Padova trasforma Via Dante in un laboratorio di arte contemporanea

La Fondazione Alberto Peruzzo partecipa alla seconda edizione di METAMORFOSI – OPEN ART EVENT con un programma che attraversa videoarte, minimalismo, cultura editoriale e memoria musicale. Tra le iniziative principali, la mostra “Warhol on Vinyl”, l’apertura straordinaria dello Spazio Sant’Agnese e la presentazione di una nuova opera di Carl Andre.

Per un’intera giornata Via Dante Art District diventa un percorso urbano dedicato alle trasformazioni dell’arte contemporanea. Un progetto che mette in relazione architettura, collezionismo, pratiche visive e partecipazione pubblica nel cuore storico di Padova.


Negli ultimi anni molte città europee hanno iniziato a ripensare il rapporto tra arte contemporanea e spazio urbano attraverso format culturali diffusi, capaci di coinvolgere quartieri, studi creativi, librerie indipendenti e fondazioni private. Padova si inserisce in questo scenario con Via Dante Art District, progetto che torna il 23 maggio 2026 con la seconda edizione di METAMORFOSI – OPEN ART EVENT, una giornata dedicata alle pratiche artistiche contemporanee e alla trasformazione del paesaggio urbano.

Tra i protagonisti dell’iniziativa figura la Fondazione Alberto Peruzzo, istituzione nata nel 2015 per volontà dell’imprenditore e collezionista Alberto Peruzzo con l’obiettivo di promuovere l’arte contemporanea e valorizzare il patrimonio storico e culturale del territorio. Per l’occasione la fondazione presenta un programma articolato che comprende la mostra “Warhol on Vinyl”, la rassegna di videoarte LOOP, l’esposizione di opere provenienti dalla propria collezione e la presentazione al pubblico di una nuova acquisizione: Copper Square Four di Carl Andre.

L’iniziativa coinvolge diversi spazi di Via Dante Alighieri, trasformando una parte del centro storico padovano in un percorso espositivo diffuso fatto di installazioni, incontri, workshop, aperture straordinarie e contaminazioni tra arti visive, editoria, design e musica. Più di dieci luoghi partecipano all’evento contribuendo a ridefinire temporaneamente il tessuto urbano attraverso linguaggi artistici contemporanei.

Il vinile come oggetto culturale: Warhol e l’estetica della musica

Il nucleo più immediatamente riconoscibile del programma è “Warhol on Vinyl”, mostra ospitata dal Dante61 Bookshop di Padova, nuovo spazio inaugurato dalla Fondazione Alberto Peruzzo nell’ambito dell’ampliamento delle proprie attività culturali. L’esposizione raccoglie oltre sessanta lavori di Andy Warhol insieme a una selezione di copertine realizzate da grandi artisti internazionali, ricostruendo l’evoluzione della cover del vinile come territorio di incontro tra arti visive e industria musicale.

La scelta di dedicare una mostra al rapporto tra Warhol e il disco in vinile non è casuale. Nessun altro artista del secondo Novecento ha probabilmente compreso con la stessa lucidità il potenziale iconico della cultura popolare e della riproduzione seriale. Fin dagli anni Sessanta Warhol trasforma immagini commerciali, prodotti industriali e celebrità in materia artistica, contribuendo a ridefinire il concetto stesso di opera nell’epoca della comunicazione di massa.

Le copertine discografiche rappresentano uno degli ambiti più fertili di questa ricerca. Tra le più celebri figurano The Velvet Underground & Nico del 1967, con la celebre banana gialla removibile, Sticky Fingers dei Rolling Stones del 1971 con la zip funzionante progettata per la fotografia di Joe Dallesandro, e Menlove Ave. di John Lennon pubblicata postuma nel 1986. La mostra padovana include proprio alcuni di questi lavori, sottolineando come il vinile sia diventato nel tempo non solo supporto sonoro, ma vero oggetto culturale autonomo.

Nel corso del Novecento la copertina del disco ha infatti assunto un ruolo centrale nella costruzione dell’immaginario musicale contemporaneo. Dal modernismo grafico di Alex Steinweiss negli anni Quaranta fino alle sperimentazioni psichedeliche e concettuali degli anni Sessanta e Settanta, il design del vinile ha contribuito a definire identità estetiche, movimenti culturali e pratiche collezionistiche.

Dante61 Bookshop e le nuove pratiche editoriali

La mostra si inserisce nel contesto del Dante61 Bookshop, spazio che la Fondazione definisce non come semplice libreria, ma come luogo dedicato alle culture visive e alle pratiche editoriali contemporanee. Qui pubblicazioni indipendenti, libri d’artista e progetti interdisciplinari dialogano con editori italiani e internazionali.

