
Alla Blue Gallery di Dorsoduro la nuova personale dell’artista bolognese esplora il tema del limite, della trasformazione e della possibilità di guardare il reale da prospettive inattese
Dal 30 maggio al 30 giugno 2026 la Blue Gallery di Venezia ospita “Iοίην – Che io possa andare”, mostra personale di David Berkovitz curata da Giovanni Gardini. Un percorso che attraversa le più recenti ricerche dell’artista, tra carta, tagli, oro e luce, alla ricerca di un oltre capace di trasformare la percezione del mondo.
Venezia continua a confermarsi uno dei luoghi privilegiati della sperimentazione artistica contemporanea. In questo contesto si inserisce la mostra “Iοίην – Che io possa andare”, personale di David Berkovitz allestita presso la Blue Gallery, nello storico sestiere di Dorsoduro, e visitabile fino al 30 giugno 2026. Curata da Giovanni Gardini, l’esposizione presenta una selezione di opere recenti che sintetizzano la maturità di una ricerca costruita negli anni attorno ai temi del passaggio, della trasformazione e del superamento del limite.
Il titolo scelto per la mostra deriva da un termine della lingua greca antica, ἰοίην, una forma verbale appartenente all’ottativo, il modo che esprime il desiderio. Traducibile come “che io possa andare”, l’espressione compare nei frammenti di Saffo e diventa per Berkovitz una dichiarazione poetica e programmatica. Non si tratta di una fuga dalla realtà, bensì della volontà di attraversarla in profondità, cercando nuovi punti di vista e nuove possibilità di interpretazione.

Autodidatta, nato a Bologna nel 1978, Berkovitz proviene da un percorso atipico. La sua formazione affonda le radici nella cultura Hip Hop degli anni Novanta, nel writing e nella pratica della scrittura urbana. Prima ancora della pittura, è stata infatti la parola a rappresentare per lui uno strumento di elaborazione personale e di conoscenza. Questo rapporto con il segno, con il gesto dell’incidere e del tracciare, rimane ancora oggi una componente fondamentale della sua ricerca.
Una tappa decisiva del suo percorso arriva nel 2011 con la nascita del cosiddetto “Cubo di Berkovitz”, elemento simbolico destinato a diventare il centro del suo linguaggio visivo. Successivamente, a partire dal 2020, la sua indagine si concentra sulle Divaricazioni, opere nelle quali il taglio della superficie diventa strumento di conoscenza e di apertura. È proprio in questa fase che emerge con chiarezza il tema dell’oltre, inteso come possibilità di accedere a ciò che normalmente rimane nascosto.
Le opere esposte a Venezia nascono da materiali essenziali. Carta, dime e cutter costituiscono gli strumenti fondamentali di un processo creativo che rifiuta la velocità e richiede tempo, precisione e disciplina. Ogni lavoro è il risultato di una preparazione accurata: la superficie viene dipinta, arricchita da foglia oro, talvolta sottoposta a processi di ossidazione che introducono una componente di imprevedibilità. Solo successivamente interviene il taglio, gesto tanto delicato quanto irreversibile.
Osservando le opere si comprende come il taglio non abbia una funzione distruttiva. Al contrario, esso genera nuovi spazi percettivi. Le fenditure, le arricciature e le aperture della carta trasformano la bidimensionalità della superficie in una struttura complessa, attraversata dalla luce, dalle ombre e dai riflessi. Ciò che inizialmente appare come una semplice incisione si rivela invece una soglia, un invito a guardare oltre l’apparenza.
In questo senso il lavoro di Berkovitz si inserisce idealmente all’interno di una lunga tradizione della ricerca artistica del Novecento. Il riferimento più immediato conduce naturalmente alle sperimentazioni spazialiste di Lucio Fontana, che con i suoi celebri tagli aveva aperto la superficie pittorica a una dimensione nuova. Tuttavia il percorso dell’artista bolognese segue una direzione autonoma. Nei suoi lavori il taglio non si limita a mettere in discussione la natura del quadro, ma diventa uno strumento di introspezione, una forma di meditazione visiva che coinvolge memoria, spiritualità e desiderio.

Tra le opere più significative figurano le serie Divaricazioni del Bianco Venezia e Divaricazioni dell’Oro Venezia. Qui il bianco e l’oro assumono un valore simbolico che supera la semplice dimensione cromatica. Il bianco, secondo la lettura proposta dall’artista, non coincide con il candore ma con una condizione fragile e complessa dell’esistenza. L’oro, invece, amplifica la luce e conferisce profondità allo spazio, dialogando naturalmente con la tradizione visiva veneziana, dai mosaici bizantini di San Marco fino alle grandi stagioni della pittura lagunare.
Non è un caso che proprio Venezia abbia rappresentato negli ultimi anni un punto di svolta nella ricerca di Berkovitz. Nel 2024 l’artista è stato ospite in residenza presso la Fondazione Donà dalle Rose, esperienza che ha contribuito ad approfondire la sua riflessione sull’oro e sulla luce. Alcune opere realizzate in quell’occasione sono entrate a far parte della collezione della fondazione.

Un capitolo particolarmente significativo della mostra è rappresentato da Anime salve, opera il cui titolo rende omaggio all’omonimo album di Fabrizio De André. Qui diventano protagonisti gli scarti del processo creativo: sottili strisce di carta che normalmente verrebbero eliminate vengono recuperate e trasformate in elemento centrale della composizione. È una scelta che possiede una forte valenza etica oltre che estetica. Ciò che appare marginale viene restituito a una nuova dignità, suggerendo una riflessione sul valore delle cose e delle persone che la società tende a considerare residue.
La mostra veneziana offre così una chiave di lettura efficace dell’intero percorso dell’artista. Dietro la precisione tecnica e il rigore formale emerge una ricerca profondamente umana, costruita attorno al desiderio di dare forma all’invisibile. Le sue opere chiedono tempo, attenzione e lentezza. Invitano a sostare davanti alla superficie per cogliere ciò che si nasconde dietro una piega della carta, un’ombra, una traccia di colore o un riflesso.
In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dalla frammentazione dell’esperienza, il lavoro di David Berkovitz propone un gesto controcorrente. Non cerca l’effetto immediato, ma l’approfondimento; non l’accumulo di informazioni, ma la qualità dello sguardo. Il suo invito, racchiuso nel titolo della mostra, rimane semplice e insieme radicale: andare oltre, immaginare altri cieli possibili e non smettere di cercare ciò che ancora non si vede.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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