Walter Tobagi: “Presi nella frenesia di ogni giorno, rischiamo d’inciampare nella memoria corta”

di Sergio Bertolami

Non ci crederete se vi dico che rammento esattamente quelle immagini trasmesse dal telegiornale quarant’anni fa. La mattina del 28 maggio 1980, il corpo di Walter Tobagi riparato con pietà da un lenzuolo bianco. Riverso a terra, sul ciglio del marciapiede, l’ombrello ancora chiuso poco distante da lui. Non immaginavo, allora, che a quel giornalista assassinato dai terroristi a soli 33 anni, avrei legato una parte della mia vita. Per questo vorrei richiamarmi a qualcosa riguardante più i miei ricordi che Tobagi, giacché del professionista, dell’intellettuale, del sindacalista alla guida dell’Associazione della stampa lombarda, oggi le pagine dei giornali sono piene. Di mestizia, fra sincerità e convenzioni. Vorrei, semplicemente e modestamente, raccontare della dedizione con la quale ho, in qualche modo, contribuito a tenere viva la sua memoria.

Cominciamo dal primo degli episodi che mi si affollano in mente. Un aereo, volando sopra un mare di nuvole bianche, dalla Sicilia mi porta a Milano. Sono atteso, per rapporti di lavoro, da una società di consulenze immobiliari. Tutti in piedi, attorno al grande tavolo delle riunioni; saluti, scambio di convenevoli e brochure. Chi mi presenta accenna: l’architetto è persona impegnata non solo nella progettazione; a Messina ricopre il ruolo di presidente del Centro Culturale Walter Tobagi. I presenti rimangono stupiti, vogliono che spieghi loro come mai dei siciliani, a distanza di oltre un decennio, ricordino un giornalista del Corriere della Sera. Ho illustrato, in pochi tratti, la disciplina e il lavoro tenace di chi, come Walter Tobagi, sapeva mettere in pericolo un ottuso sogno rivoluzionario, demolendo solo con le parole i principi della lotta armata. Il suo era, a mio avviso, il modo di agire che poteva cambiare il mondo: all’interno delle istituzioni, modificando i difetti di un capitalismo dimentico di ogni umanità. Non ho parlato, in quella stanza piena di luce e manager, di Owen, Fourier, Saint-Simon, insomma delle utopie urbanistiche nel XIX secolo che sempre mi sono state a cuore. E non ho parlato neppure di politica. Ho taciuto di Gennaro Acquaviva, che un giorno decise di fondare una rete italiana di Centri Culturali intitolati a Walter Tobagi. S’ispiravano all’opera di quel giornalista, socialista di idee ma senza tessera, riformista, cattolico. Ho incontrato Acquaviva a Palermo, anni dopo. A un convegno politico. Anche lui sbigottì quando, nel corso della pausa caffè, mi presentai. Esisteva ancora in Italia un Centro Tobagi, dopo che uno tsunami aveva azzerato il PSI craxiano? Pranzammo insieme e mi vide come un segno del destino. Pochi giorni prima, a Roma, si era recato da un notaio per rimettere insieme i cocci di quella iniziativa anni-Novanta, fondata su di un programma didattico-culturale che realizzasse scuole di formazione politica. In un’epoca, che sembra appartenere ormai ad un’altra galassia, quella era la risposta socialista alle scuole di formazione politica d’ispirazione cattolica sostenute dalla grande cultura gesuita. Ogni parte politica metteva in campo il meglio di sé. I democristiani, Pintacuda e Sorge. I socialisti schieravano, quali professori di primordine, Giuliano Amato, Salvo Andò, Giorgio Benvenuto e persino un religioso come Gianni Baget Bozzo. L’idea di Gennaro Acquaviva era valorizzare il cattolicesimo sociale aggregandolo al riformismo liberal-socialista. Non era stato proprio lui che, nel 1984, aveva spinto Bettino Craxi al rinnovo della stipula del concordato fra stato italiano e Chiesa cattolica?

