Le storielle di Pitrè: Giufà e la berretta rossa

 

Giufà di lavorare non ne voleva a brodo (come dire che non ne voleva sapere) e l’arte di Michelaccio (ovvero di mangiare, bere e non far niente) gli piaceva molto.

Pranzava e poi usciva e andava bighellonando di qua e di là.

Sua madre faceva la bile (per la collera) e sempre gli ripeteva: «Giufà, e questa che maniera è? Non prendi nessuna occasione per fare qualche cosa! Mangi, vivi, e cosè e come riesce si racconta! …Ora io di continuare così non me la sento più: o tu ti vai a buscare il pane o io ti getto in mezzo ad una strada».

Allora Giufà, una volta se ne andò al Cassaro (una popolata strada di Palermo piena di negoziucci e di bancarelle) per andare a vestirsi.

Da un mercante si prese una cosa, da un altro mercante se ne prese un’altra, fin quando non si vestì di tutto punto, perfino di una bella berretta rossa – che a quei tempi tutti i giovanotti portavano il berretto, oggi il più scalcagnato mastro va con il cappello a cilindro o con la bombetta -.

Ma Giufà non le pagò queste cose, perché denari non ne aveva. Diceva: «Mi faccia credito, che uno di questi giorni gliela la vengo a pagare». Così diceva a tutti i mercanti.

Quando si vide bene acconciato, disse: «Ahm! Ora ci siamo, e mia madre non avrа più a che dire che io sono un perdigiorno. Ora per pagare i mercanti come fare?… Ora mi fingerò d’essere morto e vediamo come finisce…».

Si gettò sopra al letto (e cominciò a gridare): «Muoio! Muoio! Son morto!», e si mise le mani in croce e i piedi a palla.

«Figlioli! Figlioli! Che fuoco grande – sua madre si mise a piangere dirottamente strappandosi i capelli -. Come mi capitò ‘sto focu granni (questa sciagura)! Figlio mio!>.

La gente sentendo queste gran voci correva e tutti si facevano compassione di questa povera madre.

Appena si sparse la notizia della morte di Giufà, i mercanti lo andarono a visitare e, come lo vedevano morto, dicevano: «Povero Giufа! Mi doveva dare – mettiamo – sei tarì, ché gli ho venduto un paio di brache … glieli benedico!» E tutti andavano a visitarlo e tutti gli rimettevano (quanto dovevano avere). Così Giufà si levò tutti i debiti.

Quello della berretta rossa, ebbe un non so che di rabbia; disse: «Ma io la berretta non ce la lascio».

Va e gli trova la berretta nuova fiammante in testa; e che fa? La sera, quando i beccamorti si presero Giufà e lo portarono in chiesa per poi seppellirlo, andò loro d’appresso e senza farsi scorgere da nessuno si infilò nella Chiesa.

Dopo un pezzo che era entrato, poteva essere si e no verso mezzanotte, entrarono (in chiesa) poco alla volta dei ladri che s’erano dati appuntamento per spartirsi un sacchettuccio di denari che avevano rubato.

Giufà non si mosse per niente dal catafalco, e quello della berretta si rintanò dietro una porta senza manco fiatare.

I ladri riversarono sopra ad una tavola i denari, tutte monete d’oro e d’argento – che a quei tempi l’argento correva come l’acqua – e ne fecero tanti mucchietti, quanti erano loro. Restò una moneta da dodici tarì e non si sapeva chi l’avrebbe dovuta prendere per primo.

«Ora, per eliminare ogni questione – disse uno di loro – facciamo così: qua c’è un morto, tiriamogliela addosso e chi lo piglia in bocca si piglia i dodici tarì».

«Bella, bella!» Tutti approvarono.

Ecco che si sono preparati per tirare addosso a Giufà, quando Giufà, visto tutto questo, si alzò (di scatto) nel mezzo del catafalco e gettò una gran vociata: «Morti, resuscitate tutti!».

Li vedeste più i ladri?! Mollano tutto in tredici e  “santi piedi, aiutatemi”! Che ancora corrono.

Giufà, appena si vide solo, si sorse e corse verso i mucchietti di denaro. Nel mentre esce quello della berretta, che era stato (fino ad allora) rintanato come un gatto, senza manco fiatare e (anche lui) corre verso la tavola per afferrarsi i quattrini.

Basta: decisero di fare metà per uno e si spartirono questi denari.

Restò (tuttavia) un pezzo da cinque grani.

Si voltò Giufà: «Questo me lo prendo io».

«No quel cinque grani tocca a me».

Rispose quello: «A me i cinque grani».

«Vattene che non ti tocca, il cinque grani è mio!».

Giufà afferrò una spranga e si gettò per scaricargliela in testa, a quello della berretta, dicendo: «Dammi qua i cinque grani! Voglio i cinque grani!».

A questo punto i ladri stavano girando e rigirando (intorno alla Chiesa) per vedere cosa facessero i morti, ché pesante gli pareva di rimetterci tutti quei denari. Vanno per incugnarsi dietro la porta della Chiesa e sentono ‘sto contraddittorio e ‘sto chiasso per i cinque grani.

Dissero: «Minchia! Cinque grani per uno si sono spartiti e i denari manco gli bastarono! Chissà quanti sono i morti che uscirono dal sepolcro». Si misero i tacchi nell’eccetera, e se la presero…

Giufà ebbe i suoi cinque grani, si caricò il suo sacchetto di monete e se ne tornò (soddisfatto) a casa.

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