Kátharsis, a Palazzo Valentini la pittura di Francesca Diana Martines

La prima personale dell’artista romana riunisce otto grandi tele dedicate ai passaggi fondamentali dell’esistenza. Tra materia, gesto e autobiografia, il progetto costruisce un dialogo aperto tra tradizione pittorica italiana e sensibilità contemporanea.

Dal 9 al 18 giugno 2025 Palazzo Valentini ospita “Kátharsis”, prima mostra personale di Francesca Diana Martines a cura di Nicoletta Rossotti. Un percorso pittorico nato da una riflessione autobiografica che trasforma esperienze intime in immagini fisiche, immersive e profondamente sensoriali.


Esistono mostre che nascono come semplice esposizione di opere e altre che assumono la forma di un attraversamento personale. “Kátharsis”, prima personale di Francesca Diana Martines allestita nella Sala Pace di Palazzo Valentini a Roma, appartiene chiaramente alla seconda categoria. Il progetto, curato da Nicoletta Rossotti, riunisce otto grandi tele realizzate tra il 2023 e il 2024 e costruisce un racconto pittorico che attraversa alcune delle esperienze fondative della vita umana: infanzia, identità, eros, maternità, dipendenza, libertà e trasformazione.

Il titolo scelto dall’artista richiama direttamente il concetto greco di “catarsi”, termine centrale nella riflessione filosofica e teatrale occidentale sin dall’antichità. Nella “Poetica” di Aristotele, la catarsi rappresentava il processo di purificazione emotiva generato dalla tragedia attraverso paura e compassione. Nel corso dei secoli il termine ha assunto significati differenti, dalla psicoanalisi freudiana fino alle pratiche artistiche contemporanee, ma ha sempre mantenuto una relazione profonda con il tema della trasformazione interiore. Nel caso di Francesca Diana Martines, la catarsi prende forma attraverso il gesto pittorico e la materia cromatica, diventando linguaggio visivo prima ancora che narrazione concettuale.

“A cavallo tra il 2023 e il 2024 ho rivisto in maniera significativa le tappe salienti della mia vita”, afferma l’artista nel comunicato che accompagna la mostra. “Ho effettuato una trasposizione artistica densa di emozioni e riflessioni – quella che si definisce una vera e propria catarsi.”

La dimensione autobiografica non si traduce però in un racconto illustrativo. Le opere di Martines lavorano piuttosto sul confine tra figurazione e astrazione, trasformando esperienze personali in superfici dense, fisiche, stratificate. Da vicino la pittura appare quasi come materia organica: smalti, acrilici, oli e pigmenti costruiscono una pelle cromatica irregolare, vibrante, attraversata da gesti rapidi e sedimentazioni più lente. A distanza, invece, le tele assumono una dimensione immersiva che coinvolge direttamente lo spettatore.

La materialità della pittura è uno degli elementi centrali della ricerca di Martines. L’artista prepara manualmente alcuni colori utilizzando pigmenti e ossidi secondo pratiche che richiamano tecniche storiche della tradizione pittorica italiana. “Preparare il nero con l’ossido è un gesto barocco, seicentesco”, osserva, citando Artemisia Gentileschi tra i propri riferimenti. Il richiamo alla pittrice romana del Seicento non è soltanto tecnico, ma anche simbolico: Artemisia rappresenta ancora oggi una figura fondamentale nella rilettura contemporanea della pittura come esperienza fisica, drammatica e profondamente autobiografica.

Il lavoro di Martines si colloca infatti dentro una genealogia pittorica estremamente ampia. La curatrice Nicoletta Rossotti individua nelle opere dell’artista echi della scuola romana degli anni Settanta insieme a riferimenti che attraversano l’espressionismo astratto americano e la pittura informale europea. Emilio Vedova, Jackson Pollock e Giosetta Fioroni vengono citati come presenze che dialogano sotterraneamente con il suo linguaggio.

