Al Museo Poldi Pezzoli il Salone dorato ritrova lo spazio perduto

Un arco rimasto nascosto per mezzo secolo, due grandi arazzi fiamminghi nuovamente alle pareti e una stanza che recupera le proporzioni immaginate nell’Ottocento da Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Il restauro del Salone dorato ricompone, attraverso documenti, opere e architettura, un capitolo fondamentale della storia del museo.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>.

Per capire il senso del nuovo Salone dorato del Museo Poldi Pezzoli bisogna guardare verso l’alto. Per circa mezzo secolo una parte decisiva dell’architettura della sala era rimasta nascosta dietro una volta ribassata in cartongesso, realizzata nel 1974 abbassando il soffitto di circa un metro. Oggi il grande arco della serliana è tornato visibile, la stanza ha recuperato le proprie proporzioni e con esse riaffiora un frammento essenziale dell’idea di museo concepita da Gian Giacomo Poldi Pezzoli.

Il recupero costituisce il nuovo capitolo italiano del World Monuments Fund e si inserisce nel programma di valorizzazione degli ambienti e delle collezioni avviato dal museo nel 2023. Il progetto, presentato nel maggio 2026 dopo un anno e mezzo di lavoro, ha intrecciato ricerca d’archivio, restauro e riallestimento con un obiettivo preciso: ricostruire per quanto possibile quella continuità tra opere, arredi e spazio architettonico sulla quale il fondatore aveva costruito, alla fine dell’Ottocento, l’identità della propria dimora.

È proprio questa identità a rendere il Poldi Pezzoli un caso particolare nella storia del collezionismo europeo. Gian Giacomo non si limitava ad acquistare opere secondo criteri di qualità, unicità e prestigio. Pensava ogni stanza come un ambiente unitario, nel quale dipinti, sculture, arredi e arti decorative dialogassero con un’architettura ispirata agli stili del passato. Per realizzare il suo progetto coinvolse alcuni dei migliori artisti e artigiani legati all’Accademia di Brera – scultori, intagliatori, ebanisti, frescanti – coordinati da Giuseppe Bertini, nato nel 1825 e morto nel 1898.

Il Salone dorato era il fulcro di questa concezione. Destinato ai capolavori della collezione del Rinascimento italiano, fu immaginato per accogliere i pezzi più preziosi della raccolta, dai dipinti agli arredi, dagli arazzi alle sculture. Venne ultimato poco dopo la morte di Gian Giacomo, avvenuta nel 1879. Nel 1883 Bertini lo descriveva nella guida del museo ricordandone il soffitto ligneo dorato, dal quale deriva il nome della sala, e le pareti ornate nella parte superiore da affreschi con putti e festoni di fiori e frutti.

Un elemento determinante era la grande finestra a serliana affacciata sul giardino. La struttura, di gusto rinascimentale, era composta da marmi policromi e impreziosita nella parte inferiore da colonne con capitelli in bronzo, mentre la grande arcata a tutto sesto era decorata da rosette. I documenti conservati negli archivi del museo permettono oggi di seguire con sorprendente precisione la realizzazione dell’ambiente attraverso contratti, pagamenti e forniture. I contratti relativi alla serliana risalgono al marzo 1876 e raccontano anche la minuzia con cui Poldi Pezzoli seguiva personalmente il cantiere.

Per scegliere i marmi fece arrivare, con un trasporto speciale della Ferrovia dell’Alta Italia, diversi quintali di campioni: verde di Varallo, Pavonazzo di Siena, marmo statuario di Carrara, marmo del Duomo di Milano, marmo d’Ornavasso e marmo di Portovenere. I campioni dovevano essere esaminati, selezionati e controfirmati sul retro per accettazione. Per verificare il risultato del progetto fu inoltre realizzato un modello in gesso a grandezza naturale sulla base del disegno di Lodovico Pogliaghi, nel quale erano riprodotti cornici, riquadri, intagli e decorazioni del grande arco.

