
Dal tributo a Bruno Canino al viaggio sonoro di “Mappa Mundi”, il Teatro Olimpico attraversa Mozart, Beethoven, Komitas e le tradizioni del Mediterraneo nella XXXV edizione del festival vicentino
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico proseguono con due concerti che trasformano la musica da camera in racconto culturale e memoria condivisa. Tra amicizia artistica, tradizioni popolari e scrittura contemporanea, il festival diretto da Sonig Tchakerian conferma la propria identità come uno dei laboratori più raffinati della scena musicale italiana.
Nella straordinaria architettura del Teatro Olimpico di Vicenza, ultimo capolavoro progettato da Andrea Palladio e completato da Vincenzo Scamozzi nel 1585, la musica torna a confrontarsi con il tema del viaggio, della memoria e delle radici culturali. La XXXV edizione delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico, intitolata “I canti della terra”, prosegue infatti con due appuntamenti che trasformano il concerto cameristico in una riflessione più ampia sull’identità europea e mediterranea. Venerdì 29 maggio e domenica 31 maggio il festival vicentino propone due programmi profondamente diversi ma legati da una stessa idea di ascolto: la musica come esperienza di relazione, trasmissione e attraversamento dei confini culturali. Da un lato l’omaggio ai novant’anni di Bruno Canino, figura centrale del pianismo italiano del secondo Novecento; dall’altro “Mappa Mundi”, itinerario musicale che intreccia repertorio colto, tradizione popolare e scrittura contemporanea in un continuo dialogo tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del Mediterraneo.
Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico rappresentano da oltre tre decenni uno dei festival più autorevoli del panorama italiano dedicato alla musica da camera e alla ricerca musicale interdisciplinare. Nato nei primi anni Novanta e riconosciuto dal Ministero della Cultura, il festival ha costruito negli anni un’identità particolare, fondata sulla relazione tra musica, architettura e patrimonio storico. Il Teatro Olimpico non è soltanto una sede prestigiosa: la sua struttura scenografica, con le celebri prospettive lignee scamozziane, contribuisce a creare un’esperienza di ascolto fortemente immersiva, dove il dialogo tra spazio e suono assume un valore quasi teatrale.
Il concerto del 29 maggio, significativamente intitolato “Musica in amicizia”, celebra i novant’anni di Bruno Canino, protagonista assoluto della vita musicale italiana ed europea. Pianista dalla carriera vastissima, interprete di riferimento tanto del repertorio classico quanto della musica contemporanea, Canino ha collaborato nel corso dei decenni con figure come Luciano Berio, Pierre Boulez, György Ligeti e Karlheinz Stockhausen, contribuendo in modo decisivo alla diffusione della nuova musica nel secondo Novecento. La sua attività ha sempre mantenuto una doppia anima: da un lato il rigore cameristico della tradizione europea, dall’altro una continua apertura verso la sperimentazione e la contemporaneità.
Accanto a lui saliranno sul palco il violista Alfredo Zamarra e il clarinettista Alessandro Carbonare, prima parte dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e interprete tra i più apprezzati del repertorio clarinettistico internazionale.
Il programma costruisce un percorso che attraversa oltre un secolo e mezzo di storia musicale, ma che trova una sorprendente unità narrativa nel rapporto tra gli strumenti e nella dimensione intima del fare musica insieme. Il concerto si apre con il celebre Kegelstatt-Trio KV 498 di Mozart, una delle composizioni cameristiche più originali del compositore salisburghese. Scritto nel 1786 per clarinetto, viola e pianoforte, il trio nasce in un contesto privato e domestico, legato alla pratica della Hausmusik tipica della cultura borghese viennese del XVIII secolo. Secondo la tradizione, la prima esecuzione vide Mozart stesso alla viola, Anton Stadler al clarinetto e Franziska Jacquin al pianoforte.

L’idea della musica come gesto condiviso attraversa l’intero concerto e trova il proprio punto di arrivo nelle Märchenerzählungen op. 132 di Robert Schumann. Composte nel 1853, queste “narrazioni fiabesche” appartengono all’ultima fase creativa del compositore tedesco e trasformano lo stesso organico mozartiano in una materia più inquieta, introspettiva e visionaria. La dimensione narrativa evocata dal titolo rimanda al Romanticismo letterario tedesco, dove il racconto fantastico diventava strumento di esplorazione psicologica e simbolica.
