni buco del nostro palazzo fossero esposti non per la vita, bensì per la morte». Anche questi oggetti sono legati al ricordo, ma i salotti borghesi, musealizzati per stupire gli occasionali ospiti in visita, non corrispondono all’idea che ha Pamuk di un luogo che al contrario dovrebbe esprimere felicità.

Per comprendere questa felicità leggiamo l’incipit del romanzo “Museo dell’innocenza”, il primo pubblicato dopo il Nobel: «Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo». Quando questa felicità sfugge, cosa fare? «L’unica cosa che rende questo dolore sopportabile è possedere un oggetto, retaggio di quell’attimo prezioso. Gli oggetti che sopravvivono a quei momenti felici conservano i ricordi, i colori, l’odore e l’impressione di quegli attimi con maggiore fedeltà di quanto facciano le persone che ci procurarono quella felicità».

Fermiamoci a riflettere sul concetto di valore, come l’abbiamo formulato finora. L’oggetto innocente ha assunto un valore strettamente legato al bisogno o al desiderio che è riuscito a soddisfare: più grande è questa capacità, maggiore sarà il valore del bene. Ma se il valore non è una proprietà intrinseca degli oggetti, allora questo valore può rivelarsi mutabile. Pamuk stesso scrive: «Nei musei fatti con passione e ben organizzati, a confortarci non è la vista degli oggetti che amiamo, ma questa eternità di cui facciamo esperienza visitandoli». Il valore è, quindi, una proprietà variabile. La sua grandezza dipende da almeno tre fattori, come ha spiegato Franco Archibugi. Sicuramente, in primis, dalla natura del bene in sé, poi da chi lo valuta e, infine, dalle circostanze in cui è valutato.

Gli oggetti esposti nel “Museo dell’innocenza” potrebbero essere visti come un percorso nella memoria degli anni Settanta della Turchia, un espediente per raccontare la città di Istanbul, il modo di palpitare e di vivere delle persone. Il romanzo esprime le valutazioni del personaggio Kemal, ma sono anche le valutazioni dell’autore Pamuk? Una domanda meramente letteraria è quella di chiedersi quanto i personaggi rispecchino la personalità dell’autore. Ma in questo discorso sono le riflessioni di carattere museografico e museologico a doverci interessare – anche se non potremo farlo tutto questa volta – ovvero il rapporto museo-città oppure i piccoli e i grandi musei. Cominciamo descrivendo questa casa-museo, o meglio questo museo-casa… presto capiremo perché. La farfalla è il logo del museo. S’ispira alla forma dell’orecchino di Füsun che cade nel corso dell’amplesso descritto nel primo capitolo. Idealmente fa da guida ai visitatori nei tre piani espositivi. Pamuk intervistato spiega: «Ho ritenuto di procedere come nel libro e cioè che la mostra degli oggetti dovesse seguire capitolo per capitolo. Il romanzo ne conta 83, e allora il museo avrà 83 contenitori in cui verranno esibiti gli oggetti. Ognuno come un quadro a sé stante».

Romanzo e vetrine del museo narrano la storia d’amore fra Kemal e Füsun. Kemal ha trent’anni, è ricco, opera nell’azienda di famiglia, vive agiatamente in un quartiere eccellente della città, si è fidanzato da poco (e al ricevimento ha partecipato persino lo stesso Pamuk) e sta organizzando le nozze con Sibel, che appartiene al suo stesso ceto sociale e ha studiato alla Sorbona. I due fidanzati hanno visto in una vetrina una bella borsa europea. Il giorno seguente Kemal entra nel negozio per acquistarla. La commessa che lo serve è Füsun, una lontana cugina, bellissima quanto povera, che vive in una casa del vecchio quartiere di Çukurcuma. È un amore travolgente che sconvolgerà ogni programma di matrimonio. Una felicità smisurata che il giovane non sa afferrare, perché Kemal crede di potere portare avanti due relazioni parallelamente e Füsun rifiuta un rapporto come questo.

Un racconto di 532 pagine che si concluderà con la morte di Füsun. Kemal decide di esporre una collezione di oggetti nella casa della donna amata, dove lui è andato a vivere in soffitta con l’intento di allestire il museo nei piani sottostanti. «Capii che dovevo raccogliere in un unico luogo tutto ciò che riguardava Füsun, sia quello che, senza esserne del tutto consapevole, avevo accumulato in nove anni, sia quel che ora trovavo nella sua camera o, addirittura, nel resto della casa. Ma come fare? Trovai risposta a questa domanda solo quando cominciai a viaggiare in giro per il mondo e a visitare i piccoli musei, le collezioni private, le raccolte più eccentriche e particolari di cui fossi a conoscenza».

