Parco dell’Etna: gli architetti catanesi e il paesaggio come progetto culturale

Dopo le tensioni istituzionali e il rinvio dell’Etna Marathon, l’Ordine degli Architetti richiama il valore originario del Parco: tutela, qualità architettonica e sviluppo sostenibile

Le dimissioni di parte del Comitato Tecnico Scientifico del Parco dell’Etna riaprono il dibattito sul futuro di uno dei paesaggi culturali più complessi del Mediterraneo. L’intervento dell’Ordine degli Architetti di Catania sposta però il confronto dal piano politico a quello progettuale, chiedendo una nuova centralità per il territorio etneo e per la cultura del paesaggio.


La crisi che nelle ultime settimane ha investito il Parco dell’Etna non riguarda soltanto assetti amministrativi o contrasti interni agli organismi tecnici. Secondo l’Ordine degli Architetti PPC di Catania, il nodo reale è molto più profondo e riguarda il significato stesso del Parco come istituzione culturale, territoriale e progettuale. L’intervento del presidente Alessandro Amaro arriva infatti in un momento delicato, segnato dalle dimissioni di cinque membri su nove del Comitato Tecnico Scientifico, dal blocco di diversi pareri ambientali e dal rinvio dell’Etna Marathon a settembre, evento posticipato per la prima volta in vent’anni.

Per l’Ordine professionale catanese, tuttavia, la discussione non può ridursi a una contrapposizione burocratica. Il punto centrale è il rischio che il Parco perda progressivamente la propria funzione originaria: essere un presidio di equilibrio tra tutela ambientale, presenza umana, sviluppo sostenibile e qualità del paesaggio. È questa la visione richiamata da Alessandro Amaro, che definisce il Parco «il cuore vivo dell’architettura, del progetto e del paesaggio etneo», contrapponendo l’idea di una grande istituzione culturale a quella di «un cantiere di paralisi».

Istituito nel 1987 dalla Regione Siciliana, il Parco dell’Etna rappresentò uno dei primi esempi italiani di area protetta concepita non soltanto come dispositivo vincolistico, ma come strumento di governo integrato del territorio. L’Etna, il più alto vulcano attivo d’Europa, non è infatti soltanto un sistema naturale di eccezionale valore geologico, ma un paesaggio abitato e stratificato, modellato nei secoli dall’interazione continua tra attività vulcanica e insediamento umano. Vigneti terrazzati, castagneti, palmenti, muretti in pietra lavica, borghi rurali e reti di sentieri costituiscono un patrimonio culturale diffuso che nel 2013 ha contribuito al riconoscimento UNESCO del Monte Etna come sito naturale patrimonio dell’umanità.

L’intervento degli architetti catanesi insiste proprio su questo aspetto: il paesaggio etneo non coincide con la sola dimensione naturalistica del vulcano, ma comprende un sistema complesso di relazioni storiche, agricole, architettoniche e sociali. Una concezione che trova solide basi teoriche nella Convenzione Europea del Paesaggio firmata a Firenze nel 2000, documento fondamentale nella cultura contemporanea del territorio. La Convenzione ha introdotto un principio oggi centrale nelle discipline urbanistiche e paesaggistiche: il paesaggio non è soltanto un bene estetico da preservare, ma il risultato dinamico delle relazioni tra uomo e ambiente.

Non è un caso che il comunicato richiami anche l’articolo 9 della Costituzione italiana, recentemente aggiornato con l’inserimento esplicito della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. Il riferimento a Concetto Marchesi, intellettuale catanese che contribuì alla stesura della Carta costituzionale, colloca il dibattito su un piano culturale più ampio, dove la tutela del territorio viene interpretata come responsabilità collettiva e non come semplice pratica amministrativa.

In Sicilia, del resto, il rapporto tra conservazione del paesaggio e governo del territorio ha radici storiche profonde. Già nel Settecento, durante il Regno borbonico, esistevano normative dedicate alla tutela dei boschi, dei castagneti e delle antichità monumentali. Sul versante etneo questa attenzione si è consolidata nel tempo anche grazie alla particolare natura del territorio, continuamente trasformato dalle eruzioni ma al tempo stesso capace di generare economie agricole di grande qualità. I vigneti dell’Etna, oggi al centro di una forte valorizzazione internazionale, rappresentano uno degli esempi più evidenti di questa convivenza tra rischio naturale, cultura materiale e progetto umano.

L’Ordine degli Architetti sottolinea inoltre un tema cruciale nel dibattito contemporaneo sul paesaggio: tutela non significa immobilismo. Le normative più avanzate, osserva Amaro, non chiedono semplicemente di conservare le forme tradizionali, ma di accompagnare le trasformazioni attraverso la qualità architettonica e il corretto inserimento dei nuovi manufatti nel contesto ambientale. È una posizione che richiama molte esperienze europee recenti, dove il progetto contemporaneo viene utilizzato non come elemento di rottura, ma come strumento di continuità culturale e rigenerazione territoriale.

In questo quadro il ruolo dell’architetto cambia profondamente. Non più soltanto progettista di edifici, ma interprete delle relazioni tra ambiente, storia e comunità locali. Sul territorio etneo ciò significa confrontarsi con un equilibrio fragile tra urbanizzazione, agricoltura, rischio idrogeologico, turismo e conservazione ambientale. Significa anche affrontare il tema della qualità diffusa del costruito, spesso compromessa da espansioni edilizie incoerenti o da una pianificazione frammentaria.

L’appello dell’Ordine di Catania assume quindi un significato che va oltre l’attuale crisi istituzionale del Parco. Il tema posto dagli architetti riguarda il modello di sviluppo dell’area etnea e, più in generale, il ruolo che le aree protette possono avere nell’Italia contemporanea. Non soltanto luoghi di tutela naturalistica, ma laboratori territoriali capaci di connettere cultura, paesaggio, economia agricola, turismo sostenibile e qualità del progetto.

Nel finale del documento emerge con chiarezza questa visione strategica: il Parco dell’Etna come motore di sviluppo sostenibile, presidio contro il dissesto idrogeologico, strumento di promozione culturale e sostegno alle economie storiche del territorio. Una prospettiva che restituisce centralità alla dimensione culturale del paesaggio e che prova a sottrarre il dibattito pubblico alla logica delle emergenze amministrative. In gioco, per gli architetti catanesi, non c’è soltanto il funzionamento di un ente regionale, ma il futuro stesso della cultura del paesaggio etneo.


Da I PRESS <ipress@onclusivenews.com>
Articolo redazionale

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