Consiglio Europeo: alcune riflessioni

di Giuseppe Valerio
Presidente federazione regionale Aiccre Puglia – Membro Direzione nazionale Aiccre

Giuseppe Valerio

La vicenda dei cinque giorni ininterrotti di riunione dello scorso Consiglio europeo a Bruxelles (forse superato per pochi minuti in durata da quello di Nizza) ha catalizzato l’attenzione dell’intera Europa e non solo politica e giornalistica. L’Unione si sfascia, l’Unione non regge; no: come sempre nei momenti difficili l’Europa non solo tiene ma avanza e fa un altro passo verso l’integrazione politica.
L’argomento che ha più attratto, specie noi italiani, è stato il Recovery Fund, vale a dire quanto in via straordinaria è stato deliberato a sostegno dei Paesi, come l’Italia, che hanno subito di più, finora, le conseguenze della pandemia da Covid-19.
Una prima riflessione.
Nessuno si è ricordato che pochi giorni prima c’era stato un altro avvenimento rivelatosi estremamente importante: l’elezione del nuovo Presidente dell’Eurogruppo, vale a dire dei Paesi che adottano l’euro come moneta comune. Si era diffusa la tesi (sovranista ed antieuropeista) che l’Italia dovesse lasciare l’Unione oramai soggiogata dalla preponderante presenza della Germania. Hai voglia da parte nostra a sostenere, invece, che non era vero poiché in Europa vige la legge che uno vale uno. Bene abbiamo avuto ragione noi, ancora una volta (anche perché è la realtà). Germania, Italia, Francia e Spagna rappresentano la maggioranza – in tutti i sensi – dell’Unione e sostenevano la candidatura della spagnola Nadia Calviño, ma uno vale uno ed una coalizione di piccoli Paesi è stata maggioranza ed ha scelto Il ministro dell’economia irlandese Paschal Donohoe.

Torniamo al Consiglio europeo.
Era chiaro che l’Unione doveva uscire dall’impasse manifestando concreta solidarietà o avrebbero avuto ragione quanti ormai predicavano il ritorno alle Nazioni ed alla sovranità nazionale. E qui un’altra riflessione.
L’Unione – prima CEE e prima ancora Ceca – è stato il disegno funzionale per superare le ataviche e sanguinose divisioni nel vecchio Continente tra Francia e Germania. Ogni volta che le due sono state in disaccordo abbiamo avuto guai, al contrario quando sono state d’accordo. Questo l’ennesimo caso. Merkel e Macron si incontrano e lanciano un piano di aiuti a fondo perduto per superare la situazione Covid-19 per 500 miliardi. La Commissione lo recepisce, anzi lo allarga con altri 250 di prestiti ma lo aggancia al programma che ha portato la von der Layen alla Presidenza e lo sostiene attraverso un mutuo da contrarre sul mercato con i fondi del bilancio europeo 2021-2027. Si verifica per la prima volta una mutualizzazione del debito europeo da distribuire ai paesi membri in misura proporzionale ai bisogni derivanti da criteri prestabiliti. Attenzione. Debito comune futuro agganciato a risorse proprie dell’Unione.

Da qui un’altra conseguenza: per contrarre il mutuo ci sono due strade: un aumento della quota nazionale al bilancio europeo o stabilire tasse europee (sulla plastica, sulle industrie a carbone, sulle transazioni finanziarie, ecc….).
Il Consiglio europeo ha deciso di non aumentare la quota nazionale di bilancio. Il che significa stabilire dal 2021 tasse “europee”. Un altro passo verso ‘integrazione e la federazione’. Da una situazione di crisi viene un avanzamento “politico” dell’Unione. C’è ancora un altro aspetto da sottolineare. Durante il Consiglio si sono confrontate le due tradizionali concezioni: confederale o federale. La prima rappresentata dal Consiglio, la seconda dalla Commissione. Si è deciso che sia la Commissione ad approvare e vigilare sui progetti nazionali che utilizzeranno i fondi stanziati. Ancora un passo avanti verso la federazione. Quindi gli aspetti politici hanno sopravanzato quelli economici. L’Unione come unità di valori e non zona di libero scambio. D’altronde l’uscita della Gran Bretagna aiuta molto in questo senso.
E per noi italiani cosa è accaduto?
Intanto anche qui una lezione per gli euroscettici: il governo italiano, anche per la spinta discreta ma avvertita del Presidente Mattarella e l’aiuto dichiarato di una parte dell’opposizione (Forza Italia parte del Partito Popolare Europeo) ha saputo collegarsi e fare squadra con coloro che maggiormente sono convinti che l’Europa debba integrarsi ancor di più. Non ha gridato o non si è lamentata, ma ha fatto politica costruendo alleanze e proponendo soluzioni avendo a cuore le sorti dell’Unione non la sua distruzione.
La posizione è stata premiata.
In definitiva dal piano del Recovery Fund vengono assegnati a fondo perduto 390 miliardi fino al 2026. Vale a dire ogni italiano riceverà 500 euro nette fino al 2026 mentre ogni residente in Olanda ne verserà 930, ogni tedesco 830 mentre ogni spagnolo riceverà 900 euro e ogni greco 1600, ogni francese ne verserà 400. Senza contare i 360 miliardi di prestiti da rimborsare in 36 anni.
“I governi dovranno preparare piani di ripresa e resilienza specificando il piano di riforme e di investimenti per il 2021/23”. Questi documenti dovranno pervenire a Bruxelles entro il 15 ottobre. Quindi centinaia di pagine di progetti precisi, con costi, tempi, redimenti ed impatto”. I progetti devono essere coerenti con le priorità europee (ambiente e digitale) con le raccomandazioni che la Commissione invia ai Paesi, perché “gli investimenti devono rafforzare il potenziale di crescita e di creazione di posti di lavoro”!
Le riforme devono riguardare il “miglioramento e l’efficienza del sistema giudiziario e il funzionamento della pubblica amministrazione”. Il tutto sotto il controllo della Commissione europea.
Insomma un grande passo in avanti verso il federalismo con un debito comune per distribuire risorse comuni su programmi comuni e con risorse e tasse comuni per finanziare il debito.
In definitiva e secondo le linee europee non soldi a pioggia, per clientele e mance elettorali, ma precisi programmi e progetti in linea con quanto stabilito dalla Commissione con il beneplacito del Parlamento europeo.
L’Unione c’è e si vede. Ora è bene che ci sia l’Italia e si veda.
Nessuno dica che l’Unione ci condiziona e vuole imporci le “riforme”. Queste ci servono e prima le facciamo meglio staremo.

