Lucio Forte con “Anacronismi emotivi”, atlante visivo di immagini e paesaggi interiori

Dalle battaglie medievali alla cronaca nera degli anni Settanta, dagli aeroplani storici alle architetture del presente, la nuova mostra personale di Lucio Forte trasforma il frammento in racconto e l’immagine in esperienza emotiva. Un percorso che attraversa tempi e linguaggi diversi senza cercare una sintesi, ma lasciando emergere la complessità dello sguardo contemporaneo.


Dal 5 al 16 giugno 2026 lo spazio espositivo Orygma di via Corelli 34 a Milano ospita Anacronismi emotivi: dalla battaglia al cemento urbano, mostra personale di Lucio Forte che propone una riflessione sul rapporto tra memoria, immaginario e percezione attraverso una serie di opere realizzate nel corso dell’ultimo anno. L’inaugurazione, aperta al pubblico e ai collezionisti, è prevista venerdì 5 giugno dalle 19 alle 22 con un rinfresco di benvenuto. L’esposizione sarà successivamente visitabile su appuntamento. Il titolo della mostra suggerisce immediatamente una tensione narrativa. L’anacronismo, normalmente considerato un errore temporale, diventa qui una scelta poetica. Le opere non seguono infatti una successione cronologica né una classificazione per generi. Al contrario, costruiscono un mosaico di immagini che appartengono a epoche differenti e che convivono nello stesso spazio espositivo come frammenti di una memoria collettiva e individuale.

L’osservatore si trova così a passare dalle scorribande di cavalieri medievali alle atmosfere della cronaca nera italiana degli anni Settanta, dai velivoli che hanno segnato la storia dell’aviazione nazionale ai paesaggi urbani dominati dal cemento e dalle geometrie della città contemporanea. A questi soggetti si affiancano riferimenti cinematografici, figure animali e visioni che sembrano emergere da archivi personali, fotografie dimenticate o ricordi trasformati dall’immaginazione.

Ciò che rende coerente questo insieme eterogeneo non è il soggetto rappresentato, ma il metodo adottato dall’artista. Forte costruisce infatti un percorso nel quale la tecnica viene scelta in funzione della dimensione emotiva dell’immagine. Acquerello, olio, inchiostro di china e tecniche miste non sono semplici strumenti espressivi, ma linguaggi differenti che modificano il modo stesso in cui il soggetto viene percepito.

Questa impostazione richiama una tradizione consolidata dell’arte contemporanea, nella quale il medium non è mai neutrale. Dalle sperimentazioni della seconda metà del Novecento fino alle pratiche più recenti, molti artisti hanno utilizzato la varietà tecnica come strumento narrativo, attribuendo a materiali e procedimenti un ruolo fondamentale nella costruzione del significato. Nelle opere di Forte la scelta del supporto e della tecnica sembra rispondere alla necessità di restituire una specifica atmosfera emotiva, quasi che ogni immagine richieda una propria voce.

Tra i lavori esposti figurano Hell Knights (2026), realizzato con tecnica mista su carta di bamboo, Caproni Ca.310 Libeccio (2026), dedicato a uno dei velivoli più noti dell’industria aeronautica italiana del Novecento, Crime Scene: Italy June 1975 (2026), che richiama le tensioni e le inquietudini della cronaca nazionale degli anni di piombo, India Ink Big Ben, eseguito con inchiostro di china, acquerello e acrilico, oltre alle opere Untitled 73 e Sin City, entrambe caratterizzate da una ricerca tecnica mista su carta di bamboo.

Particolarmente interessante appare il dialogo che l’artista instaura tra storia e contemporaneità. I cavalieri medievali non vengono presentati come ricostruzioni storiche, così come gli aeroplani o gli episodi di cronaca non assumono la funzione di documenti. Ogni soggetto viene sottratto al proprio contesto originario per diventare parte di una narrazione più ampia, nella quale il passato continua a dialogare con il presente e l’immagine conserva la capacità di evocare emozioni, paure, ricordi e suggestioni.

Il riferimento al “cemento urbano” contenuto nel titolo introduce inoltre una riflessione sulla città contemporanea. Le architetture, gli spazi costruiti e le superfici artificiali non appaiono soltanto come sfondi, ma come protagonisti di un paesaggio emotivo che caratterizza l’esperienza quotidiana di milioni di persone. In questo senso la mostra si inserisce in una lunga tradizione iconografica che, dal Realismo urbano fino a molte espressioni della pittura contemporanea, ha indagato il rapporto tra individuo e ambiente costruito.

La forza del progetto espositivo risiede proprio nella sua natura volutamente irregolare. Forte non propone una narrazione lineare né un percorso guidato. Ogni opera si presenta come un episodio autonomo, un frammento di racconto sospeso che chiede allo spettatore di stabilire connessioni personali e inattese. Il risultato è un’esperienza visiva in continuo movimento, nella quale il cambio di prospettiva diventa parte integrante della visita.

In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini digitali e dalla loro incessante circolazione, Anacronismi emotivi invita a rallentare lo sguardo e a riconoscere la complessità delle relazioni che uniscono memoria, storia e percezione. La mostra milanese non offre risposte definitive, ma costruisce uno spazio aperto nel quale tempi diversi, tecniche differenti e stati d’animo molteplici convivono e dialogano, trasformando l’eterogeneità in una forma di racconto.


Da Orygma Orygma <orygma@yahoo.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

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