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Parlare di antipasti nella cucina siciliana è
un’impresa difficoltosa, sia per l’origine antica alla quale si fanno
risalire, sia per l’esorbitante numero di queste gustose preparazioni. Oggi
infatti tale definizione include pietanze che possono essere anche servite
come contorni o piatti di mezzo.
L’antipasto nella moderna accezione del termine e nella
sequenza odierna, appare nel 1800 contemporaneamente alla ideazione del
menù, come portata che si serve all’inizio del pasto per stuzzicare
l’appetito.
Antipasto deriva da “ante pastum” dove, secondo
l’etimologia latina, il prefisso ante indica anteriorità. Pellegrino Artusi,
infatti, nella sua ”Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene” li appella
“Principii” anche se nella sua definizione ci fornisce un’alternativa
interessante. Per Artusi infatti gli antipasti sono delle “cosette
appetitose che si imbandiscono per mangiarle o dopo la minestra come si usa
in Toscana o prima come si pratica in altre parti d’Italia”. Quindi l’idea
moderna che queste cose appetitose siano sempre servite prima del pasto, non
sempre nel passato era seguita.
L’uso di preparare questi piccoli assaggi ha il compito
di predisporre il commensale al rito della tavola e poiché l’antipasto deve
suggerire il carattere dell’intero pranzo deve essere un “piatto forte e
vigoroso”, ovvero un pasto in miniatura. In tal senso l’antipasto, come
preludio di sontuosi pranzi o banchetti, è prerogativa di una cucina
aristocratica, baronale, ricca e non certo popolare.
E’ presente nella gastronomia dell’isola da quando, nel
periodo greco, i cuochi siciliani erano rinomati e richiesti in tutta l’area
del Mediterraneo.
Durante il periodo romano i signori, nelle loro
lussuose residenze – come la villa del Casale a Piazza Armerina o del
Tellaro nei pressi di Noto marina – imbandivano cene spettacolari.
Comodamente sdraiati su triclini, in un tripudio di suoni e danze, gustavano
una successione di vivande.
Petronio nel Satiricon designa con il termine
“gustatio” la serie di antipasti proposti durante la cena offerta da
Trimalcione, che si apriva con uno spettacolare ”asinello di bronzo le cui
bisacce erano piene di olive bianche e nere”.
Più tardi in epoca barocca, in Francia e in Spagna,
paesi che hanno notevolmente influenzato la cucina isolana, al termine
antipasto si attribuisce un significato di contrapposizione, cioè fuori
dall’opera (hors-d’oeuvre) o di intermezzo (entremès).
Proprio in posizione intermedia l’antipasto è presente
tra le vivande che compongono il pranzo del Corpus Domini del 1790 nel
Convento dei Benedettini di Catania. Si tratta di una “imbanata di pasta di
Napoli e prosciutto” collocata tra una minestra di cous cous e un arrosto.
Risale invece al giugno del 1711 la descrizione di un
antipasto offerto a Padre Labat, giunto a Messina durante il suo viaggio in
Italia. Invitato alla tavola dei Domenicani di S. Girolamo, durante la
domenica, così descrive le prelibatezze che furono servite: “come antipasto
due cipolle bianche di buone dimensioni con salsa allo zafferano. Ne aprii
una e la trovai piena di un tritato di carne con pinoli, uva di Corinto,
coriandolo e buccia di limone candita”.
Gli antipasti, semplici o complessi, non esistono nella
cucina popolare. Si trovano invece gli apri-appetito, in dialetto “grape u
pitittu” o “sbrogghia pitittu” o “tornagusto”. Si tratta di preparazioni che
oggi, come allora, costituivano la cosiddetta gastronomia da marciapiede e
che è possibile gustare anche nelle rosticcerie: arancini, crocchette,
panelle…
Un elenco interminabile di ingredienti rientra nella
elaborazione di questi piatti appetitosi. In primo luogo le verdure:
zucchine, melanzane, carciofi, peperoni, pomodori. Tante olive: verdi o
nere, lucide, condite (cunzate), fritte, infornate, dolcificate in salamoia,
schiacciate, farcite. Persino piccole “guastedde” venivano servite un tempo
in un noto ristorante palermitano: erano delle pagnottelle morbide, cosparse
di sesamo, spaccate e ripiene con fettine di milza soffritta, frittole,
caciocavallo ragusano e ricotta. Non mancano formaggi freschi o stagionati,
come tuma, pecorino, ricotta; pesci, molluschi, salumi, carni…e persino
alimenti insoliti quali alghe, castagne e lumache.
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