Le mosche cocchiere, che come capitan di vaglia spingono i soldati alla battaglia

di Sergio Bertolami

Leggi tranquillo, non sto parlando di te. Questo è lo slogan che dovrei adoperare dopo avere scritto un pezzo su Experiences o un post su Facebook o WhatsApp. Non ti agitare, rilassati. Soprattutto impara a sorridere. Anni fa, per fare un esempio, scrissi che ognuno di noi ha come un angelo custode che si chiama fortuna. All’epoca, la mia fortuna era sonnacchiosa e pigra, mentre gli altri potevano contare su fortune sveglie, attive, scattanti. Un collega di lavoro all’improvviso mise il broncio, credendo che parlassi di lui. Questo soltanto per aver letto che avevo ripreso la personificazione della fortuna da un racconto della tradizione popolare calabrese e lui era proprio calabrese. Mi venne facile, allora, appianare l’equivoco; ma oggi con centinaia di lettori che si offendono, che si pungono e ti pungono, come fare? Capita con le zanzare. Non di zanzare, però, vorrei parlarvi, ma di mosche. Colgo, dunque, un gustoso episodio raccontato su WhatsApp dal mio amico prof. Cosimo Inferrera.

«Quel luglio 1943 fu assai difficile. Avevo poco più di cinque anni. Gli alleati sbarcando a Giardini spararono cannonate sulle colline dietro Calatabiano, dove durante l’emergenza dello sbarco ci eravamo rifugiati. Ci fu molta incertezza su ciò che avremmo potuto subire… Rotto il fronte a Gela, parte degli italiani smisero la divisa e si imboscarono. I tedeschi, da soli indietreggiando commisero atrocità e fucilazioni. Tutti ben noti, purtroppo. Nessuno poteva immaginare cosa avrebbero combinato gli anglo-americani, entrando. In effetti non fecero violenze… tranne qualche ceffone a chi faceva contrabbando. Fu a questo punto che si presentò sulla scena, un uomo di mezza età, aitante, ricco di favella e manieroso, accampando amicizie e benevolenza presso l’Amcot. Tale “Settitrummi” (Sette trombe) si chiamava, di nome o soprannome (non so) e si dette molto da fare per tranquillizzare la nostra famiglia. I miei vecchi, il nonno Cosimo paziente come il ragno e lo zio Corradino fervente socialista, Commissario al Comune di Calatabiano nei mesi critici del dopo guerra, lo inquadrarono subito: “Nenti, na musca cucchiera!”, cioè un bluff. Questo lo capii dopo. La mosca, dissero, si intrufola ovunque. Certe volte si poggia sul crine di un possente cavallo e volgendosi indietro dà a vedere e si illude di governare “u gnuri”. Il cocchiere e la carrozza su cui viaggiano signore e personaggi importanti… A un certo punto però arriva il colpo di frusta che fa svanire l’illusione… E la mosca ritorna mosca».

Vi siete mai soffermati a pensare quando avete imparato un’espressione e quando avete maturato il suo significato? Avete mai incontrato delle “mosche cocchiere”? Avete mai domandato loro: con quale pretesa potete arrogarvi il diritto di dire a qualcuno cosa debba o non debba fare, senza avere alcuna forza o potere di negoziazione? E questo vale, ancor di più, quando ci rivolgiamo alle Istituzioni.

Fabula merito deridet eum qui sine imperio vanas exercet minas, la favola deride a ragione, colui che senza averne il potere pronuncia vane minacce. Da questa massima latina scopriamo, quindi, che già nella Roma dei suoi tempi (cioè nella prima metà del 1° secolo d.C.) Fedro spronava a rendersi conto che prima di parlare occorre accertarsi di contare davvero qualcosa, anziché superbamente presumerlo. Questo concetto – oggi valido più che mai – risale addirittura a molto tempo prima, dal momento che Fedro si ispirò a una favola di Esòpo, vissuto presumibilmente tra il 7°e 6° secolo a.C.