I contratti, redatti dal supervisore del cantiere Giuseppe Speluzzi, erano intestati agli scultori Giovan Battista Boni e Francesco Pellitti, incaricati dell’esecuzione su disegno di Pogliaghi. Anche le decorazioni metalliche raccontano la cultura materiale dell’epoca: per l’arco venne utilizzato il galvanico di Christofle proveniente da Parigi, impiegato anche per le guarniture delle basi delle colonne, per i capitelli e per le rosette, tutte diverse tra loro. Le guarniture delle basi furono rubate negli anni immediatamente successivi ai bombardamenti, prima della ricostruzione. Quel materiale, espressione dell’incontro fra tecnologia, design e arti decorative, restituisce bene la sofisticata cultura progettuale entro la quale nacque il Salone.

Un particolare documentario lega il recupero attuale a una coincidenza cronologica significativa. Il contratto stabiliva che la serliana dovesse essere consegnata entro il 15 settembre 1876, prevedendo in caso di ritardo una multa di 200 lire alla settimana. Il nuovo intervento viene dunque presentato esattamente a centocinquant’anni da quella scadenza.

La storia successiva del Salone è inseparabile dalle vicende drammatiche attraversate da Milano. Nell’agosto 1943 i bombardamenti colpirono gravemente il Museo Poldi Pezzoli, come molti dei principali monumenti cittadini, distruggendo gli allestimenti ottocenteschi delle sale. Seguirono anni di lavori e discussioni sulla ricostruzione, fino alla riapertura del museo il 3 dicembre 1951. Un ruolo centrale ebbe Fernanda Wittgens, alla quale si deve la ricostruzione postbellica.

Nel 1974 si intervenne nuovamente sul Salone dorato. Il soffitto venne abbassato di un metro mediante una struttura in cartongesso sagomata come una volta ribassata. A questa configurazione, rimasta sostanzialmente invariata fino al recente intervento, si aggiunsero nel 2017 due grandi lampadari in carbonio. La trasformazione del 1974 modificò profondamente la percezione dello spazio: la parte superiore della serliana e il grande arco con le decorazioni furono occultati, alterando il linguaggio architettonico originario della sala.

Le conseguenze interessarono anche le opere. La grande specchiera settecentesca in legno e vetro di Murano risultò penalizzata in altezza dalla curvatura della nuova volta. I due arazzi di Françoise Spiering dedicati alle Storie di Amadigi di Gaula, realizzati nel 1602 e restaurati nel 2005, non poterono più essere esposti a causa della diversa volumetria. Misurano rispettivamente 430 × 266 e 430 × 206 centimetri e costituiscono testimonianze di notevole qualità della tecnica dell’arazziere fiammingo.

Anche il soffitto originario subì una dispersione. Delle novantotto tavolette che lo componevano, cinquantaquattro furono riallestite nel 1974 nelle tre sale dedicate alla pittura del Rinascimento lombardo; le altre quarantaquattro rimasero in deposito, dove sono tuttora conservate in perfetto stato.

Il punto di svolta del nuovo progetto è arrivato nel gennaio 2025. Una videoispezione condotta all’interno della volta in cartongesso doveva verificare che cosa fosse rimasto della struttura lignea realizzata nel 1950 durante la ricostruzione guidata da Wittgens e dell’arco marmoreo della serliana verso il giardino. L’indagine ha accertato che il soffitto ligneo costruito per coprire le travi e accogliere le tavolette era stato completamente demolito nel 1974. Dietro il cartongesso, tuttavia, il grande arco in marmo era ancora presente e le sue rosette in bronzo si trovavano in ottimo stato di conservazione.

Da questa scoperta, e dal confronto con la Soprintendenza, ha preso forma il progetto curato da Alessandra Quarto e Piero Guicciardini. Il riferimento è stato il lavoro compiuto negli anni Cinquanta: recuperare la volumetria della sala, riportare alla luce la grande arcata della finestra con le sue decorazioni e ricollocare nello spazio la specchiera veneziana e i due arazzi fiamminghi. L’intervento è diventato contemporaneamente occasione per restaurare le opere, approfondire lo studio della collezione e ricostruire la vicenda della casa museo dalla sua fondazione alla ricostruzione postbellica.