Avete mai seguito un giudizio civile? Anni ed anni di perizie, relazioni, controrelazioni, deduzioni e controdeduzioni ecc…. Da stancarsi e capire i nostri anziani quando suggerivano di stare lontani da tribunali e “giustizia”.
E in sanità? A parte le macroscopiche carenze che tutti abbiamo potuto vedere nei mesi scorsi; non si fanno anche le cose facili. Per esempio, perché cliniche private milanesi oggi offrono servizi di tele-medicina, con costi contenuti, e noi pugliesi col servizio pubblico no? Avete notato che l’emergenza ha svuotato gli studi medici pieni per gran parte per ordinare o ritirare ricette? Oggi si fa tutto telematicamente!
Nella scuola le classi pollaio in strutture fatiscenti ecc…. O la grande distanza tra il Nord ed il Sud d’Italia sulle infrastrutture stradali e ferroviarie?
Insomma occorre agire non per far piacere all’Unione, che ci fa notare diseguaglianze e ritardi, ma per noi stessi ed il nostro benessere. Ora siamo ancor più facilitati dalle disponibilità finanziarie messeci a disposizione dall’Unione europea. Un’ultima riflessione sulla complessa materia della governance europea.

Il Parlamento è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini europei – anche se ancora su liste nazionali –. Da qualche anno il Parlamento ha acquisito sempre più poteri e decide insieme al Consiglio dei Capi di Stato e di Governo su alcune importanti materie, come, per esempio, il bilancio.
Bene, il Parlamento aveva deliberato che il bilancio o, come lo chiamano a Bruxelles, Quadro Finanziario Pluriennale (infatti è basato su sette anni – il prossimo 2021-2027) fosse aumentato dagli attuali circa 1100 miliardi a 1300 miliardi anche per sostenere e finanziare nuovi progetti e i piani per la sanità, la ricerca, la trasformazione ecologica delle industrie ecc…. in una con la soppressione delle riduzioni a favore di alcuni Stati (i cosiddetti rebates) e la condizionalità dei contributi al mantenimento delle prerogative democratiche in ogni Stato membro (vedi, per esempio, Ungheria e Polonia). Di tutto ciò non ci sono molte ed evidenti tracce nell’accordo dei Capi di stato e di Governo.
Il Parlamento ha già fatto sapere, mediante una votazione approvata a larga maggioranza, che non approverà il bilancio (non può entrare nella decisione del Recovery Fund) senza modifiche sostanziali all’accordo. Evidenzio che senza i fondi del bilancio la Commissione non può contrarre il mutuo per i 750 miliardi.
Insomma un po’ complicato per i cecks and balances tipici di ogni sistema democratico ed efficace. Per parte nostra sposiamo l’atteggiamento del Parlamento europeo perché è un altro modo per una maggiore integrazione politica ed il riconoscimento che in Europa per la federazione serve UN POPOLO, UN PARLAMENTO, UN GOVERNO.

Il ruolo dei federalisti.
Quanti si sono da sempre battuti, come l’Aiccre, per gli STATI UNITI D’EUROPA, questa è una situazione favorevole ma dura. Occorre una maggiore e continua presenza “politica” tra gli amministratori locali che sembrano più attratti dalle questioni finanziarie e di bilancio e meno alla costruzione politica dell’Unione.
Avvertiamo un certo allentamento ideale. Come se l’attenzione dovesse essere rivolta solo ai “soldi”, ai finanziamenti. NO, senza la visione politica l’Unione si blocca e di conseguenza anche le “aspirazioni” concrete dei sindaci. Senza la cornice ed il quadro generale, che è sempre politico, anche i progetti e le realizzazioni locali si fermano.
Se non riacquistiamo questa consapevolezza è inutile la presenza di un’associazione come la nostra.
I Serafini lottavano nel CCRE a Bruxelles non per prendere un incarico, una presidenza o un portavoce, ma perché l’Europa crescesse federale ed in quel quadro avanzassero anche i poteri locali. Una lezione ed un’esperienza da continuare e seguire.

IMMAGINE DI APERTURA: La sala delle riunioni del Consiglio europeo nel palazzo Europa di Bruxelles (Fonte Wikipedia)

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