I ricordi sono come una matriosca: s’infilano uno nell’altro. Ad Acquaviva non raccontai come mi sono ritrovato tra i fondatori dell’associazione che, in seconda battuta, avrei presieduto. Lo racconto a voi. Peppino Magistro, segretario del PSI a Messina, aveva colto col suo ineguagliabile e disinteressato intuito politico le potenzialità della proposta di Acquaviva. Mise insieme una lista di nomi e incluse anche me. Mi disse: chi meglio del direttore editoriale della rivista dell’Ordine degli Architetti di Messina può far parte di una associazione esterna al partito, impegnata nella cultura e nella politica, in grado di assumere posizioni autonome e autorevoli? Mi trovai così nell’elegante studio di un notaio, fra persone a me del tutto sconosciute o di cui avevo solo letto sulle cronache della Gazzetta del Sud. Magistro aveva pensato bene di riunire le diverse anime della cultura progressista cittadina del tempo, giovani e meno giovani, professionisti impegnati. Persone che non parlavano seduti al bar dello sport, ma che la partita la giocavano in campo. Con un denominatore comune: essere fuori dal coro. «Alcuni nascono grandi», dice un personaggio di Shakespeare, «alcuni lo diventano, altri sono sorpresi dalla grandezza che è loro gettata sulle spalle». La grandezza era quella di Walter Tobagi, non certo la nostra che sottoscrivendo finalità e statuto assumevamo coscientemente un impegno. L’impegno era quello di sostenere azioni forti, esprimere e fare esprimere un pensiero pluralista, non ideologico, non condizionato e neppure condizionabile dai partiti. Me lo ha ripetuto fino alla fine il mio amico Magistro, lui così vicino a Nicola Capria che gli aveva chiesto di affiancarlo dopo avere lasciato le Acli di cui era stato presidente. Lui, Magistro, che sapeva coniugare quel cattolicesimo sociale e quel riformismo socialista ora rappresentati dal nascente Centro Tobagi. Nel metterci la firma mi chiedevo cosa avrei trovato in quel gruppo, che si richiamava agli ideali di Walter Tobagi.

Rispondo: vi ho trovato mille occasioni per rafforzare ciò in cui già credevo: che non c’è libertà nella povertà, che occorre combattere l’appiattimento sociale, lo sconforto che ti porta all’accettazione passiva delle idee ricorrenti del momento, che occorre concentrarsi su di una professione colta e lungimirante, sulle nuove tecnologie senza mai dimenticare i maestri del passato. Dalla sera in cui a Messina fondammo il Centro Culturale, ho cominciato a leggere quanto aveva scritto Tobagi e quanto su di lui è scritto. Tenere vive le memorie, questo è il nostro compito di uomini, ne sono convinto. Fare da cerniera tra passato e futuro. Per questo, se oggi mi imbatto in certe discussioni prive di sostanza, in cui si sbaglia in modo marchiano, preferisco ricordare a tutti di migliorare la capacità di ascolto. Come quando si parla di un elettorato popolare che sembra a molti sfuggire di mano. L’aveva, eccome, la capacità d’ascolto, Walter Tobagi. Giudicate voi: «C’è un vizio facile di trattare il “popolino”. La verità è che le sottili distinzioni ideologiche valgono in altri contesti sociali. Qui conta il richiamo di Bertolt Brecht: “Voi che volete insegnarci a vivere, ricordate che prima viene la bistecca e poi la morale”. E il voto è niente più che uno strumento, il mezzo di cui la povera gente si serve per dare corpo alle proprie speranze o per punire le promesse deluse». Non basta? Sentite: «Il segreto della nuova politica, meno ideologia e più concretezza, potrebbe essere questo: non promettere la luna, ma preoccuparsi dei bisogni della gente». E se qualcuno non lo ha capito ancora, non c’è proprio rimedio.

IMMAGINE DI APERTURA – Foto di BRRT da Pixabay

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