Bénédicte de Montlaur, presidente e CEO del World Monuments Fund, ha ricordato come l’organizzazione abbia collaborato in Italia per oltre sei decenni e in più di ottanta progetti. Nel Poldi Pezzoli riconosce una delle più importanti case museo storiche europee e nella concezione del suo fondatore un modello pionieristico: l’idea di presentare l’arte entro ambienti costruiti intorno alle opere avrebbe successivamente trovato corrispondenze in istituzioni quali l’Isabella Stewart Gardner Museum e la Frick Collection. Nel recupero del Salone, sottolinea de Montlaur, la ricerca consente di riconnettere la visione ottocentesca di Gian Giacomo alla ricostruzione condotta dopo la guerra da Fernanda Wittgens.

Per Fiorella Ballabio, direttrice del World Monuments Fund in Italia, il Salone dorato assume inoltre un valore particolare perché inaugura l’attività della nuova sede italiana dell’organizzazione. Il dato che emerge dai documenti, osserva, è soprattutto l’attenzione riservata da Poldi Pezzoli a ogni dettaglio: dalla verifica personale dei campioni di marmo alla scelta dei migliori artigiani dell’Accademia di Brera. Un lavoro rimasto in parte invisibile per cinquant’anni e che oggi, con il ritorno alla luce dell’arco e la ricollocazione degli arazzi, torna a definire il carattere della stanza.

Il recupero del Salone si colloca in realtà dentro un processo più ampio. Dal 1951 gli ambienti del museo hanno conosciuto numerose trasformazioni: negli anni Settanta furono modificati il Salone dorato e le sale dedicate ai lombardi, negli anni Novanta le sale dei quadri; seguirono l’Armeria nel 2000, la Sala degli Ori nel 2006, la Sala Trivulzio e quella del Collezionista nel 2008. Nel 2017 l’annessione di quattro nuove sale ha permesso di ampliare ulteriormente gli spazi espositivi.

Sono interventi determinati nel tempo anche da nuove esigenze di sicurezza, dall’adeguamento degli impianti, dalla crescita delle collezioni e dagli standard museali internazionali. Inevitabilmente hanno modificato il carattere della casa museo ottocentesca. Per questo, negli ultimi tre anni, il Poldi Pezzoli ha avviato un progetto complessivo destinato a ricucire le diverse trasformazioni, uniformare per quanto possibile i linguaggi e rendere nuovamente leggibile l’identità del museo attraverso lo studio delle fonti.

È questo anche il significato attribuito all’intervento dalla direttrice Alessandra Quarto: conservazione e valorizzazione non come operazioni isolate, ma come responsabilità nei confronti della storia dell’istituzione e delle generazioni future. Preservare la memoria significa approfondire la conoscenza di ciò che è stato e restituirne valori e complessità al presente.

Il Salone dorato ne offre ora una dimostrazione concreta. Non si tratta di riportare artificialmente una stanza a un passato ormai irrecuperabile, ma di rendere nuovamente leggibili le tracce che sono sopravvissute alle distruzioni, alle ricostruzioni e ai successivi riallestimenti. Il grande arco liberato dalla struttura che lo nascondeva, gli arazzi tornati alle pareti e la ritrovata altezza della sala permettono di comprendere meglio tanto l’originario progetto di Gian Giacomo Poldi Pezzoli quanto la complessa storia novecentesca del museo.

Per presentare il nuovo Salone alla città, sabato 19 settembre, dalle ore 10 alle 18, l’ingresso al Museo Poldi Pezzoli sarà gratuito. Dal 24 settembre, inoltre, ogni giovedì saranno organizzate visite guidate durante la pausa pranzo, dedicate al recupero della sala e ai capolavori che vi sono custoditi.

Le date, le dimensioni degli arazzi, le vicende del riallestimento del 1974 e gli esiti della videoispezione del 2025 sono stati mantenuti secondo il comunicato. Anche le informazioni sull’ingresso gratuito del 19 settembre e sulle visite dal 24 settembre provengono direttamente dal materiale ricevuto.


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