
Alla Manuel Zoia Gallery di Milano un nuovo ciclo di opere indaga ciò che permane dopo il passaggio del tempo. Tra interni silenziosi, paesaggi e tracce di vite trascorse, la pittura si concentra sul dialogo tra luce, spazio e ricordo.
Dal 18 al 27 giugno 2026 la Manuel Zoia Gallery ospita “Restanza”, personale di Karam Sebastiano Cannarella curata da Vera Agosti. Un progetto che segna una nuova tappa nella ricerca dell’artista siciliano, orientata verso una pittura sempre più essenziale e meditativa.
Esiste una pittura che racconta gli eventi e una pittura che si concentra su ciò che rimane quando gli eventi sono già accaduti. La nuova mostra di Karam Sebastiano Cannarella, intitolata Restanza e ospitata alla Manuel Zoia Gallery di Milano dal 18 al 27 giugno 2026, appartiene a questa seconda categoria. Curata da Vera Agosti e organizzata in collaborazione con Independent Artists, l’esposizione presenta un ciclo di opere che riflette sul tempo, sulla memoria e sulla persistenza delle cose oltre la loro presenza fisica.
Cannarella, nato a Portopalo di Capo Passero nel 1942 e formatosi all’Accademia di Brera dopo il trasferimento a Milano negli anni Sessanta, è una figura che attraversa oltre mezzo secolo di ricerca artistica. Le sue esperienze tra Italia, Francia, Svizzera, Germania, Nord Africa e Medio Oriente hanno alimentato una produzione che nel tempo ha affrontato temi legati all’identità mediterranea, alla memoria culturale, alle questioni sociali e alla rilettura della tradizione figurativa europea.
Con Restanza l’artista prosegue idealmente il percorso avviato con Veglia morbida, il recente ciclo dedicato alle drag queen e a quella dimensione sospesa tra rappresentazione pubblica e vita privata. Se in quelle opere il corpo occupava ancora il centro della scena, ora la figura umana si ritrae quasi completamente. Restano gli oggetti, gli ambienti, le tracce di un passaggio. Restano soprattutto la luce e lo spazio, che diventano i veri protagonisti della narrazione pittorica.
Il titolo della mostra possiede una particolare densità culturale. Nella riflessione dell’artista, la “restanza” indica ciò che permane, ciò che resiste all’erosione del tempo e continua ad abitare il presente. Vera Agosti sottolinea come il corpo non scompaia realmente, ma si trasformi in memoria, eco e traccia. La pittura diventa allora uno strumento capace di trattenere ciò che tende naturalmente a dissolversi.
Nel suo testo critico, significativamente intitolato Nella luce. Lo spazio vissuto, Agosti individua nell’opera Dopo la presenza la sintesi dell’intero progetto. Una parrucca bionda, una sedia, una borsa, alcuni petali schiacciati e una piccola apertura da cui entra una luce intensa bastano a evocare una storia senza mostrarne i protagonisti. L’assenza diventa presenza indiretta; il vuoto si trasforma in racconto. La luce, scrive la curatrice, trattiene lo spazio della memoria.


L’intera mostra ruota attorno a questo elemento. La luce non svolge una funzione descrittiva ma diventa materia emotiva. Talvolta protegge e custodisce, talvolta ferisce e rivela. Agosti richiama esplicitamente la lezione di Caravaggio, individuando in opere come Spiraglio una luminosità drammatica che attraversa il buio come una lama, attribuendo allo spazio una dimensione simbolica oltre che visiva.
Questa attenzione alla luce appartiene a una lunga tradizione della pittura occidentale. Dal naturalismo caravaggesco alle atmosfere sospese della pittura metafisica, fino alle ricerche contemporanee sulla percezione e sullo spazio, la luce è stata spesso utilizzata non soltanto per illuminare ma per costruire significati. Nel caso di Cannarella essa diventa il mezzo attraverso cui il ricordo assume una forma tangibile e continua a esistere.
Il percorso espositivo è organizzato in nuclei tematici e cromatici. Compaiono interni silenziosi, luoghi della spiritualità, paesaggi rurali e visioni marine. Un confessionale consumato dal tempo sembra conservare segreti mai rivelati; una chiesa rischiarata da piccoli lumi suggerisce il passaggio di una presenza appena svanita; uno spaventapasseri accanto a un aratro emerge come una figura sospesa tra realtà e apparizione. In questi lavori la pittura riduce progressivamente il proprio linguaggio all’essenziale, lasciando che siano le relazioni tra colore, luce e spazio a costruire il senso dell’immagine.
Particolarmente significativa è la sezione dedicata al mare. Navi arenate, cavalli immobili sul bagnasciuga, orizzonti azzurri attraversati da bagliori luminosi compongono una geografia della memoria che richiama indirettamente le origini mediterranee dell’artista. Vera Agosti osserva come il cavallo di Il cavallo rimasto, in realtà una figura in cartapesta proveniente da una giostra, evochi lontanamente le atmosfere di Giorgio de Chirico e di Aligi Sassu, trasformando un semplice oggetto in una presenza carica di malinconia e significati.
Il concetto stesso di restanza possiede inoltre una risonanza che supera l’ambito strettamente artistico. Negli studi dell’antropologo calabrese Vito Teti, il termine è stato utilizzato per descrivere la scelta di restare, di custodire un legame con i luoghi d’origine senza rinunciare al confronto con il mondo. Agosti ricorda come il titolo della mostra sia nato autonomamente nella riflessione dell’artista, ma finisca per dialogare con questa dimensione culturale più ampia, fatta di memoria, radici e resistenza al dissolvimento.
Ad accompagnare l’esposizione sarà pubblicato un catalogo con i testi di Vera Agosti e di Emanuele Beluffi. Quest’ultimo sintetizza efficacemente il senso dell’intero progetto quando afferma che Cannarella mostra il “dopo”, ciò che continua a vivere nelle cose una volta terminata l’azione. È una prospettiva che attraversa tutta la mostra: gli oggetti non sono semplici nature morte, ma depositi di esperienze, frammenti di esistenze che la pittura rende nuovamente visibili.
In Restanza non vi è alcuna nostalgia decorativa. La ricerca di Cannarella si concentra piuttosto sulla capacità dell’immagine di conservare ciò che rischia di essere dimenticato. Attraverso una pittura sempre più sobria, essenziale e meditativa, l’artista costruisce spazi in cui la memoria continua a respirare. La luce diventa allora il luogo in cui il passato incontra il presente, trasformando l’assenza in una forma silenziosa ma persistente di presenza.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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