“Pari opportunità – magari”: i manifesti raccontano il costo invisibile della maternità

CHEAP Pari Opportunitā – Magari – ph Margherita Caprilli

A Bologna il collettivo CHEAP porta nello spazio pubblico una campagna che affronta uno dei nodi più irrisolti del lavoro contemporaneo: le disuguaglianze che colpiscono le donne dopo la gravidanza. Un progetto che intreccia arte, diritti e partecipazione civile.

Manifesti affissi in oltre 250 spazi del territorio metropolitano, fotografie di donne reali e messaggi diretti che interrogano il rapporto tra maternità, occupazione e autonomia economica. Con “Pari opportunità – magari”, CHEAP e la Città metropolitana di Bologna trasformano l’arte pubblica in uno strumento di consapevolezza e confronto sociale.


Nella comunicazione pubblica contemporanea le immagini tendono spesso ad addolcire i conflitti, a smussare le contraddizioni, a sostituire la complessità con slogan rassicuranti. Il nuovo intervento di arte pubblica realizzato da CHEAP per il Piano per l’Uguaglianza della Città metropolitana di Bologna sceglie invece una strada diversa. “Pari opportunità – magari” affronta senza mediazioni una questione strutturale della società italiana: la fragilità dell’occupazione femminile dopo la maternità. La campagna è comparsa in questi giorni negli spazi pubblici dell’area metropolitana bolognese attraverso una vasta rete di affissioni. I manifesti nascono da uno shooting fotografico partecipato che ha coinvolto donne incinte e future madri ritratte senza filtri estetici o idealizzazioni. I corpi mostrati non rispondono ai tradizionali modelli della rappresentazione pubblicitaria della maternità. Sono corpi reali, attraversati dall’esperienza della gravidanza, consapevoli e autodeterminati, utilizzati come strumenti di presa di parola politica e sociale.

Da oltre un decennio CHEAP utilizza il linguaggio dell’affissione urbana per affrontare temi legati ai diritti civili, alle questioni di genere e alle trasformazioni sociali. Nato a Bologna nel 2013 come progetto dedicato alla poster art e all’arte pubblica, il collettivo ha progressivamente trasformato il manifesto in uno spazio di riflessione critica capace di dialogare direttamente con la città. In questo nuovo intervento il supporto urbano diventa il luogo in cui emergono problemi che raramente trovano adeguata rappresentazione nello spazio pubblico.

I testi che accompagnano le immagini richiamano questioni molto concrete: il fenomeno delle cosiddette dimissioni volontarie dopo la nascita di un figlio, la limitata durata del congedo di paternità, le difficoltà di accesso ai servizi per l’infanzia, il persistente squilibrio nella distribuzione del lavoro di cura e l’idea ancora radicata che l’assistenza familiare rappresenti una responsabilità prevalentemente femminile. La campagna mette in discussione proprio questa normalizzazione culturale, evidenziando come molte scelte apparentemente individuali siano in realtà il risultato di condizioni strutturali.

Il tema emerge con particolare forza osservando i dati sul mercato del lavoro italiano. Secondo le informazioni richiamate dal progetto, nella fascia d’età compresa tra i venti e i quarantanove anni lavora l’83,5 per cento degli uomini con figli, mentre l’occupazione femminile si ferma al 55,2 per cento. Una distanza che riflette fattori molteplici: costi elevati dei servizi educativi, insufficienza delle reti di supporto, rigidità organizzative e salari che spesso rendono economicamente insostenibile la permanenza nel lavoro dopo la maternità.

La questione si inserisce in un quadro più ampio che da anni caratterizza il mercato del lavoro italiano. L’Italia continua infatti a registrare uno dei più bassi tassi di occupazione femminile dell’Europa occidentale, mentre il divario retributivo e la disparità nella distribuzione delle responsabilità familiari incidono ancora significativamente sull’autonomia economica delle donne. In questo contesto, il linguaggio utilizzato per descrivere il fenomeno assume un valore politico: definire “volontarie” molte dimissioni successive alla maternità rischia infatti di trasformare un problema collettivo in una responsabilità individuale.

La campagna nasce all’interno di un percorso di ricerca sviluppato dalla Città metropolitana di Bologna insieme all’Università di Bologna, al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali e all’Ispettorato Territoriale del Lavoro. Gli studi condotti negli ultimi anni hanno evidenziato come anche nel territorio bolognese persistano significative asimmetrie nel rapporto tra maternità, occupazione e carichi di cura. Il progetto artistico si inserisce quindi in una più ampia strategia di sensibilizzazione e approfondimento fondata su dati, analisi e confronto pubblico.

Particolarmente significativa è stata la modalità di costruzione dell’intervento. CHEAP ha lanciato una call pubblica invitando donne incinte a partecipare allo shooting fotografico. La risposta è stata molto più ampia del previsto, segno di un bisogno diffuso di raccontare esperienze spesso vissute in solitudine. Anche coloro che non sono state ritratte sono state coinvolte attraverso un questionario anonimo dedicato al rapporto tra maternità, lavoro, autonomia economica e cura. Le testimonianze raccolte costituiranno la base per ulteriori momenti di confronto pubblico.

Il percorso proseguirà infatti nelle giornate del 10 e 11 giugno 2026 promosse dal Piano per l’Uguaglianza della Città metropolitana di Bologna. Durante gli incontri verranno presentati la campagna e il rapporto “Le Equilibriste 2026” di Save the Children, insieme a una serie di confronti dedicati alle politiche di conciliazione e al contrasto dell’abbandono del lavoro nei primi anni di vita dei figli. In questa occasione prenderà forma anche un manifesto partecipato contro la crisi occupazionale femminile dopo la gravidanza, pensato come uno strumento di proposta e di rivendicazione concreta.

L’aspetto più interessante dell’iniziativa risiede forse proprio nella sua capacità di unire linguaggi differenti. Arte pubblica, ricerca sociale, attivismo civico e politiche territoriali convergono in un progetto che non si limita a denunciare un problema ma prova a renderlo visibile nel luogo in cui la cittadinanza vive quotidianamente: lo spazio urbano.

I manifesti di “Pari opportunità – magari” non offrono soluzioni immediate né slogan consolatori. Chiedono piuttosto di guardare una realtà spesso nascosta dietro le statistiche e le formule burocratiche. Dietro ogni numero ci sono infatti biografie, percorsi professionali interrotti, aspettative ridimensionate e scelte rese obbligate da condizioni che continuano a limitare l’effettiva uguaglianza tra uomini e donne. Portare queste storie sui muri della città significa restituire loro visibilità e riconoscimento. Ed è proprio in questo gesto che l’arte pubblica ritrova una delle sue funzioni più profonde: rendere visibile ciò che troppo spesso resta fuori dallo sguardo collettivo.


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Articolo a cura della Redazione Experiences

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