

Dal blues rurale di Chicago allo swing delle origini, dal soul contemporaneo alle contaminazioni jazz, il Dolomiti Blues&Soul Festival celebra la sua venticinquesima edizione trasformando le Dolomiti Bellunesi in un grande paesaggio sonoro diffuso. Un anniversario che intreccia musica, memoria, turismo culturale e identità territoriale.
Tra borghi alpini, antiche chiese e piazze di montagna, il festival nato in Cadore conferma il proprio ruolo come uno dei più longevi appuntamenti italiani dedicati alla cultura blues e soul. Un progetto che negli anni ha saputo unire concerti, valorizzazione del territorio e attenzione sociale.
Venticinque anni rappresentano una soglia simbolica importante per qualsiasi manifestazione culturale, ma assumono un significato particolare per un festival nato e cresciuto nel cuore delle Dolomiti Bellunesi. Il Dolomiti Blues&Soul Festival taglia nel 2026 il traguardo della sua 25ª edizione confermandosi non soltanto come rassegna musicale, ma come esperienza culturale diffusa capace di mettere in relazione paesaggio, comunità e musica contemporanea.
Dal 18 luglio al 23 agosto il festival attraverserà l’Alto Cadore, Cortina d’Ampezzo, la Val di Zoldo e Belluno con un programma che spazia dal blues delle origini al funk, dal gospel allo swing, dal jazz contemporaneo alle contaminazioni roots americane. Il tutto immerso in uno dei paesaggi più riconoscibili d’Europa, quello delle Dolomiti dichiarate Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2009 per il loro valore geologico e paesaggistico.
Organizzato dall’Associazione Culturale San Vito Blues&Soul, il festival mantiene la sua identità originale: concerti accessibili, forte legame con il territorio e attenzione alla qualità artistica. L’edizione 2026 assume inoltre un valore emotivo particolare per il ricordo di Cosimo Scozzari, storico membro del direttivo scomparso nel dicembre scorso, al quale sarà dedicato uno dei concerti principali della rassegna.
La musica americana tra le montagne europee
Fin dalla sua nascita il Dolomiti Blues&Soul Festival ha lavorato su un’idea precisa: portare nelle vallate alpine le musiche nate nel Sud degli Stati Uniti e nelle grandi città industriali americane del Novecento. Un dialogo apparentemente distante, ma in realtà profondamente coerente. Il blues, il gospel, il soul e il folk raccontano infatti territori periferici, comunità, migrazioni e identità popolari – temi che trovano un’eco sorprendente anche nei paesaggi montani europei.
La storia stessa del blues è una storia di attraversamenti culturali. Nato nelle comunità afroamericane del Delta del Mississippi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, il blues ha progressivamente contaminato jazz, rock, soul e musica popolare contemporanea. Dagli anni Sessanta in poi il genere è diventato linguaggio globale, influenzando musicisti europei e italiani, dai Rolling Stones fino alle scene indipendenti contemporanee.
Il festival bellunese ha costruito negli anni una programmazione che tiene insieme questa tradizione storica e la sua reinterpretazione contemporanea. Non a caso l’apertura del 18 luglio a Pieve di Cadore è affidata ai Fireplaces, formazione italiana profondamente legata alla roots music americana e a figure come Neil Young, Bob Dylan, Bruce Springsteen e The Band. Il gruppo si definisce “Joy Providers” e propone concerti in cui il confine tra palco e pubblico tende a dissolversi, recuperando la dimensione comunitaria e itinerante della musica folk e gospel.
Borghi, piazze e architetture alpine come luoghi del suono
Uno degli aspetti più interessanti del Dolomiti Blues&Soul Festival riguarda la scelta delle location. La manifestazione non si concentra in un unico spazio, ma costruisce una geografia musicale diffusa tra piazze, ex stazioni ferroviarie, corti alpine, sale polivalenti e chiese storiche.
Tra gli appuntamenti più suggestivi figura quello del 25 luglio all’Antica Chiesa di San Bartolomeo di Nebbiù, nel comune di Pieve di Cadore, dove si esibiranno i Dialoganduo Trio. Il complesso monumentale, risalente al XIII secolo, unisce elementi romanici, gotici e rinascimentali ed è considerato uno dei luoghi storici più affascinanti del Cadore.