La favola di Fedro e di Esòpo racconta di una mula che a fatica trainava un carro, quando sul timone venne a posarsi una mosca, che prese a rimbrottarla: «Come sei lenta, perché non ti muovi più in fretta, bada che non ti punzecchi il collo col mio pungiglione». Senza neppure scomporsi la mula rispose: «Delle tue minacce me ne sto infischiando, temo piuttosto, costui che seduto a cassetta mi tiene al giogo a colpi di frusta, e mi frena col il morso alla bocca su cui sto sbavando. Perciò, smettila con questa tua sciocca arroganza. So bene io quando prendermela comoda e quando, invece, mettermi a correre». La Mosca e la mula, questo è il titolo con cui la favola è stata tramandata e ripresa in varie versioni. La più nota è quella narrata da Jean de La Fontaine nelle sue Favole del 1669: Le Coche et la Mouche.

«Per una strada in salita, erta e sabbiosa, esposta da ogni lato al sole, sei robusti cavalli trainavano a stento una Carrozza. I viaggiatori per alleggerirla erano scesi: le signore, un monaco, alcuni anziani. I cavalli sudati e trafelati stavano quasi per cedere… quando una Mosca si avvicinò ai cavalli, fingendo di animarli col suo ronzio, punzecchiando ora l’uno, ora l’altro, e pensando che toccasse a lei spingere quel veicolo grosso e traballante. Si posò sul timone, sul naso del cocchiere. Appena si accorse che la Carrozza, bene o male, si era mossa e che i passeggeri erano in cammino, si prese lei soltanto la gloria e, andando e venendo, si riempiva di boria come un capitan di vaglia (di valore) che incita i soldati alla battaglia. La mosca senza tregua spingeva per fare avanzare la sua gente e affrettare la vittoria. Ma si lamentava che, in questo frangente, a spingere fosse da sola, che a lei sola toccassero tutte le cure, mentre nessuno aiutava i cavalli a uscire dai guai. Non lo faceva il monaco che leggeva il breviario prendendosi il suo tempo! Nel mentre una donna gorgheggiava. Era forse quello il momento di mettersi a cantare? Così Madame Mouche andava, qui e là, a ronzare nelle loro orecchie e faceva mille cose sciocche come questa. Dopo tanto lavoro la Carrozza arrivò in cima alla collina. “Respiriamo finalmente – disse subito la Mosca – Ho fatto tanto per questa brava gente che ora è sul pianoro. Pertanto, signori cavalli, ringraziatemi del mio disturbo”. Così fanno certi faccendoni, che s’intrufolano nei problemi da sembrare sempre necessari. E in ogni cosa risultano sgraditi da dovere essere cacciati».

Jean de La Fontaine non fa giri di parole su tali mosche cocchiere inopportune, smodate, noiose. Ognuno di noi le conosce. Solo loro pensano di poter nascondere facilmente le proprie manie di grandezza. Basterebbe che considerassero semplicemente di non dire ad alta voce ciò che più o meno tutti, nel loro intimo, pensano di sé stessi. Giusto o sbagliato. Solo che la maggior parte di persone, nel timore di eccedere, riesce a non uscire fuori dalle righe. Diceva bene Arthur Schnitzler, che con Sigmund Freud andava a braccetto: «Ciò che ci sembra mania di grandezza non sempre è un disturbo psichico: spesso è soltanto il comodo mascheramento di una persona che dispera di sé».

IMMAGINE DI APERTURA Gravure réalisée par René Gaillard d’après un dessin de Jean-Baptiste Oudry représentant la fable Le coche et la mouche de Jean de La Fontaine (fable 8 du livre VII). Cette gravure est parue dans l’édition complète des fables de La Fontaine, parue en quatre tomes chez l’éditeur Desaint & Saillant, rue saint Jean de Beauvais à Paris, 1755-1759.

 

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