William Hogarth: Marriage à-la-mode / L’uccisione del conte

di Sergio Bertolami

Seguendo le scene rappresentate da Hogarth ci rendiamo subito conto di trovarci nella satira e nella commedia. I ritratti grotteschi appesi ai muri nella prima scena, l’atteggiamento sguaiato degli sposi nella seconda, l’infinità di oggetti incongrui nello studio del ciarlatano, i personaggi stravaganti nella camera da letto di Lady Squanderfield. Lei, nata piccola borghese, imita la levée delle alte corti europee, ora che finalmente si può fregiare del titolo di contessa. Tuttavia, della nobiltà la giovane donna ha preso esclusivamente i vizi, ma non le virtù. Questo continuo contrasto stridente è messo bene in evidenza da Hogarth. L’obiettivo principale era incentrato sulle incisioni, dal momento che servivano ad essere largamente diffuse, accrescendo gli introiti dell’artista. Le comuni opere d’arte pittorica erano di piccolo formato, rispetto a quelle che si trovavano nelle chiese e nei grandi palazzi nobiliari. Lo stesso valeva per le stampe. Tuttavia, l’idea di modificare le dimensioni e puntare sulla serialità rappresentò una delle ragioni del successo di Hogarth. Le sue incisioni sono, infatti, riproduzioni dei quadri pensati, non come opere uniche, ma soggetti creati appositamente per essere trasposti su lastra di rame. Tecnicamente, sarà la maestria dei francesi G. Scotin, B. Baron, S. F. Ravenet, a realizzare il lavoro vero e proprio, ad eccezione dei volti, che Hogarth afferma di aver eseguito lui stesso.

È il caso di questa quinta scena dove lo sfondo, lavorato con delicatezza non comune (circostanza che sarà rimarcata da pochi critici, ma evidenziata dagli artisti) era il lavoro della figlia maggiore del signor Ravenet, che occasionalmente lo aiutava nell’incisione delle sue tavole e che si maritò con Picot, un allievo di suo padre. Quando le due tavole di Ravenet (la scena quarta e quinta) furono finite, Hogarth insistette per ritoccare i volti dei personaggi. Su questa pretesa si incentrarono molte controversie tra l’autore e l’incisore. Pur tuttavia, tale meticolosità ha permesso all’artista di rappresentare con chiarezza e precisione persino le manifestazioni intime più coinvolgenti dei propri protagonisti, basti pensare al volto del nobile morente. In verità, le incisioni di Hogarth contengono una moltitudine di dettagli che devono essere assolutamente compresi, per cogliere il preciso significato dell’opera. Sono chiavi di lettura con cui familiarizzare. Come in letteratura si fa riferimento all’uso di alcune espressioni per qualificare personaggi e relazioni, nelle storie di Hogarth è possibile fare riferimento ai minuscoli dettagli. Una continua sorpresa.

Scena quinta – L’uccisione del conte

(S.B.) La quinta scena di Marriage à-la-mode ha un titolo particolare che va spiegato: Il Bagnio (il nome non è più in francese, ma in italiano). Nella città di Londra, come in altre città europee dell’epoca, esistevano caffè e locande che offrivano un servizio alla moda per i propri clienti: immergersi in un bagno caldo. Poiché la fantasia correva ai bagni turchi, l’insegna esterna avvisava, ad esempio, Turk’s Head Bagnio, come scopriamo dal conto gettato a terra in un angolo dell’appartamento in cui si svolge l’intreccio di questa quinta scena. In altre parole, era possibile affittare una camera ad ore, giusto il tempo per immergersi in un bagno rigeneratore. Venivano portati in camera una vasca in lamiera zincata, brocche di acqua calda, sapone e asciugamani. A conclusione il tutto era poi ritirato e, all’occorrenza, l’ospite poteva trascorre nella stanza anche l’intera notte. Un servizio molto pratico per i viaggiatori, ma che si rivelò ben presto altrettanto favorevole per gli incontri clandestini. L’ambiente era arredato in modo confortevole: un letto a baldacchino e un caminetto col fuoco acceso, come soleva trovarsi nelle stanze da letto dei ricchi. In questa rappresentazione Hogarth, del caminetto, mostra soltanto i bagliori in un gioco di luci e di ombre, perché un fuoco sta bruciando in un angolo. Sull’impiantito si proietta, infatti, l’ombra lunga delle pinze a molla utili per spostare le braci ardenti. Particolari che fanno comprendere che la stagione è l’inverno, quando le mascherate erano comuni.

La scena è anche comunemente chiamata L’uccisione del conte, perché è a questo punto che si compie il dramma scenico. I protagonisti della storia sono stati fino ad ora intenti a seguire ciascuno il proprio piacere, eccedendo la giusta misura. In verità, si sono mostrati incuranti di una nemesi (ossia di una giustizia divina) sempre pronta a intervenire per riportare l’ordine dell’universo. Con questa sottintesa morale Hogarth rappresenta l’azione tragica conseguente ad un duello. Il conte, sempre disattento dal proteggere sua moglie dagli attacchi insidiosi di qualche possibile seduttore, improvvisamente è stato colto dal sospetto che l’onore della sua nobile famiglia sia in pericolo. Messo in guardia dalle infedeltà notturne della moglie – quando lui similmente è stato sempre affaccendato negli stravizi – approfittando di un travestimento, segue la contessa e il suo amante alla mascherata, di cui si parlava nella scena precedente. A una certa ora i due hanno lasciato il salone delle feste per raggiungere furtivamente il “Bagno Testa del Turco“. Informato dal portiere dell’albergo che gli amanti si sono ritirati in una camera da letto, Squanderfield si fa consegnare il passe-partout e irrompe nella stanza al momento cruciale. Irruentemente scosta le cortine del letto a baldacchino e tira via le coperte. Il comodino posto a fianco si rovescia a terra, spargendo ovunque le maschere, le cerbottane di carta per lanciarsi palline l’un l’altro, vari dolci, premi e cotillon. Il conte sorprende sua moglie e l’avvocato Silvertongue nella piena evidenza di un rapporto sessuale. Vestono ambedue la camicia da notte, mentre scarpe e mascheramenti, indossati fino a poche ore prima, sono gettati alla rinfusa su di una sedia e a terra.

