Una figura rituale dal carattere perenne

 

Babbo Natale esiste o non esiste? “The Lancet Psychiatry” dice la propria idea sulla “aeterna quaestio” con un articolo firmato dagli psicologi Christopher Boyle dell’Università di Exeter nel Regno Unito e Kathy Mc-Kay di quella del New England in Australia. I due non hanno altre turbe psichiche su cui indagare, se non quelle dei bimbi traumatizzati alla scoperta che gli adulti li hanno turlupinati. Né avranno letto il saggio di Claude Lévi-Strauss: “Babbo Natale giustiziato”. Il 24 dicembre 1951 “France-Soir” informava: «Ieri pomeriggio Babbo Natale è stato impiccato all’inferriata del duomo di Digione e arso pubblicamente sul sagrato. La spettacolare esecuzione si è compiuta sotto gli occhi di parecchie centinaia di fanciulli dei patronati. Era stata fissata con il consenso del clero che aveva condannato Babbo Natale quale usurpatore ed eretico». L’accusa era di aver paganizzato il Natale a scapito del presepe. L’antropologo francese comprese che non si trattava di un semplice fatto di cronaca. Scrisse un lungo e documentato saggio, dimostrando che il vecchietto barbuto è una creazione moderna nella quale si mescolano «formule inedite che perpetuano, trasformano o rivitalizzano antiche usanze». Pratiche diffuse in differenti società mai entrate in contatto fra loro, ma che hanno nei riti di passaggio e di iniziazione il punto nodale. Si somigliano in modo sorprendente, perché servono agli adulti per stabilire quanta disciplina ed obbedienza i bambini debbano dimostrare per ottenere un premio. Per cui la tradizione di Babbo Natale «non costituisce un amabile inganno deliberato dagli adulti alle spalle dei bambini; ma è, in larga misura, il risultato di una transazione molto onerosa tra le due generazioni».