Alessandria: nell’antica chiesa di San Francesco nasce il nuovo Museo della Città

Tra restauro, archeologia e nuove narrazioni urbane, il complesso monumentale si prepara a diventare il fulcro culturale del centro storico piemontese nell’anno degli 800 anni dalla morte del santo

Il 24 maggio 2026 Alessandria inaugura il nuovo Museo della Città all’interno dell’ex chiesa di San Francesco. Un lungo intervento di recupero restituisce alla collettività uno dei luoghi più significativi della storia urbana piemontese, trasformando un monumento medievale in uno spazio dedicato alla memoria archeologica, artistica e civile del territorio.


Nel cuore di Alessandria, all’interno di uno dei più importanti complessi francescani del Piemonte medievale, sta per aprirsi un nuovo capitolo della storia culturale cittadina. Il prossimo 24 maggio 2026 l’antica chiesa di San Francesco diventerà infatti la sede del nuovo Museo della Città, esito di un articolato progetto di recupero architettonico e museografico che intreccia tutela monumentale, archeologia e riflessione contemporanea sul patrimonio urbano. L’inaugurazione coincide simbolicamente con le celebrazioni per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, figura che continua a esercitare un’influenza profonda non solo religiosa, ma anche culturale e civile nella storia italiana.

Il complesso monumentale di San Francesco occupa un intero isolato del centro storico alessandrino e rappresenta una delle testimonianze più significative della presenza francescana nell’Italia settentrionale tra Duecento e Trecento. La costruzione della chiesa è documentata già nel 1268 da una bolla di Clemente IV che invitava i fedeli a contribuire economicamente al completamento dell’edificio, mentre nel 1300 papa Niccolò IV concesse indulgenze ai pellegrini che vi si recavano in preghiera.

L’architettura dell’edificio conserva ancora oggi elementi tipici del gotico mendicante francescano: grandi spazi unitari destinati alla predicazione, pilastri polistili, volte a crociera scandite da costoloni e una struttura essenziale, coerente con l’ideale di povertà promosso dall’ordine. Nel corso dei secoli, tuttavia, il complesso ha subito profonde trasformazioni che ne hanno modificato radicalmente la funzione e l’aspetto.

Dopo la soppressione napoleonica degli ordini religiosi all’inizio dell’Ottocento, la chiesa venne infatti convertita in caserma militare e successivamente, nel 1833, trasformata da Carlo Alberto in ospedale divisionario militare. Per adattare gli spazi alle nuove funzioni, l’aula venne suddivisa in due livelli tramite l’inserimento di grandi strutture voltate e di un solaio intermedio. Una vicenda comune a molti edifici religiosi europei tra XVIII e XIX secolo, quando conventi e monasteri furono spesso riconvertiti in strutture civili, ospedaliere o militari, cancellando parzialmente la leggibilità originaria degli spazi sacri.

È proprio questa stratificazione storica a costituire oggi uno degli aspetti più affascinanti del progetto alessandrino. Il restauro non ha infatti cercato di riportare artificialmente la chiesa a una presunta purezza medievale, ma ha scelto di rendere visibili le diverse epoche dell’edificio. Laterizi a vista, decorazioni trecentesche recuperate, lacerti di affreschi, strutture ottocentesche e nuovi interventi contemporanei convivono all’interno di una narrazione architettonica che racconta il monumento come organismo vivo e trasformato nel tempo.

Il cantiere ha restituito risultati particolarmente rilevanti anche sul piano archeologico e storico-artistico. Durante le demolizioni e le indagini stratigrafiche sono emersi nuovi lacerti di affreschi medievali, decorazioni policrome originarie e strutture architettoniche rimaste nascoste per oltre un secolo. Tra le scoperte più significative figurano le imposte decorate dei costoloni medievali, una nicchia liturgica ad arco ogivale e un riquadro figurativo con una Madonna in trono col Bambino affiancata da figure di santi.

Parallelamente, gli scavi archeologici condotti nella cappella Boidi e nella navata laterale hanno consentito di individuare diverse fasi costruttive della chiesa conventuale e antiche sepolture medievali. Parte di questi ritrovamenti resterà visibile all’interno del percorso museale, secondo un approccio ormai consolidato nella museografia contemporanea: il museo non come semplice contenitore di opere, ma come esperienza immersiva capace di raccontare il luogo che ospita le collezioni.

Il progetto nasce all’interno del programma “Alessandria Torna al Centro”, sviluppato attraverso i fondi europei POR FESR 2014-2020 dedicati allo sviluppo urbano sostenibile. Accanto all’amministrazione comunale, un ruolo determinante è stato svolto dalla Soprintendenza per le province di Alessandria, Asti e Cuneo e dal Ministero della Cultura, che ha finanziato interventi di restauro, ricerca archeologica e futura accessibilità museale.

L’organizzazione interna del nuovo museo riflette una precisa idea di racconto territoriale. Al piano terra troverà spazio la sezione archeologica, dedicata alla storia dell’Alessandrino dalla preistoria al Medioevo. Il progetto scientifico elaborato dall’Università di Pavia insiste sul rapporto tra antichità e contemporaneità, mostrando come molte attività produttive del territorio – dalla lavorazione della pietra verde alla ceramica, dalla metallurgia al tessile – abbiano costruito nel tempo una continuità economica e culturale ancora riconoscibile.

Grande attenzione sarà dedicata a siti fondamentali per la storia locale come Villa del Foro, Forum Fulvii e le curtes altomedievali, ma anche alla fondazione stessa della città di Alessandria nel 1168, nata dall’unione di diversi nuclei abitati nel contesto delle lotte comunali contro Federico Barbarossa. Il percorso illustrerà così la formazione della città medievale, le sue istituzioni civiche, gli spazi pubblici, le mura e il ruolo strategico assunto nei secoli successivi sotto i Visconti, gli Sforza e poi i Savoia.

Il primo piano ospiterà invece la sezione storico-artistica e la nuova pinacoteca civica, erede della collezione donata nel 1854 dal notaio Antonio Maria Viecha. Il progetto scientifico elaborato dall’Università di Firenze costruisce un percorso che attraversa sei secoli di storia figurativa e civile: dal gotico internazionale agli affreschi arturiani della cosiddetta “Stanza di Artù”, dalle opere del Cinquecento lombardo-ligure fino alla stagione romantica risorgimentale rappresentata da Giovanni Migliara.

Ampio spazio sarà riservato anche all’arte tra Otto e Novecento, con opere di Angelo Morbelli, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Carlo Carrà, Fillia e Lucio Fontana. Una scelta che inserisce Alessandria dentro la più ampia storia dell’arte italiana moderna, mostrando il rapporto tra cultura locale e grandi trasformazioni estetiche nazionali.

Particolarmente interessante è l’idea finale del museo come “opera aperta”, definizione che richiama inevitabilmente il celebre concetto elaborato da Umberto Eco negli anni Sessanta. Il nuovo Museo della Città non viene infatti immaginato come istituzione statica, ma come laboratorio in continua evoluzione, capace di dialogare con le trasformazioni urbane, sociali e culturali di Alessandria contemporanea.

In questo senso, il recupero di San Francesco supera la semplice operazione conservativa. Il progetto restituisce alla città un monumento stratificato, ma soprattutto riattiva un luogo storico come spazio pubblico contemporaneo, dove architettura, memoria urbana e cultura materiale tornano a dialogare con la vita quotidiana della comunità.


Da melina cavallaro free trade <melina@freetrade.it>
Articolo redazionale

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