Nel corso delle sue movimentate serate goderecce, il conte è uso a sfidare gli avversari a duello, ma questa volta non è per gioco. Sfodera la spada per difendere il proprio onore offeso. È troppo violento per essere cauto! Il suo unico scopo è la vendetta. Il rivale si trova faccia a faccia con il marito indignato ed è costretto a difendersi. Nel combattimento, il nobile, vinto per l’eccitazione, perde la guardia. Forse è abbagliato dal fuoco del caminetto che ha davanti. È in questo momento che riceve la stoccata mortale. La spada gli cade di mano e s’impunta sul tavolato. L’azione convulsa s’interrompe. Alle sue spalle la maschera del traditore giace a terra, con un sorriso beffardo, mentre vicino si ravvisa il fodero vuoto della spada. L’arma sguainata giace, invece, insanguinata ai piedi del conte. È un attimo. Dalla porta irrompe il portiere, che ha chiamato aiuto per sedare quel putiferio in piena notte. Dietro di lui un corpulento poliziotto, armato di bastone. Lo segue qualcun altro, di cui oltre al bastone si scorge bene la lanterna, che solleva sopra le teste, per fare luce. È il guardiano dello stabile, la cui umiltà gli ha insegnato ad essere sempre l’ultimo di un gruppo, ben sapendo che, sebbene la prima linea sia per molti il posto d’onore, è anche quello maggiormente esposto al pericolo. I volti dei tre uomini manifestano sorpresa: si attendevano una scazzottata, non certo un duello mortale all’arma bianca.

La giovane contessa, a piedi scalzi e la cuffietta da notte in testa, totalmente sconvolta, si getta in ginocchio davanti al marito che sta per accasciarsi morente. La moglie sembra chiedere pietosamente perdono. Le sue lacrime, però, non sono affatto conseguenza di un pentimento, quanto di un rimpianto. È ormai troppo viziosa per nutrire una vergogna cosciente e, forse, ingenua. Squanderfield davanti a lei – ma che non si è battuto per lei, bensì per il proprio orgoglio di maschio oltraggiato – agonizzante sta per esalare l’ultimo respiro: colpito al cuore, la camicia sporca di sangue, occhi e bocca contratti dal dolore. Silvertongue, da quel vigliacco che è, del tutto privo di coraggio e onore, si dilegua dalla finestra in camicia da notte, senza neppure recuperare i suoi abiti. È certo che sarà arrestato e accusato di omicidio. Tutto questo, per Hogarth, è un campionario ineffabile di caratteri deviati dai sentieri della vera virtù. Una virtù riprodotta nei soggetti a parete. Sopra la porta è posto un quadro con San Luca, patrono dei pittori, che per trarne uno schizzo sembra osservare la scena drammatica passata sotto i suoi occhi. Sull’arazzo di sfondo è raffigurato il Giudizio di Salomone, pacifico re di Israele, idealizzato per saggezza e sapienza. Si racconta che due donne sostenevano entrambe di essere la madre di uno stesso bambino. Salomone, per metterle alla prova, ordinò di tagliare in due parti il piccolo e darne ad ognuna una metà. La madre vera, conscia delle orribili conseguenze, rinunciò al figlio, supplicando il re di lasciarlo vivo alla rivale. Salomone consegnò il piccolo proprio a lei e cacciò l’altra. È chiara l’allusione a una madre, che anziché preoccuparsi della propria bambina (e quindi della propria famiglia), è interessata solamente al sesso. Non a caso l’arazzo è in parte coperto da uno specchio (che simbolicamente invita a riflettere sulla propria cattiva coscienza) e dal ritratto di una donna procace, che mettendo in mostra un’ampia scollatura tiene in una mano uno scoiattolo, mentre una colomba è imbrigliata sul suo capo. Il dipinto allude probabilmente alla prostituta Moll Flanders dal romanzo di Daniel Defoe, pubblicato nel 1722. Il libro, di grande successo, aveva un lungo ed ironico titolo: “Le fortune e sfortune della famosa Moll Flanders, che nacque a Newgate, e durante una vita di continui cambiamenti per una sessantina d’anni dopo l’infanzia, fu per dodici anni prostituta, cinque volte moglie (compresa una volta con suo fratello), dodici anni ladra, otto anni delinquente deportata in Virginia; alla fine divenne ricca, visse onestamente e morì pentita. Trascritto dalle sue memorie”. Hogarth, dal canto suo, non si esime dal sarcasmo, conferendo al ritratto della donna un significato osceno. Mostra la “famigerata femmina” col manico di un ombrello che tiene in mano, esattamente fra le gambe muscolose di un soldato nella scena dell’arazzo sottostante.

IMMAGINE DI APERTURA – Elaborazione grafica dell’incisione di William Hogarth dal dipinto conservato alla National Gallery di Londra

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