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Giuseppe Mazzini - 
I
FRATELLI BANDIERA
 
Volume 1
Pagine: 58
Versione My book
Formato 15 x 21

Costo My book:
Euro 12,80

 
  2/3  
 
 

 Trovai tutti persuasi che la Giovine Italia era pazzia; pazzia le sette, pazzie il cospirare, pazzie le rivoluzioncine fatte sino a quel giorno, senza capo né coda”. (Massimo d'Azeglio, Degli ultimi casi di Romagna)
La Giovine Italia, come associazione segreta, durò relativamente poco: si va dalla fondazione a Marsiglia del luglio del 1831, al suo scioglimento
il 5 maggio 1848, quando ad opera del suo fondatore, Giuseppe Mazzini, confluì nell’Associazione Nazionale Italiana (sempre fondata dallo stesso). Ebbe vita alterna: dopo le tentate insurrezioni in Savoia del 1833 e 1834, l’associazione sparì per quattro anni, per ricomparire nel 1838 in Inghilterra. Dieci anni dopo, lo scioglimento.
La Giovine Italia nel 1834 presso Berna, si fonde con la Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Francia, per dare vita alla Giovine Europa, tutte creature sempre del Mazzini. E’ evidente la lungimiranza del politico italiano.

Dopo l’arresto dovuto al moti del 1830 in Piemonte, Mazzini, processato come carbonaro, non potendosi provare la sua partecipazione attiva nei fatti, fu posto davanti all’alternativa: o il confino in un paesino del Piemonte o l'esilio. Egli scelse quest’ultimo. Passando per la Svizzera si recò prima a Lione e poi a Marsiglia. Nel 1831 il suo carattere indomito, lo portò alla fondazione di una nuova setta segreta: la Giovine Italia. La nuova associazione aveva come scopo l'unione degli stati italiani in un'unica repubblica governata da un governo centrale, pena la debolezza nei confronti degli altri stati unitari europei. L'obiettivo sarebbe stato raggiunto attraverso un'insurrezione popolare provocata da una serrata guerra per bande. Infatti  Il motto dell'associazione era proprio Dio e popolo. Per raggiungere le masse l’associazione doveva essere “tendente anzitutto a uno scopo di insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno”. Per diffondere il messaggio di indipendenza, unità e repubblica fu anche fondato, nel 1832, il giornale La Giovine Italia.
Unitamente ad altri esuli e con i gruppi di Filippo Buonarroti e con associati al movimento sainsimoiano francese,  Mazzini portò avanti l’analisi delle motivazioni alla base degli insuccessi ottenuti dalla Carboneria. Molte erano le pecche nella preparazione degli eventi, la piccola dimensione dei progetti politici, spesso limitati ad un livello provinciale, scarsi collegamenti con gruppi limitrofi, uomini chiave e principi. A monte, tuttavia, vi erano delle manchevolezze strutturali dell’associazione stessa, come eterogeneità e contraddizioni  dei programmi e per la confusione delle classi sociali che la componevano.  Infine si aggiungeva: “La Giovine Italia è decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l'ora e il carattere dell'insurrezione”. L’attenta analisi delle occasioni passate non fruttò, però, esiti più positivi nelle azioni seguenti della
Giovine Italia.

La successiva insurrezione preparata per il 1833, in città come Chambéry, Torino, Alessandria e Genova, ebbe esito fallimentare.
Alla rivolta preparata con cura nel 1833 aderivano anche componenti dell’esercito sabaudo. La segretezza era d’obbligo. Ma a causa di una baruffa svoltasi fra soldati in Savoia, la polizia piemontese venne a conoscenza dell’azione e con rapida mossa fu effettuata una retata fra i rivoltosi. Personaggi importanti dell’associazione furono catturati, come: i fratelli Giovanni e Jacopo Ruffini, l'avvocato Andrea Vochieri e l'abate torinese Vincenzo Gioberti. Processati da un  tribunale militare, dodici furono le condanne a morte (tra cui il Vochieri), mentre Jacopo Ruffini, per non tradire, si suicidò in carcere. Altri riuscirono a sfuggire.
L’insuccesso non scoraggiò Mazzini che credeva arrivato il momento per la sollevazione popolare. Organizzò, così, il tentativo di invasione dello stato dei Savoia. Essa doveva partire dalla Svizzera, ed a capo della spedizione mise il generale Gerolamo Ramorino, che già aveva partecipato alla sollevazione del 1821. La scelta si rivelò, però, alquanto sbagliata. Il generale si giocò i soldi raccolti per finanziare la spedizione, e cominciò a perdere tempo. Mazzini chiedeva insistentemente l’inizio dell’operazione. Quando il 2 febbraio 1834 alla fine Ramorino passò all’azione, la polizia piemontese, abbondantemente informata, con facilità dissolse i rivoluzionari, arrestandone parecchi. All’insuccesso seguì la beffa: la Svizzera espulse gli organizzatori della spedizione e Mazzini dovette riparare in Inghilterra.
Contemporaneamente a questa operazione, doveva prendere il via una sollevazione a Genova. Organizzatore un certo Giuseppe Garibaldi, che arruolatosi nella marina da guerra sarda, aveva preparato accuratamente la propaganda e le affiliazioni. Il giorno prestabilito, però, Garibaldi recatosi al posto in cui avrebbe dovuto iniziare la rivolta, si trovò, praticamente da solo. Preso atto dell’insuccesso, frettolosamente s’imbarcò su una nave in partenza per il sud America. Nel frattempo fu emanata la sua condanna a morte. Sfuggito miracolosamente, Garibaldi inizierà una nuova vita, sempre al servizio della libertà, proprio in quei lontani paesi, dove nascerà il mito del generale Garibaldi.



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