Tra il 1919 e il 1945 ricerca scientifica, industria e tecnologia procedono con un’accelerazione straordinaria. Medicina, chimica e fisica entrano nella vita quotidiana, mentre l’Europa, e l’Italia di Enrico Fermi, partecipano da protagoniste a una trasformazione destinata a modificare il Novecento.
La distanza che separa il mondo del 1919 da quello del 1945 non si misura soltanto attraverso due guerre mondiali e il crollo degli equilibri politici europei. In quei ventisei anni cambia anche il rapporto dell’uomo con la materia, la malattia, l’energia e la produzione. Scoperte maturate nei laboratori cominciano a trasferirsi rapidamente nell’industria e nella società, trasformando possibilità fino ad allora teoriche in strumenti concreti. Il testo di partenza restituisce efficacemente questa accelerazione, collegando medicina, fisica atomica, metallurgia, materiali sintetici, produzione industriale e studio della Terra.
Uno dei campi nei quali la trasformazione appare più evidente è la medicina. Nel 1928 Alexander Fleming osserva l’azione antibatterica di una muffa del genere Penicillium e l’anno successivo pubblica i risultati sulla penicillina. La scoperta, tuttavia, non coincide ancora con la disponibilità di un farmaco. Occorrerà il lavoro condotto a Oxford da Howard Florey, Ernst Boris Chain e dal loro gruppo perché, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, la sostanza venga purificata, sperimentata e avviata verso un impiego terapeutico su larga scala.
Prima ancora che la penicillina diventasse disponibile in quantità significative, l’Europa aveva aperto un altro fronte contro le infezioni batteriche. Nei laboratori tedeschi della Bayer, allora parte della IG Farben, Gerhard Domagk studiò il Prontosil, dimostrandone l’efficacia antibatterica. I risultati furono pubblicati nel 1935 e aprirono la strada ai sulfamidici, primi antibatterici sistemici largamente efficaci. Per questa scoperta Domagk ricevette il Nobel per la medicina nel 1939.
Il passaggio fu decisivo: infezioni da streptococco, setticemie e alcune forme di polmonite cominciavano finalmente a poter essere affrontate farmacologicamente. In Francia, all’Institut Pasteur, Jacques e Thérèse Tréfouël, Federico Nitti e Daniel Bovet identificarono nella sulfanilamide il principio attivo responsabile dell’azione del Prontosil. La rivoluzione terapeutica fu dunque il risultato di una rete europea di chimica, medicina e industria.
Ancora più radicale fu quanto stava accadendo nella fisica. Nel 1932 il britannico James Chadwick dimostrò l’esistenza del neutrone. Due anni dopo, a Parigi, Irène Curie e Frédéric Joliot scoprirono la radioattività artificiale bombardando alcuni elementi con particelle alfa. L’Italia entrò immediatamente in questa storia. A Roma Enrico Fermi comprese che i neutroni, privi di carica elettrica, potevano penetrare più facilmente nei nuclei atomici. Nel marzo 1934 iniziò a utilizzarli per provocare radioattività artificiale e, insieme a Franco Rasetti, Edoardo Amaldi, Emilio Segrè, Oscar D’Agostino e successivamente Bruno Pontecorvo, avviò una serie sistematica di esperimenti.
Nella palazzina di via Panisperna si formò così uno dei gruppi scientifici più importanti dell’Europa del tempo. Nell’ottobre 1934 Fermi scoprì che il rallentamento dei neutroni, ottenuto interponendo materiali ricchi di idrogeno come la paraffina, ne aumentava fortemente l’efficacia nel provocare reazioni nucleari. Il procedimento fu brevettato nello stesso mese. Quella ricerca conduceva verso una nuova concezione della materia e dell’energia, destinata pochi anni dopo a incrociare la scoperta della fissione nucleare e, con la guerra, il problema dell’impiego militare dell’atomo.
L’Italia disponeva dunque di una scuola di fisica nucleare di livello internazionale proprio mentre il regime fascista rendeva progressivamente più difficile la libertà della ricerca. Le leggi razziali del 1938 contribuirono alla dispersione di competenze scientifiche preziose. Fermi, la cui moglie Laura Capon era ebrea, lasciò l’Italia dopo aver ricevuto a Stoccolma il Nobel per la fisica nel dicembre dello stesso anno. La vicenda mostra uno dei paradossi più drammatici dell’Europa fra le due guerre: mentre la conoscenza scientifica superava rapidamente le frontiere nazionali, nazionalismi, dittature e persecuzioni costringevano molti scienziati alla migrazione.