La collezione ha un valore incommensurabile per Kemal. Il fatto ci fa comprendere che la problematica del valore si sposta dal bene che deve essere valutato alla persona che si trova a valutarlo. Occorre infatti sapere apprezzare il bene, operare scelte, prendere decisioni. Ad esempio, quale bene conservare? Concerne la sfera individuale, come quella affettiva di Kemal; tuttavia, nel caso della esposizione che vuole allestire, la problematica assume risvolti più complessi. Per quale motivo esporre al pubblico beni individuali? Si comprenderà che, in tal caso, il valore del bene dovrà essere connesso con un certo grado di “utilità sociale”. Ad esempio, con il recupero delle aree urbane circostanti, come è avvenuto per molti altri musei. Nello specifico del museo di Pamuk si tratta addirittura di circa 1100 oggetti che non hanno un valore propriamente artistico, bensì costituiscono testimonianze (immaginarie, ma pur sempre prove di vita materiale). Sono state pazientemente accumulate negli anni, tra beni personali e acquisizioni fatte attraverso donazioni o acquisti in negozi di antiquari e mercatini bric-à-brac. Addirittura, sono delle ricostruzioni, come la borsa adocchiata nella vetrina del negozio in cui lavora, da commessa, Füsun. Vari artigiani hanno riprodotto alcuni degli oggetti presenti nel libro: «Oggetti immaginati – spiega Pamuk in una intervista – come il portacenere o le bottigliette. Abbiamo prodotto gli articoli di giornale descritti. Oppure marchi inesistenti, come Meltem o Sat-Sat. O il profumo Spleen. Tutte cose che di solito il lettore non nota, ma che, quando la gente verrà, vedrà davvero. Capita ai lettori di pensare ai personaggi di un romanzo come a persone in carne e ossa».

In questo museo di Istanbul la realtà degli spazi espositivi rende esplicita la dimensione letteraria del romanzo: giocattoli, bambolotti rotti, un cuore spezzato di porcellana, ritagli di giornale, musiche e brani audio, vecchie foto d’epoca e spezzoni di video, orologi, pettini, animali impagliati, bicchieri di the o bicchierini di liquore, tazzine… memorabilia di ogni genere d’interesse esclusivamente privato. Come spiegare, però, l’esigenza di costruire un valore d’interesse pubblico, come un museo? Osserviamo alcune date. Nel 2006 Pamuk riceve il Premio Nobel. Due anni dopo esce il romanzo “Il Museo dell’innocenza”. L’apertura del museo è inizialmente programmata per il 2010, anno in cui Istanbul ricopre il ruolo di Capitale della Cultura europea; ma l’inaugurazione del museo non avverrà prima dell’aprile 2012. Si può comprendere come l’opera di Pamuk abbia permesso di sostenere il valore istituzionale della cultura turca in un momento di massima visibilità mondiale. Una comunità, come l’Unione Europea, spesso, crea eventi istituzionali allo scopo di incentivare una identità condivisa fra i propri membri. Per esprimere la valutazione di un evento, ogni comunità nazionale si basa sulla conoscenza di come i suoi singoli membri valutano quell’evento. Nel contempo occorre determinare come tale evento sia percepito dal resto della comunità internazionale. Emerge, quindi, che la valutazione pubblica è il prodotto dell’aggregazione di una molteplicità di valutazioni interne ed esterne, che costituiscono la percezione sociale del valore. Ecco perché il valore sociale si manifesta in modo differente in ambienti differenti e per comunità differenti. È pressoché un assioma.

Nel sito internet del “Museo dell’innocenza” Pamuk non si limita a illustrare i contenuti dell’opera, ma arriva a proclamare un manifesto moderno per i musei. «Grandi musei nazionali come il Louvre e l’Hermitage hanno preso forma e sono diventati mete turistiche essenziali accanto all’apertura al pubblico di palazzi reali e imperiali. Queste istituzioni, ora simboli nazionali, presentano la storia della nazione-storia, in una parola, come molto più importante delle storie degli individui. Questo è un peccato perché le storie degli individui sono molto più adatte a mostrare le profondità della nostra umanità». I musei nazionali, sostiene ancora Pamuk, dovrebbero essere come dei romanzi, ma non lo sono. Occorrerebbe che si raccontasse non solo “la Storia” ma “le storie”, poiché sappiamo tutti che le storie ordinarie e quotidiane degli individui sono più ricche, più umane e molto più gioiose. «È imperativo che i musei diventino più piccoli, più individualisti e meno costosi… Le risorse dovrebbero anche essere utilizzate per incoraggiare e sostenere le persone nel trasformare le loro piccole case e le loro storie in spazi “di mostra” … Abbiamo bisogno di musei modesti che onorino i quartieri e le strade e le case e i negozi nelle vicinanze, e li trasformino in elementi delle loro mostre».

Per concludere, a noi – che vorremmo provare a leggere in modo differente la cultura del territorio della Macroregione Mediterranea dalle poliedriche sfaccettature – Il percorso avviato da Pamuk è parso adatto a poter chiarire identità e alterità. Abbiamo tante storie da raccontare, ma non ne siamo consapevoli del tutto, esperienze già vissute e tante altre ancora in cui cimentarsi. Sono il nostro vero tesoro al quale dare valore: è costituito dal patrimonio dei padri e dalle industrie culturali e creative dei figli. Pamuk indica una prospettiva d’orizzonte: «Il futuro dei musei è dentro le nostre case».

La presentazione filmata (di cui la relazione pubblicata in questa pagina costituisce il testo), così come la traduzione del video che segue, sono disponibili soltanto per i componenti che operano attivamente all’interno del laboratorio di progettazione “Per una rete dei Piccoli Musei della Macroregione Mediterranea”.

About the author: Sergio Bertolami