Questa attenzione per il rapporto tra musica e paesaggio appartiene alla storia stessa dei festival europei contemporanei. Negli ultimi decenni molte rassegne hanno progressivamente abbandonato la logica esclusiva dei grandi spazi urbani per recuperare contesti territoriali e architettonici più intimi, nei quali l’esperienza musicale diventa anche esperienza di viaggio e immersione culturale.
Nel caso del Dolomiti Blues&Soul Festival, il paesaggio alpino non è semplice scenografia, ma parte integrante del progetto. Il pubblico viene invitato ad attraversare il territorio, scoprire borghi storici, architetture montane e luoghi meno conosciuti delle Dolomiti Bellunesi.
Dalle radici del blues alla scena internazionale
Il cartellone 2026 alterna musicisti italiani e protagonisti della scena internazionale. Tra gli ospiti più attesi figura Lou Marini, storico sassofonista della Blues Brothers Band originale e presenza nel celebre film diretto da John Landis nel 1980. Marini si esibirà l’8 agosto a San Vito di Cadore insieme agli Italian Groovers guidati dal batterista Enzo Zirilli.

La presenza di Marini rappresenta un collegamento diretto con una delle operazioni culturali più importanti della storia del blues contemporaneo. The Blues Brothers contribuì infatti a riportare il rhythm and blues afroamericano al centro della cultura pop internazionale tra anni Settanta e Ottanta, facendo conoscere a un nuovo pubblico artisti come Aretha Franklin, Ray Charles, Cab Calloway e John Lee Hooker.
Altro momento centrale sarà il concerto del chitarrista Michael Dotson, storico esponente del Chicago Blues e già membro dei Teardrops di Magic Slim. Dotson appartiene a quella generazione di musicisti cresciuti nella scena elettrica di Chicago, erede diretta della trasformazione urbana del blues iniziata nel secondo dopoguerra con Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Willie Dixon.
Accanto ai grandi nomi internazionali, il festival valorizza numerose realtà italiane. Dai Superdownhome, duo che fonde blues rurale, punk e rock’n’roll con collaborazioni importanti come Popa Chubby e Charlie Musselwhite, fino a Sir Joe Polito, figura storica della scena rock-blues veneziana influenzata dalla musica di Ry Cooder.
Il blues come cultura sociale
Il Dolomiti Blues&Soul Festival mantiene anche una forte dimensione civile. Lo dimostra il concerto solidale previsto il 23 agosto nella Casa Circondariale di Baldenich a Belluno con Max Lazzarin e Lorenzo Madini. L’iniziativa nasce dall’idea della musica come strumento di inclusione e reinserimento sociale.
Non è un elemento secondario. La storia del blues è profondamente legata ai temi della marginalità, del lavoro, della discriminazione e della resistenza culturale. Portare questa musica all’interno di un carcere significa recuperare la dimensione originaria di un linguaggio nato per raccontare esperienze di fragilità e trasformazione sociale.
Anche gli eventi collaterali confermano questa direzione. Il progetto ANGELIC-ART, dedicato ad Angelica Conte, intende riflettere sul mondo giovanile attraverso il rapporto tra musica, pittura, scrittura e cinema. Accanto alla programmazione musicale, il festival promuove inoltre due premi alla memoria dedicati a Bortolo De Vido e Francesco Rosa, figure legate alla promozione culturale del territorio bellunese.
Un festival che racconta il territorio
Nel corso di un quarto di secolo il Dolomiti Blues&Soul Festival è riuscito a costruire qualcosa di raro nel panorama italiano: una manifestazione capace di mantenere una forte identità musicale senza trasformarsi in evento turistico standardizzato.
La scelta dell’offerta libera consapevole per gran parte degli appuntamenti, la diffusione nei piccoli centri montani e il rapporto diretto con le comunità locali hanno contribuito a creare un modello culturale sostenibile e riconoscibile.
In un’epoca in cui molti festival tendono a uniformarsi ai grandi circuiti internazionali, il Dolomiti Blues&Soul continua invece a lavorare sulla relazione tra paesaggio, ascolto e prossimità. È forse questa la ragione della sua longevità: aver compreso che il blues, prima ancora di essere un genere musicale, è una forma di racconto collettivo dei luoghi e delle persone che li attraversano.
| Articolo redazionale |
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