
Con le residenze “Luce e ombra” il festival diretto da Claudio Santamaria apre un dialogo tra cinema, arte contemporanea e spazio urbano
Dal 4 al 9 giugno 2026 il Milano Film Fest rafforza la propria vocazione interdisciplinare con “Luce e ombra”, progetto di residenza artistica nato in collaborazione con Casa degli Artisti. Al centro, una riflessione sui fenomeni luminosi e sulla relazione tra immagine, città e percezione contemporanea attraverso i lavori di Davide M. Valsecchi e Rafa Jacinto.
A Milano la luce non è soltanto un elemento fisico. È materia urbana, superficie riflettente, ritmo architettonico, costruzione cinematografica. Attraversa i vetri dei palazzi modernisti, scivola sulle facciate industriali riconvertite, si rifrange nei cortili storici e nei nuovi spazi culturali che negli ultimi anni hanno ridefinito il rapporto tra arte e città. È da questa dimensione percettiva che nasce “Luce e ombra”, il progetto di residenze artistiche promosso dal Milano Film Fest insieme a Casa degli Artisti, all’interno della seconda edizione del festival diretto artisticamente da Claudio Santamaria.
L’iniziativa mette al centro il dialogo tra cinema, ricerca audiovisiva e arti contemporanee, confermando una trasformazione ormai evidente nel panorama culturale europeo: i festival cinematografici non sono più soltanto luoghi di proiezione, ma piattaforme interdisciplinari capaci di produrre nuove forme di relazione tra immagini, spazio pubblico e sperimentazione artistica. In questo contesto la collaborazione con Casa degli Artisti assume un significato preciso, perché inserisce il lavoro creativo dentro uno dei luoghi più dinamici della produzione culturale milanese contemporanea.
Il progetto prende forma negli atelier di Corso Garibaldi 89/A, storico edificio nato nel 1909 come spazio collettivo dedicato alla pratica artistica e oggi trasformato in centro internazionale per residenze, mostre, performance e ricerca interdisciplinare. La Casa degli Artisti, gestita da un’associazione temporanea di enti no profit, rappresenta oggi uno dei modelli più interessanti di produzione culturale aperta in Italia: non un semplice contenitore espositivo, ma un ecosistema nel quale artisti, pubblico e città convivono in una relazione continua.
“Luce e ombra” si sviluppa proprio a partire da questa idea di attraversamento. La call internazionale chiedeva agli artisti di riflettere sulle ambiguità generate dalla luce, sulle sue implicazioni poetiche, politiche e percettive, e sul rapporto tra immagine in movimento e spazio urbano. A essere selezionati sono stati Davide Maria Valsecchi e Rafa Jacinto, scelti all’unanimità da una giuria presieduta dal duo artistico MASBEDO – Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni – insieme a Franco Gabualdi, Barbara Sorrentini, Eleonora Roaro, Valentina Picariello, Anna Vittoria Magagna e Livio Basoli.
La presenza dei MASBEDO all’interno del progetto non è secondaria. Da oltre vent’anni il duo lavora infatti sul confine tra cinema, installazione, performance e linguaggi audiovisivi, contribuendo a ridefinire il rapporto tra immagine contemporanea e spazio espositivo. La loro ricerca ha spesso affrontato il tema della percezione e della costruzione narrativa dello sguardo, elementi che ritornano anche nella struttura concettuale di “Luce e ombra”.

I due artisti selezionati affrontano il tema da prospettive differenti ma complementari. Davide Maria Valsecchi, filmmaker e artista audiovisivo formatosi tra Milano e Londra, concentra il proprio lavoro sul giardino di Pippa Bacca adiacente a Casa degli Artisti. Il progetto, intitolato “Diapausa”, osserva il microcosmo naturale che emerge nel passaggio stagionale tra inverno e primavera, seguendo il movimento quasi invisibile di insetti, riflessi luminosi e trasformazioni biologiche.
