




A Bubble Space una grande installazione vegetale immaginaria e una costellazione di sculture interrogano il confine tra natura, artificio e trasformazione
Fino al 22 novembre 2026 Bubble Space, a Venezia, ospita ErbaLuce, mostra personale di Noemi Priolo curata da Vincenzo Alessandria. Attraverso installazioni e sculture che intrecciano elementi organici e sintetici, l’artista costruisce un universo sospeso tra mito, memoria e immaginazione biologica.
Nel tessuto di Venezia, città che da secoli vive sul confine tra natura e costruzione umana, la mostra ErbaLuce di Noemi Priolo trova una collocazione particolarmente significativa. Ospitata negli spazi di Bubble Space, a Dorsoduro, l’esposizione raccoglie alcune delle più recenti ricerche dell’artista siciliana, proponendo un percorso nel quale la materia sembra continuamente mutare stato, sfuggendo alle classificazioni abituali e aprendo nuove possibilità di lettura del rapporto tra essere umano e ambiente.
Curata da Vincenzo Alessandria e visitabile fino al 22 novembre 2026, la mostra prende il nome dall’opera che ne costituisce il fulcro. ErbaLuce si presenta come una grande installazione scultorea che assume l’aspetto di una pianta immaginaria ispirata al cardo selvatico delle regioni mediterranee. Da uno stelo in alluminio si sviluppano foglie, spine e fiori realizzati in vetro, radicati in un terreno di pietra lavica. La composizione richiama una forma botanica familiare, ma allo stesso tempo introduce elementi estranei che trasformano la pianta in una creatura appartenente a un ecosistema possibile più che reale.
Particolarmente significativa è la presenza dei fiori, modellati come mani giunte in preghiera. Il gesto evoca una dimensione spirituale, ma viene sottratto a qualsiasi riferimento confessionale per assumere il valore di un atto di ascolto e riconciliazione con il mondo materiale. Il vetro, materiale tradizionalmente associato alla fragilità e alla trasparenza, acquista qui una qualità quasi aggressiva e luminosa. Le forme sembrano emergere dal terreno come se una forza invisibile le spingesse verso l’alto, trasformando la crescita vegetale in un’immagine di continua tensione e trasformazione.
L’universo evocato da Priolo si alimenta di paradossi. La pianta che dà il titolo alla mostra viene descritta come una specie infestante capace di diffondere spore velenose. Tuttavia il veleno non è associato alla distruzione, bensì a uno stato di pace e serenità. Questo ribaltamento simbolico introduce una riflessione sulla metamorfosi come possibilità di cambiamento e sul superamento delle opposizioni tradizionali tra beneficio e minaccia, attrazione e pericolo, crescita e dissoluzione.
A occupare lo spazio espositivo interviene anche Amor Mundi, ciclo composto da nove sculture disseminate nell’ambiente come presenze autonome. Le opere si caratterizzano per superfici lucide e forme compatte che suggeriscono riferimenti al mondo entomologico senza mai diventare riconoscibili in modo esplicito. Appendici filamentose e strutture irregolari sembrano svilupparsi come organi sensibili, trasformando ogni elemento in una creatura sospesa tra organismo vivente e costruzione artificiale. Il titolo richiama il concetto elaborato dalla filosofa Hannah Arendt, secondo la quale l’amore per il mondo rappresenta una responsabilità verso la realtà condivisa e la pluralità dell’esperienza umana. Priolo traduce questa intuizione in una serie di forme che celebrano il contatto, la contaminazione e la possibilità di coesistenza tra differenze.
Completa il percorso 965, opera costruita attraverso un processo di accumulo e aggregazione. Elementi minuti si organizzano in superfici dense e stratificate che ricordano strutture cellulari, tessuti organici o sistemi naturali in espansione. L’opera suggerisce l’idea di una crescita potenzialmente infinita, nella quale ogni singola parte mantiene la propria identità pur contribuendo a una forma collettiva più ampia.
L’intera esposizione si sviluppa attorno a una riflessione che attraversa gran parte della ricerca artistica contemporanea: il progressivo dissolversi delle categorie che hanno tradizionalmente separato naturale e artificiale, umano e non umano, vivente e costruito. In questo senso il lavoro di Priolo dialoga con le ricerche che, dagli anni Novanta in poi, hanno esplorato il concetto di ibridazione biologica e culturale, mettendo in discussione l’idea di una netta separazione tra il mondo umano e quello naturale.
La formazione dell’artista contribuisce a comprendere l’origine di questo immaginario. Nata a Palermo nel 1990, Priolo si è formata all’Accademia di Belle Arti della sua città e ha successivamente trascorso un lungo periodo in Inghilterra tra il 2016 e il 2021. La sua ricerca affonda le radici nell’immaginario arcaico della Sicilia, interpretato non come repertorio folklorico ma come territorio mentale popolato da memorie ancestrali, tensioni primordiali e figure in continua trasformazione. Resine, pellicce, piume e materiali recuperati diventano strumenti per costruire creature che sfuggono a qualsiasi classificazione stabile.
Le opere di ErbaLuce sembrano così appartenere a una mitologia privata che si apre però a interrogativi universali. L’artista non rappresenta la natura come qualcosa di separato dall’essere umano, ma come una condizione condivisa nella quale identità e materia sono sottoposte a processi continui di trasformazione. Lo spettatore viene invitato a rallentare lo sguardo, ad abitare le ambiguità che le opere propongono e a confrontarsi con forme che non chiedono di essere decifrate, ma attraversate.
In una città come Venezia, da sempre laboratorio di scambi culturali e di convivenza tra elementi diversi, ErbaLuce si presenta come una riflessione poetica e visionaria sulla possibilità di immaginare nuove forme di appartenenza. Attraverso scultura, materia e luce, Noemi Priolo costruisce un paesaggio nel quale il confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è diventa sempre più poroso, lasciando emergere una dimensione fatta di metamorfosi, memoria e continua rinascita.
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| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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