Antichi mestieri: il tintore

 

Il mestiere del tintore

Il tintore si occupava di tingere direttamente i filati o le stoffe grezze tessute a completamento della lavorazione. Con l’evoluzione della gamma coloristica, si perfezionò il lavoro. Questo fino alla meccanizzazione del settore tessile. Tuttavia, negli anni ’50 e ’60 del Novecento, le ristrettezze economiche del dopoguerra, portarono le persone a rinnovare i propri abiti con l’uso di tingerli diversamente. Oggi non è più così. Ma, se con l’industrializzazione la produzione di stoffe ormai è un discorso automatizzato, che comprende anche la fase coloristica, la tintura continua ad esistere. È divenuta, infatti, una pratica propria delle lavanderie (e tintorie), che, oltre al lavaggio e la stiratura dei capi, alcune di esse offrono anche il servizio di tintura dei vestiti. Ma non è divenuto per questo, un lavoro semplice, perché è caratterizzato da diverse insidie tecniche, che mettono in pericolo la perfezione dell’operazione. Si conferma, quindi, nel piccolo, l’abilità artigiana dell’ex mestiere di tintore.

Il mestiere del tintore si applicava principalmente, alle fibre tessili, i filati ed i tessuti, in genere. Ma non basta, perché si dava (e si dà) colore anche al cuoio, alle pelli, al legno, ma anche ai capelli, cosa di cui si occupano attualmente i parrucchieri. Tintoria e tessitoria hanno sempre proceduto in coppia nella Storia. Anche oggi, la loro applicazione si lega all’industria dell’abbigliamento, e, quindi, direttamente al campo della moda.

La tintura consiste, in pratica, in un bagno del tessuto, in cui sono stati disciolti dei coloranti. L’evoluzione dei coloranti ha permesso l’ampliamento della gamma dei colori, e quindi indirettamente lo sviluppo dell’abbigliamento, maschile e femminile.

Le origini della tintura

Si fa risalire la coloritura degli indumenti, addirittura, al neolitico, grazie al ritrovamento di rarissimi vestiti dell’epoca, che ne portano il segno, e di pesi da telaio. Inizialmente, i coloranti erano tutti di origine vegetale o animale. Tra i primissimi, quelli estratti dalla robbia, il guado e l’uva. Al tempo degli Egizi si utilizzavano l’henné, il cartamo, lo zafferano e la curcuma e come mordente l’allume. Tutti materiali prodotti localmente. Tra i Babilonesi ed i Caldei, in Mesopotamia, venivano applicati colori alla lana, anche in una fase di filatura. Tutti dal tono molto acceso, quali i rossi ed i gialli. Il nero, presso gli Ebrei, si otteneva dal bitume, recuperato nell’area del mar Morto. I mirtilli davano il colore violetto, mentre altri colori si ottenevano dalle galle di quercia e dai suoi parassiti (il kermes).

Con i Fenici, nel XV secolo a.C., il colorante era estratto dal mollusco dei murex e si otteneva un bellissimo colore porpora. Con la vendita dei tessuti colorati, nacque, la prima pratica commerciale tra le altre popolazioni nel Mediterraneo.

Nel III millennio a.C., in India si utilizzava per il cotone il colore indaco, che risultava anche il più esportato. I colori tessili, in Giappone, erano ottenuti dalle alghe, molto utilizzate nel confezionamento dei Kimono femminili. Contemporaneamente, in Cina, dove era sviluppata la bachicoltura, si colorava la seta attraverso un metodo tenuto, per secoli, segreto dalla corte imperiale, che si arrogava il diritto di produzione e vendita.

Nel Sud America, le popolazioni delle civiltà dei Maya, Aztechi, Toltechi ed Inca, per tingere i propri vestiti, vi applicavano estratti da radici, cortecce e legno, ma anche dalle cocciniglie, che davano un rosso molto acceso ai capi. Quando fu scoperta l’America, le tecniche importate in Europa diedero una grande scossa all’abbigliamento del Vecchio Continente, rivoluzionandolo.

ENCICLOPEDIA TRECCANI: TINTURA:

 

Rappresentazione dell'arte del tintore, antica stampa
Rappresentazione dell’arte del tintore, antica stampa

 

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