Il termine “diapausa” appartiene al lessico entomologico e indica uno stato di sospensione vitale adottato da alcuni insetti per sopravvivere a condizioni ambientali avverse. Valsecchi trasforma questo processo biologico in una metafora visiva della contemporaneità, costruendo un paesaggio audiovisivo nel quale il ritorno alla vita diventa esperienza percettiva minima e diffusa. Api, mantidi, lumache, coccinelle e farfalle vengono osservate come tracce di un ecosistema parallelo che esiste accanto alla città ma spesso sfugge allo sguardo umano.
La sua ricerca si inserisce in una linea di cinema sperimentale che negli ultimi anni ha recuperato il rapporto tra ecologia, immagine e tempo lento. In molti passaggi il progetto richiama le pratiche del cinema contemplativo contemporaneo e le riflessioni teoriche sulla “micropercezione” sviluppate da autori e artisti interessati alle relazioni invisibili tra ambiente naturale e spazio urbano.
Diverso ma ugualmente legato alla città è il lavoro di Rafa Jacinto, fotografo e filmmaker brasiliano che vive a Milano dal 2018. Il suo progetto, “Gibigianna”, prende il nome da un termine tipicamente milanese che indica il riflesso intermittente della luce solare sulle superfici riflettenti. Una parola quasi dimenticata ma profondamente radicata nella memoria linguistica lombarda, capace di trasformare un semplice fenomeno ottico in esperienza poetica urbana.
Jacinto utilizza questa idea come punto di partenza per costruire un’opera multimediale nella quale performance, fotografia, teatro e musica si intrecciano nello spazio cittadino. Le strade attraversate dai riflessi diventano scenografie temporanee, mentre artisti e performer intervengono dentro frammenti luminosi destinati a durare pochi istanti. Il risultato è un mosaico di piccoli episodi visivi che successivamente vengono riportati all’interno dell’atelier, trasformando lo spazio espositivo in una sorta di archivio sensibile della città.




L’attenzione verso il rapporto tra luce e ambiente urbano richiama alcune esperienze storiche della fotografia e del cinema sperimentale del Novecento. Dalle ricerche percettive del Bauhaus fino alle sperimentazioni di László Moholy-Nagy, la luce è stata spesso considerata non soltanto uno strumento tecnico ma un materiale autonomo capace di costruire spazio, emozione e relazione sociale. In “Luce e ombra” questa tradizione viene reinterpretata attraverso un linguaggio contemporaneo che unisce pratiche installative, ricerca audiovisiva e dimensione partecipativa.
La collaborazione tra Milano Film Fest e Casa degli Artisti riflette inoltre una trasformazione più ampia del sistema culturale milanese. Negli ultimi anni la città ha consolidato una rete di istituzioni indipendenti, atelier condivisi, festival interdisciplinari e spazi di produzione capaci di creare connessioni tra arti visive, cinema, musica, design e performance. In questo scenario le residenze artistiche assumono un ruolo sempre più centrale, perché permettono di spostare l’attenzione dall’evento concluso al processo creativo che lo genera.
È proprio questo aspetto che emerge anche nelle parole di Giulia Restifo, presidente di Casa degli Artisti, quando definisce la residenza non come semplice spazio espositivo ma come luogo nel quale la ricerca prende forma nel tempo, sviluppando relazioni vive con il contesto urbano e culturale.
Il Milano Film Fest, ideato dalla Fondazione Milano Film Fest insieme a realtà cittadine come Il Cinemino, Esterni, Fondazione Dude e Perimetro, sembra voler costruire la propria identità proprio attorno a questa idea di contaminazione. Non soltanto programmazione cinematografica, ma produzione culturale diffusa, capace di coinvolgere comunità, professionisti e luoghi diversi della città.
“Luce e ombra” diventa così qualcosa di più di una semplice residenza artistica. È un esperimento sul modo in cui le immagini possono ancora dialogare con lo spazio urbano contemporaneo, trasformando Milano in un laboratorio percettivo aperto nel quale cinema, arte e città continuano a ridefinirsi reciprocamente.
| Articolo redazionale |
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