



Alla Massimo Lupoli Gallery di Nepi la mostra “L’orizzonte del tuo divano” riunisce opere di epoche diverse per raccontare un percorso artistico che attraversa migrazione, identità, tecnologia e relazioni con il vivente.
Fino al 3 luglio 2026 la Massimo Lupoli Gallery ospita la personale di Valeria Sanguini, a cura di Domiziana Febbi. Un progetto che segna il ritorno dell’artista alla pittura e che trasforma il corpo e lo spazio in luoghi di confronto tra controllo, memoria e possibilità di trasformazione.
Nella Tuscia viterbese, in un ex spazio industriale riconvertito all’arte contemporanea, la pittura torna a essere territorio di ricerca e attraversamento. La mostra L’orizzonte del tuo divano, ospitata alla Massimo Lupoli Gallery di Settevene, frazione di Nepi, rappresenta infatti il ritorno di Valeria Sanguini alla tela dopo anni di sperimentazioni che hanno intrecciato installazione, intervento sociale e riflessione sui fenomeni migratori. Curata da Domiziana Febbi, l’esposizione inaugura il ciclo di progetti monografici della galleria e rimane aperta fino al 3 luglio 2026.
Nata ad Addis Abeba nel 1973 e attiva da molti anni a Roma, Sanguini sviluppa una ricerca che si muove tra pittura, scultura e installazione, affrontando temi legati all’appartenenza, ai confini geografici e culturali, alla dimensione del corpo come luogo politico e alla relazione tra individuo e ambiente. Nel suo percorso convivono esperienze internazionali, pratiche partecipative e una costante attenzione alle trasformazioni sociali che attraversano il presente.

La mostra riunisce opere appartenenti a periodi diversi della sua produzione. Non si tratta di una retrospettiva tradizionale, ma di una rilettura che mette in dialogo lavori lontani nel tempo per evidenziarne connessioni e sviluppi. Ne emerge una ricerca coerente, costruita attorno a una tensione costante tra forze di controllo e possibilità di emancipazione.
Secondo la lettura proposta da Domiziana Febbi, il percorso espositivo si articola intorno a una polarità che attraversa l’intera produzione dell’artista. Da una parte si manifesta una dimensione meccanica e oppressiva, riconducibile ai dispositivi contemporanei di sorveglianza, standardizzazione e disciplinamento; dall’altra emerge una forza organica e generativa che prende forma attraverso radici, miceli, anatomie in trasformazione e reti relazionali. È una dialettica che richiama molte delle riflessioni sviluppate negli ultimi decenni dall’ecologia politica, dal pensiero femminista e dalle teorie postumane, discipline che hanno ridefinito il rapporto tra esseri umani, tecnologia e natura.
Al centro della mostra compare un elemento ricorrente e insolito: il magnete. Presente fisicamente in numerose opere, il magnetismo diventa una metafora delle forze invisibili che attraversano corpi e territori. Attrazione e repulsione, conflitto e protezione, memoria e desiderio vengono tradotti in una materia visiva che coinvolge pittura, scultura e installazione. Frammenti elettronici, residui tecnologici e strumenti di misurazione perdono la loro funzione originaria per trasformarsi in componenti poetiche di nuovi organismi simbolici.

L’esposizione si sviluppa come una narrazione in tre movimenti. Il primo affronta la dimensione della vulnerabilità e dello sradicamento. Opere come Parto (Atterraggio), My Mom Wanted to Be an Astronaut e la serie ispirata al luna park berlinese MaiFest riflettono sulla precarietà dell’esistenza contemporanea, sulle forme della violenza sistemica e sulla fragilità delle identità in movimento. Temi che richiamano alcune delle esperienze più significative vissute dall’artista a contatto con le rotte migratorie e con le comunità giovanili coinvolte nei suoi progetti.
Nel secondo momento del percorso la resistenza assume una forma più esplicita. Tecnologie obsolete e materiali industriali vengono recuperati e reinterpretati in chiave critica. L’operazione ricorda alcune pratiche dell’arte contemporanea che, dagli anni Sessanta in poi, hanno trasformato gli oggetti della società tecnologica in strumenti di riflessione politica e culturale. Opere come Cinturone, Life Belt e I Stand for You ridefiniscono il corpo femminile come luogo di sopravvivenza, autonomia e opposizione alle logiche del controllo.
Il cuore della mostra si trova però nell’ultima sezione, dedicata alle Mamasetas, una serie che rappresenta la sintesi più matura della ricerca di Sanguini. Qui gruppi di corpi femminili e materni si intrecciano a figure fungine, radici e organismi vegetali, evocando l’universo biologico del sottobosco. Il riferimento ai miceli non è casuale. Negli ultimi anni la rete sotterranea dei funghi è diventata un potente modello interpretativo per descrivere sistemi di cooperazione e interdipendenza all’interno degli ecosistemi. Sanguini traduce questa immagine in una metafora sociale e politica, immaginando comunità capaci di protezione reciproca e relazioni non gerarchiche.
Particolarmente significativa è Mamasetas (Chiama Viola), che richiama l’esperienza delle reti di mutuo soccorso femminile, mentre Mamasetas (Sezione) “a cappella” mette in scena una figura completamente avvolta e custodita dal tessuto biologico del sottobosco. In queste opere la pittura sembra perdere consistenza per trasformarsi in spora, energia diffusa, presenza che sfugge ai meccanismi di sorveglianza e classificazione.
Il percorso si conclude con Hula Hop (Pachamama), lavoro in cui si fondono riferimenti alla maternità, alla terra e alla dimensione cosmica. La figura della Pachamama, divinità andina associata alla fertilità e alla generazione della vita, diventa il simbolo di una riconciliazione tra essere umano e ambiente. Le tensioni che attraversano l’intera esposizione trovano qui una possibile sintesi: il territorio non è più confine o proprietà, ma parte di un ciclo biologico più ampio che coinvolge corpi, ecosistemi e memoria collettiva.
Ad accogliere questo progetto è uno spazio che rappresenta esso stesso una dichiarazione di intenti. La Massimo Lupoli Gallery sorge infatti in un capannone industriale della zona di Nepi, a circa trenta minuti da Roma. Una scelta che si inserisce nella lunga tradizione internazionale di recupero di edifici produttivi destinati a nuove funzioni culturali. Dalle ex fabbriche trasformate in musei ai grandi centri d’arte contemporanea ricavati da complessi industriali dismessi, la riconversione dello spazio produttivo è diventata una delle cifre distintive della cultura contemporanea.
In questo contesto, L’orizzonte del tuo divano non appare soltanto come una mostra di pittura. È piuttosto un percorso che mette in relazione biografia, politica, ecologia e immaginazione, restituendo alla pratica artistica la capacità di interrogare il presente e di immaginare nuove forme di convivenza. Il ritorno alla tela di Valeria Sanguini non coincide con un ritorno alle origini, ma con l’apertura di una nuova fase della sua ricerca, nella quale il gesto pittorico diventa uno strumento per leggere le trasformazioni del mondo e le possibilità ancora inesplorate della relazione umana.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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