Francesco Paterlini alle Grotte di Catullo: lo specchio del nostro tempo

A Sirmione dieci opere dello scultore bresciano si intrecciano con le collezioni archeologiche permanenti, dando vita a un percorso che riflette sul rapporto tra memoria, rovina, identità e trasformazione.

Dal 20 giugno al 4 ottobre 2026 il Museo Archeologico Nazionale di Sirmione ospita “Frammenti”, mostra personale di Francesco Paterlini. Le opere si inseriscono direttamente nell’allestimento permanente delle Grotte di Catullo, creando un dialogo serrato tra reperto archeologico e scultura contemporanea, tra passato remoto e inquietudini del presente.


Le collezioni archeologiche raccontano quasi sempre una storia incompleta. Statue prive di arti, iscrizioni lacunose, architetture sopravvissute soltanto nelle fondazioni. È proprio questa dimensione dell’incompiuto a diventare il fulcro della mostra “Frammenti”, personale dello scultore Francesco Paterlini ospitata al Museo Archeologico Nazionale di Sirmione, all’interno del suggestivo complesso delle Grotte di Catullo, uno dei più importanti siti romani dell’Italia settentrionale.
Curata da Flora Berizzi e Michele Tavola e promossa dalla Direzione regionale Musei nazionali Lombardia, l’esposizione presenta dieci opere tra sculture in pietra, terracotta e installazioni. Più che occupare uno spazio autonomo, i lavori dell’artista si inseriscono direttamente nel percorso permanente del museo, confondendosi con i reperti archeologici e invitando il visitatore a individuarli lungo il tragitto espositivo. Il risultato è una sorta di grande installazione diffusa che trasforma l’intero museo in un unico organismo narrativo.

La scelta di privare le opere del titolo accentua ulteriormente questo dialogo. I lavori non si presentano come entità separate ma come presenze che sembrano emergere naturalmente dal contesto archeologico. Tempietti votivi, rilievi in pietra, piccoli sarcofagi, frammenti anatomici in terracotta e strutture evocative si intrecciano ai reperti romani, generando una continua ambiguità tra antico e contemporaneo.

Il tema del frammento occupa una posizione centrale nella storia dell’arte occidentale. Dalle rovine romane riscoperte durante il Rinascimento fino alle riflessioni romantiche sull’incompiuto, il frammento è stato interpretato come testimonianza del tempo e della fragilità delle civiltà. Nel Novecento artisti come Alberto Giacometti, Anselm Kiefer o Antony Gormley hanno ripreso questa idea per interrogare la condizione contemporanea. Paterlini si inserisce in questa tradizione, ma la declina attraverso una sensibilità fortemente archeologica e antropologica.

Le sue opere evocano infatti oggetti provenienti da un passato indefinito. Corpi mutilati, mani spezzate, teste danneggiate e strutture architettoniche alterate suggeriscono una civiltà in rovina, senza indicare con precisione quale essa sia. In questo modo il frammento smette di essere soltanto un reperto storico e diventa metafora della società contemporanea. Non più testimonianza di un passato remoto da preservare, ma immagine di una condizione presente segnata dalla dispersione, dal consumo e dalla perdita di riferimenti condivisi.

Particolarmente significativa è la presenza di elementi che contaminano il linguaggio dell’antichità classica. Architetture che richiamano il mondo romano convivono con figure inattese, come insetti o corpi abbandonati, introducendo una dimensione perturbante. L’effetto è quello di un cortocircuito visivo che mette in discussione la linearità della storia e suggerisce una visione ciclica dell’esistenza, fatta di costruzioni, decadenze e continue rinascite.

Al centro della ricerca emerge anche il tema della spiritualità. La mostra ruota attorno all’immagine del larario, il piccolo santuario domestico presente nelle abitazioni romane, luogo di culto privato dedicato alle divinità protettrici della famiglia. Da questa figura archetipica l’artista sviluppa una riflessione più ampia sul rapporto tra vita e morte, tra superficie e profondità. Il sottosuolo, le cavità ipogee e gli spazi sepolcrali diventano simboli di una dimensione originaria nella quale si incontrano memoria, sacralità e trasformazione.

Una delle opere più suggestive del percorso è una torre ogivale realizzata in terra o gesso che occupa il corridoio centrale del museo. La struttura può essere letta contemporaneamente come tomba, architettura rituale o nave cosmica. La sua ambiguità rappresenta efficacemente la poetica di Paterlini, interessata a generare immagini aperte, capaci di attraversare epoche e significati differenti.

Il contesto che accoglie la mostra amplifica ulteriormente il valore del progetto. Le Grotte di Catullo costituiscono infatti il più importante esempio di villa romana conservato sulle rive del Lago di Garda. Edificata tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C., la monumentale residenza occupava circa due ettari all’estremità della penisola di Sirmione. Il nome con cui è conosciuta deriva da un equivoco rinascimentale: i primi visitatori, trovandosi di fronte a rovine invase dalla vegetazione, interpretarono gli ambienti crollati come grotte naturali. Solo successivamente gli studi archeologici hanno ricostruito la reale natura del complesso, associato tradizionalmente alla figura del poeta latino Catullo.

All’interno di questo scenario, le opere contemporanee assumono una forza particolare. Il visitatore è chiamato a interrogarsi continuamente su ciò che appartiene al passato e su ciò che è stato creato oggi. La distinzione si fa sottile, quasi irrilevante. Ciò che emerge è invece una riflessione sulla persistenza delle domande fondamentali dell’esistenza umana: il rapporto con il tempo, la memoria delle civiltà, il desiderio di lasciare una traccia e la consapevolezza della propria fragilità.

Nato a Brescia nel 1987, Francesco Paterlini ha intrapreso un percorso non convenzionale. Dopo la laurea in Giurisprudenza si è trasferito a Pietrasanta, uno dei principali centri internazionali della scultura, perfezionando le tecniche tradizionali nei laboratori artigiani della città. Tra le esperienze più significative figurano le collaborazioni con lo Studio Cervietti e con Douglas Gordon, artista scozzese insignito del Turner Prize. Negli ultimi anni il suo lavoro ha attirato l’attenzione di istituzioni e gallerie internazionali, portandolo a esporre in Italia, in Svezia e in Cina.

Con “Frammenti”, Paterlini realizza probabilmente il progetto più coerente con la propria poetica. Le sue sculture non cercano di imitare il passato né di sovrapporsi ad esso. Si insinuano piuttosto negli spazi della memoria archeologica per mostrare quanto il concetto stesso di frammento continui a parlare al presente. In un’epoca dominata dall’accelerazione e dall’obsolescenza, queste opere ricordano che ogni civiltà, ogni oggetto e ogni individuo sono parte di un processo continuo di costruzione, trasformazione e inevitabile dissoluzione.


Da Anna Defrancesco comunicazione <press@annadefrancesco.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

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