Il riferimento alla scuola romana è particolarmente significativo. Tra gli anni Sessanta e Settanta Roma fu uno dei principali centri della sperimentazione artistica italiana, attraversata da artisti che lavoravano sul rapporto tra gesto, materia e spazio urbano. In questo contesto si formarono esperienze differenti ma accomunate da una forte attenzione alla fisicità della pittura e al ruolo del segno come esperienza emotiva e politica. Francesca Diana Martines eredita indirettamente questa tradizione anche attraverso la figura del padre Alberto Diana, pittore appartenente proprio alla scuola romana degli anni Settanta.

La componente familiare attraversa l’intera mostra senza mai diventare esplicitamente narrativa. Cresciuta tra tele, cornici e colori, Martines racconta di non aver mai dovuto cercare la pittura perché “era già lì”. A diciannove anni vende il suo primo dipinto esposto nel negozio di famiglia e comprende che quella sarebbe stata la sua strada. La relazione con il padre continua ancora oggi dentro una dinamica fatta di confronto, complicità e reciproca gelosia artistica.

Anche il percorso biografico dell’artista contribuisce alla costruzione della sua identità visiva. Roma, i Caraibi, la Spagna e il Messico diventano luoghi che lasciano tracce cromatiche e culturali nella pittura. L’integrazione del cognome materno, Martines, viene descritta come il recupero di una radice ispano-latina sentita profondamente propria. Questa stratificazione geografica e identitaria si riflette nelle opere attraverso una continua oscillazione tra energia gestuale e costruzione emotiva dello spazio.

Un ruolo importante nell’evoluzione recente del lavoro di Martines è attribuito all’incontro con Giorgio Celiberti nel 2024. Pittore, incisore e scultore nato nel 1929, Celiberti è una delle figure più significative dell’arte italiana del secondo Novecento. La sua ricerca, segnata da una continua attenzione alla memoria, alla materia e al segno, sembra aver influenzato soprattutto la dimensione energetica della pittura di Martines, spingendola verso una maggiore libertà gestuale.

“Kátharsis” insiste molto anche sul rapporto tra arte e accessibilità emotiva. L’artista affronta apertamente una delle frasi più frequenti nel rapporto tra pubblico e arte contemporanea: “Di arte non capisco nulla.” La risposta implicita della mostra è che l’arte non debba necessariamente essere compresa attraverso categorie teoriche, ma attraversata come esperienza sensoriale e percettiva. Martines apre il proprio studio, racconta i processi di lavoro, lascia emergere odori, materiali e retroscena della produzione pittorica.

Questa posizione si inserisce in una tendenza sempre più evidente nell’arte contemporanea europea: il tentativo di superare la distanza simbolica tra artista e pubblico, restituendo centralità all’esperienza diretta dell’opera. Non più soltanto interpretazione critica, ma relazione fisica, emotiva e sensoriale con la materia artistica.

Anche Palazzo Valentini contribuisce alla costruzione di questo dialogo. Storica sede istituzionale romana, il palazzo rappresenta uno spazio in cui memoria storica e pratiche contemporanee convivono continuamente. Esporre in Sala Pace significa quindi collocare un lavoro fortemente autobiografico dentro un contesto monumentale che appartiene alla storia culturale della città.

La mostra arriva inoltre in una fase significativa del percorso dell’artista. Dopo la vittoria del Premio Artista d’Europa nel 2023 e l’esposizione alla Galleria Antonio Battaglia di Brera a Milano, “Kátharsis” rappresenta il primo progetto interamente costruito attorno alla sua ricerca personale. Non una raccolta di opere, ma un organismo coerente che affronta il tema della crescita e della trasformazione attraverso il linguaggio della pittura contemporanea.

In un panorama artistico spesso dominato dalla smaterializzazione digitale e dalle immagini rapide dei social network, Francesca Diana Martines sceglie invece la lentezza fisica della pittura, il peso dei materiali, la densità del gesto. Le sue tele chiedono tempo, presenza e prossimità. Ed è forse proprio qui che “Kátharsis” trova la sua forza più autentica: nella capacità di trasformare un’esperienza personale in una riflessione collettiva sul corpo, sulla memoria e sulla possibilità di attraversare le proprie trasformazioni interiori senza smettere di guardarle.


Da Daniela Gambino <danielagambino@gmail.com>
Articolo redazionale

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