Shirin Neshat a Venezia: esilio, identità e assillo mediatico nella trilogia “Do U Dare!”

A Palazzo Marin, durante la Biennale Arte 2026, l’artista iraniana presenta un progetto cinematografico che attraversa migrazione, violenza simbolica e cultura della visibilità nell’America contemporanea

Dal 9 maggio al 6 settembre 2026 Venezia ospita “Do U Dare!”, nuova trilogia filmica di Shirin Neshat prodotta da Associazione Genesi e Banca Ifis. Ispirata alla vicenda reale di Nasim Aghdam, l’opera riflette sullo sradicamento, sulla costruzione dell’identità femminile e sul rapporto tra immagine, potere e autodistruzione nell’ecosistema digitale contemporaneo.


Nel panorama dell’arte contemporanea internazionale, pochi artisti hanno saputo indagare il rapporto tra identità, politica e rappresentazione con la radicalità visiva di Shirin Neshat. A quasi trent’anni dalle celebri fotografie della serie Women of Allah, l’artista e regista iraniana torna a Venezia con “Do U Dare!”, nuova trilogia cinematografica presentata a Palazzo Marin in occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Il progetto, visibile dal 9 maggio al 6 settembre 2026, è promosso da Associazione Genesi e Banca Ifis, con la cura di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi.

L’opera prende forma a partire dalla figura di Nasim Aghdam, performer e content creator iraniana emigrata negli Stati Uniti da bambina insieme alla famiglia bahá’í per sfuggire alle persecuzioni religiose del regime iraniano. La sua vicenda personale – conclusasi tragicamente nel 2018 dopo l’attacco armato alla sede di YouTube in California e il successivo suicidio – diventa per Neshat il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla solitudine contemporanea, sull’identità diasporica e sulla fragilità psicologica prodotta dall’isolamento sociale e mediatico.

La scelta di lavorare su Aghdam non è casuale. Fin dagli anni Novanta, il lavoro di Shirin Neshat si è concentrato sul corpo femminile come territorio politico e simbolico attraversato da potere, censura, desiderio e controllo sociale. Nata a Qazvin nel 1957 e trasferitasi negli Stati Uniti prima della rivoluzione iraniana del 1979, l’artista ha costruito gran parte della propria ricerca a partire dalla condizione dell’esilio e dalla tensione tra Oriente e Occidente. Una posizione che l’ha resa una delle voci più riconoscibili dell’arte globale postcoloniale.

“Do U Dare!” prosegue questa traiettoria, ma la sposta dentro il paesaggio digitale contemporaneo. La trilogia, girata in tre diversi contesti sociali dell’area metropolitana di New York, racconta infatti il progressivo scivolamento della protagonista tra alienazione, desiderio di riconoscimento e dissoluzione identitaria. Brooklyn, Wall Street e il sobborgo domestico dove Nasim registra i propri video diventano scenari simbolici di un’America frammentata, dove il sogno dell’integrazione lascia spazio alla solitudine e alla spettacolarizzazione permanente dell’esistenza.

Nel primo episodio, ambientato in un quartiere di immigrati di Brooklyn, Neshat affronta il tema dello sradicamento. La protagonista attraversa uno spazio urbano segnato da povertà, marginalità e assenza di relazioni autentiche. È il ritratto di una comunità sospesa tra appartenenze perdute e impossibilità di integrazione, condizione che molti teorici della diaspora – da Edward Said a Homi Bhabha – hanno descritto come esperienza permanente di dislocazione culturale.

Il secondo film, collocato nel cuore finanziario di Wall Street, affronta invece la dimensione della visibilità come forma contemporanea di potere. In una metropoli dominata da automatismi economici e alienazione emotiva, Nasim emerge come figura performativa capace di attrarre l’attenzione collettiva attraverso il canto e la presenza scenica. Neshat costruisce qui una riflessione sulla celebrità digitale e sul desiderio compulsivo di essere visti, tema centrale nell’epoca dei social media e delle piattaforme algoritmiche.

Il rapporto tra arte, visibilità e ossessione attraversa tutta la cultura contemporanea. Da Andy Warhol, che già negli anni Sessanta aveva previsto “quindici minuti di celebrità per tutti”, fino all’attuale economia degli influencer, la produzione dell’immagine personale è diventata una forma di costruzione identitaria e insieme di esposizione permanente. Neshat osserva questo fenomeno da una prospettiva critica, mostrando come il bisogno di riconoscimento possa trasformarsi in alienazione e violenza.

Il terzo episodio, ambientato nello spazio domestico della protagonista, è forse il più esplicitamente politico. Attraverso performance ironiche e disturbanti, Nasim mette in scena il paradosso della cultura visuale americana: da un lato l’estetizzazione continua del corpo femminile, dall’altro la sua mercificazione e sorveglianza sistematica. La riflessione si collega direttamente a molti temi affrontati dal femminismo contemporaneo, dalla teoria dello “sguardo maschile” elaborata da Laura Mulvey fino alle più recenti analisi sul rapporto tra algoritmi, corpo e sessualizzazione online.

Dal punto di vista formale, “Do U Dare!” conferma la grammatica visiva che ha reso riconoscibile il cinema di Neshat: bianco e nero contrastato, lentezza narrativa, costruzione simbolica dell’inquadratura e improvvise aperture verso una dimensione surreale e visionaria. I tre film oscillano continuamente tra realismo sociale e immaginazione poetica, riflettendo l’instabilità emotiva della protagonista e la progressiva dissoluzione del confine tra realtà e finzione.

Il progetto veneziano si inserisce inoltre in un momento particolarmente significativo della carriera dell’artista. Dopo il Leone d’Oro ricevuto alla Biennale del 1999 e il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2009 per Women Without Men, Neshat ha ampliato progressivamente la propria pratica verso il cinema e il teatro musicale, arrivando a dirigere produzioni operistiche come Aida al Festival di Salisburgo e Orfeo ed Euridice al Teatro Regio di Parma.

Accanto alla mostra, Magonza Editore pubblicherà un volume monografico con testi dei curatori e un saggio di Giovanni Curatola, storico dell’arte islamica tra i maggiori specialisti italiani del settore. L’intenzione dichiarata non è quella di produrre un semplice catalogo documentativo, ma un’estensione teorica autonoma dell’opera di Neshat.

La presenza di “Do U Dare!” alla Biennale di Venezia conferma anche il ruolo crescente delle grandi istituzioni culturali private italiane nel sostegno alla produzione artistica contemporanea. Associazione Genesi, fondata nel 2020 da Letizia Moratti, ha costruito negli ultimi anni un programma centrato sui diritti umani e sulle urgenze sociali globali, mentre Banca Ifis continua a sviluppare una strategia culturale che intreccia collezionismo, responsabilità sociale e progettualità pubblica.

In “Do U Dare!” Shirin Neshat utilizza la vicenda individuale di Nasim Aghdam per interrogare questioni che attraversano il presente globale: migrazione, isolamento digitale, desiderio di riconoscimento, spettacolarizzazione del sé e violenza simbolica. Il risultato non è un’opera biografica in senso tradizionale, ma una meditazione sul costo umano dell’esilio e sulla fragilità dell’identità nell’epoca della visibilità permanente.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com>
Articolo redazionale

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