Negli ultimi anni il libro d’arte e l’editoria indipendente sono tornati centrali nella riflessione contemporanea sul rapporto tra immagine, archivio e narrazione visiva. Sempre più fondazioni, musei e spazi no profit stanno investendo in bookshop concepiti come ambienti di ricerca e produzione culturale, superando la funzione puramente commerciale.

Il Dante61 sembra muoversi precisamente in questa direzione: uno spazio ibrido dove editoria, grafica, fotografia e arti visive si intrecciano in una logica curatoriale estesa.

Carl Andre e il minimalismo come esperienza dello spazio

Il percorso espositivo prosegue nello Spazio Sant’Agnese, aperto nel 2023 e concepito come ambiente in dialogo permanente con la collezione della fondazione. Per la giornata del 23 maggio sarà eccezionalmente accessibile anche la terrazza dello spazio, con visite su prenotazione e una vista inedita sul contesto architettonico circostante.

Qui viene presentata per la prima volta al pubblico Copper Square Four di Carl Andre, opera del 2008 recentemente acquisita dalla collezione. Figura fondamentale del minimalismo americano, Andre ha rivoluzionato il concetto di scultura attraverso l’utilizzo di materiali industriali, moduli seriali e strutture orizzontali capaci di modificare la percezione fisica dello spazio.

Nato negli Stati Uniti negli anni Sessanta, il minimalismo rappresentò una rottura radicale con l’espressività dell’espressionismo astratto. Artisti come Donald Judd, Dan Flavin, Sol LeWitt e Carl Andre ridussero l’opera a forme essenziali, spesso modulari, realizzate con materiali industriali e pensate in relazione diretta con l’ambiente e il corpo dello spettatore.

Nel caso di Andre, la scultura perde monumentalità verticale e diventa superficie, ritmo, presenza fisica. Copper Square Four si inserisce pienamente in questa ricerca: una griglia quadrata composta da moduli in rame che trasforma il materiale industriale in esperienza percettiva minimale e rigorosa.

Metamorfosi e immagine contemporanea

Il tema scelto per l’edizione 2026 del Via Dante Art District è la metamorfosi, concetto che attraversa anche la rassegna di videoarte LOOP organizzata dalla Fondazione Alberto Peruzzo. Il progetto riunisce opere di Giovanni Ozzola, Cyprien Gaillard, Fischli & Weiss, Gianni Giaretta, Marco Manzoni, Gianni Caravaggio e Silvia Cagol, con la presenza del brand di design Koesia negli spazi della fondazione.

La metamorfosi viene interpretata non soltanto come tema narrativo, ma come condizione strutturale dell’immagine contemporanea. Nei lavori selezionati trasformazione, tempo, materia e percezione diventano dispositivi visivi capaci di ridefinire il rapporto tra opera e spettatore.

Il riferimento a Fischli & Weiss richiama una delle esperienze più influenti dell’arte europea tra anni Ottanta e Novanta. Il duo svizzero è noto per aver trasformato oggetti quotidiani e azioni minime in sistemi poetici e ironici capaci di interrogare il rapporto tra casualità, movimento e percezione.

All’interno della rassegna trova spazio anche Solipsiae di Marco Manzoni, cortometraggio del 2024 realizzato interamente su carta e co-prodotto dalla Fondazione Alberto Peruzzo. L’opera riflette sulla trasformazione del corpo e sulla continuità della materia oltre la morte, intrecciando dimensione biologica e immaginario simbolico.

La città come spazio curatoriale

L’aspetto più interessante del progetto padovano resta probabilmente la sua dimensione urbana. Via Dante Art District prova infatti a superare la separazione tradizionale tra istituzione culturale e città, costruendo un’esperienza diffusa nella quale l’arte contemporanea entra in relazione diretta con il tessuto storico, commerciale e sociale.

Questa modalità curatoriale appartiene a una trasformazione più ampia delle pratiche artistiche contemporanee. Sempre più spesso festival, fondazioni e distretti creativi scelgono di lavorare sul concetto di prossimità, intervenendo su quartieri e spazi intermedi piuttosto che su grandi poli museali isolati.

Nel caso padovano il progetto assume anche un valore simbolico: utilizzare l’arte contemporanea non come elemento decorativo o spettacolare, ma come strumento per ripensare il rapporto tra memoria urbana, partecipazione e produzione culturale.


Da CULTURALIA <info@culturaliart.com> 
Articolo redazionale

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