Tra Mozart e Schumann il programma introduce episodi solistici che ampliano progressivamente il linguaggio cameristico. La Ballade tratta dalla Sonata op. 27 n. 3 di Eugène Ysaÿe, proposta in trascrizione per viola, porta nel concerto una scrittura fortemente rapsodica e drammatica, mentre i Préludes del Secondo Libro di Debussy trasformano il pianoforte in uno spazio di evocazione timbrica e immaginativa. I Tre pezzi per clarinetto solo di Stravinskij introducono invece una radicale essenzialità ritmica e formale, quasi astratta, che riflette il linguaggio frammentario e modernista della prima metà del Novecento.
Se il concerto dedicato a Bruno Canino ruota attorno all’idea dell’amicizia musicale, “Mappa Mundi”, in programma domenica 31 maggio, amplia lo sguardo verso una dimensione geografica e antropologica. Protagonisti saranno Sonig Tchakerian, Giovanni Sollima, Stefania Redaelli, Maria Luisa Zaltron, Roberto Loreggian e Vito De Lorenzi, interpreti accomunati da una pratica musicale che attraversa costantemente i confini tra repertorio classico, tradizione orale e sperimentazione contemporanea.
Il titolo richiama le antiche rappresentazioni medievali del mondo, le mappae mundi, dove geografia reale, mito e conoscenza simbolica convivevano in una stessa immagine. Anche il concerto costruisce una geografia fluida e mobile, nella quale epoche e culture differenti dialogano senza gerarchie.
La pizzica salentina incontra così le sonate di Alessandro e Domenico Scarlatti, i canti scozzesi di Beethoven si intrecciano con la tradizione armena di Padre Komitas, mentre il canto arbëreshë siciliano dialoga con le composizioni di Eliodoro Sollima e Giovanni Sollima.
Particolarmente significativo è il riferimento a Padre Komitas, figura fondamentale della cultura armena moderna. Musicista, etnomusicologo e sacerdote, Komitas raccolse e trascrisse migliaia di melodie popolari armene tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, salvando un patrimonio musicale destinato in parte a scomparire dopo il genocidio armeno del 1915. Il suo celebre “Krunk”, presente nel programma, è diventato nel tempo simbolo di nostalgia, esilio e memoria culturale.
Allo stesso modo i canti arbëreshë evocano la storia delle comunità albanesi stabilitesi nel Sud Italia tra XV e XVIII secolo dopo l’avanzata ottomana nei Balcani. Ancora oggi queste comunità conservano lingua, rito religioso e tradizioni musicali proprie, rappresentando uno dei più antichi esempi di identità diasporica del Mediterraneo.
La dimensione mediterranea emerge con forza anche nelle percussioni di Vito De Lorenzi e nei tamburi a cornice, strumenti che attraversano culture differenti dal Nord Africa al Sud Italia, dalla Grecia al Medio Oriente. In questo contesto le sonate di Domenico Scarlatti appaiono improvvisamente meno “classiche” e più ibride, attraversate da ritmi popolari, influenze iberiche e suggestioni della danza tradizionale.
La sintesi finale arriva con “Continuum Nomade” di Giovanni Sollima, compositore e violoncellista che da anni lavora sul superamento dei confini tra musica colta e tradizione orale. La sua scrittura, caratterizzata da una forte energia ritmica e da una continua contaminazione culturale, diventa qui metafora della musica come spazio di attraversamento e trasformazione.
Nel titolo stesso dell’edizione 2026, “I canti della terra”, emerge con chiarezza la volontà delle Settimane Musicali di interrogare il rapporto tra musica e appartenenza culturale. Non la terra come confine identitario chiuso, ma come luogo di memoria, stratificazione e incontro. Una prospettiva che il festival vicentino porta avanti da anni attraverso collaborazioni con istituzioni musicali, conservatori e realtà culturali nazionali.
In un panorama musicale spesso dominato dalla velocità del consumo culturale, le Settimane Musicali al Teatro Olimpico continuano così a costruire un’idea diversa di festival: un luogo dove la musica non viene semplicemente eseguita, ma pensata, contestualizzata e restituita come esperienza culturale complessa e profondamente contemporanea.
| Articolo redazionale |
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