La trasformazione non riguardava soltanto i laboratori di fisica e medicina. Chimica e metallurgia stavano costruendo un nuovo universo materiale. Acciai speciali e leghe contenenti nichel, cobalto, tungsteno, vanadio e cromo permettevano di ottenere caratteristiche di durezza, resistenza termica e affidabilità indispensabili per motori, utensili, turbine, automobili e aeroplani. Contemporaneamente avanzavano i materiali sintetici.
Il polistirene fu introdotto commercialmente dalla IG Farben nel 1932, mentre negli stessi anni si sviluppò il PVC. Gli acrilici trasparenti aprirono possibilità ancora diverse: la ICI britannica registrò il marchio Perspex nel 1934 e il polimetilmetacrilato trovò presto impiego come materiale leggero e trasparente, soprattutto nell’industria aeronautica. Non era semplicemente un sostituto del vetro. Le plastiche introducevano superfici, colori e modalità di stampaggio che nel dopoguerra avrebbero profondamente modificato il design degli oggetti domestici.
Scienza dei materiali e organizzazione produttiva procedevano insieme. La catena di montaggio mobile introdotta da Henry Ford nel 1913 apparteneva cronologicamente al periodo precedente, ma furono gli anni Venti e Trenta a vedere la piena affermazione internazionale dei principi della produzione standardizzata. La fabbrica moderna organizzava il lavoro secondo sequenze, tempi e mansioni sempre più definite, riducendo i costi unitari e aumentando enormemente la capacità produttiva. L’Europa recepì questi metodi adattandoli alle proprie strutture industriali.
Automobile, elettrotecnica, chimica, aeronautica e produzione di beni di consumo diventarono settori nei quali laboratorio, progettazione e fabbrica tendevano ormai a costituire un unico sistema.
Anche l’immagine del pianeta stava cambiando. Prospezioni geofisiche, onde sismiche e metodi elettromagnetici consentivano di indagare il sottosuolo senza affidarsi esclusivamente allo scavo, migliorando la conoscenza della struttura terrestre e la ricerca di risorse minerarie e petrolifere. Parallelamente, paleoantropologia e archeologia preistorica ampliavano enormemente il quadro delle origini umane. I resti rinvenuti a Steinheim, in Germania, nel 1933 e a Swanscombe, in Inghilterra, a partire dal 1935 entrarono nel complesso dibattito europeo sull’evoluzione dell’uomo, anche se le interpretazioni formulate all’epoca sono state successivamente rivedute alla luce delle acquisizioni della paleoantropologia contemporanea.
Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, dunque, l’Europa possedeva già molti degli strumenti scientifici e tecnologici che avrebbero caratterizzato la seconda metà del secolo. Ma proprio la guerra ne accelerò violentemente l’applicazione: radar, aviazione, farmaci antibatterici, materiali sintetici, elettronica e ricerca nucleare ricevettero investimenti senza precedenti. La scienza mostrava così la propria natura ambivalente. Poteva allungare la vita, combattere infezioni fino ad allora mortali e creare materiali capaci di migliorare gli oggetti quotidiani; poteva contemporaneamente accrescere in misura inaudita la capacità distruttiva degli Stati.
Fra il 1919 e il 1945 si definì perciò qualcosa di più profondo di una semplice successione di invenzioni. Nacque un sistema nel quale università, laboratori, industria e apparati pubblici divennero progressivamente interdipendenti. Dalla Roma di via Panisperna alla Parigi dei Joliot-Curie, dalla ricerca farmaceutica tedesca ai laboratori britannici di Oxford e della ICI, la modernità scientifica europea prese forma attraverso una fitta circolazione di idee, persone e tecnologie. Quando la guerra terminò, nel 1945, il continente era materialmente devastato. Ma il patrimonio di conoscenze sviluppato nei decenni precedenti avrebbe costituito una delle basi della ricostruzione e della nuova società tecnologica del dopoguerra.
Storie-in-breve

