Quando il suono diventa immagine: il percorso artistico di Manuela Scannavini

Si è conclusa a Roma la mostra “Quando il suono si fa segno”, un progetto che ha intrecciato pittura, musica, scrittura e movimento. Al centro del lavoro dell’artista Manuela Scannavini, il tema dell’ascolto come origine del gesto creativo e della trasformazione interiore.

La chiusura della personale ospitata a Spazio Sferocromia non rappresenta un punto d’arrivo ma una tappa di un percorso in continua evoluzione. Un dialogo tra arti differenti ha accompagnato il pubblico attraverso opere, video, incisioni e riflessioni sul rapporto tra silenzio, colore e immaginazione.


Nel panorama dell’arte contemporanea esistono percorsi creativi che sfuggono alle definizioni disciplinari tradizionali e scelgono di abitare le zone di confine tra linguaggi differenti. È il caso del progetto sviluppato da Manuela Scannavini in occasione della mostra Quando il suono si fa segno, conclusasi nei giorni scorsi presso Spazio Sferocromia a Roma, l’ex officina meccanica trasformata dall’artista Umberto Ippoliti in un luogo dedicato alla ricerca e alla sperimentazione artistica nel quartiere di Monteverde Vecchio.
L’esposizione ha rappresentato un momento di particolare intensità nel percorso dell’artista romana, condensando oltre vent’anni di ricerca in un progetto capace di intrecciare pittura, incisione, musica, scrittura, video e performance. Più che una semplice retrospettiva, la mostra si è configurata come un laboratorio aperto sul processo creativo, nel quale il pubblico ha potuto seguire il percorso che conduce dall’intuizione all’opera compiuta.

A suggellare l’esperienza espositiva è stato un dialogo pubblico tra Scannavini e lo scrittore Giulio Marzaioli, moderato dalla curatrice Eugenia Querci e successivamente diffuso in più episodi attraverso il canale YouTube dell’artista. L’incontro ha messo in luce una delle dimensioni più significative del progetto: la relazione tra parola e immagine, tra narrazione e astrazione, tra ciò che viene detto e ciò che resta affidato al linguaggio del colore.

Marzaioli, nato a Firenze nel 1972 e da anni attivo tra poesia, narrativa e scrittura teatrale, è autore di opere che spesso indagano il confine tra il mondo materiale e quello simbolico. Nei volumi I sassi e Spin-off, pubblicati da Tic Edizioni, gli oggetti apparentemente più ordinari assumono una presenza quasi viva, diventando strumenti di riflessione sul tempo, sul silenzio e sulla trasformazione. Proprio questa capacità di animare l’inanimato ha colpito profondamente Scannavini, che ha riconosciuto nella scrittura dell’autore una sorprendente vicinanza con il proprio universo creativo.

Nel corso del dialogo è emerso come il tema del sasso, centrale nella scrittura di Marzaioli, sia diventato per l’artista una vera e propria metafora esistenziale. La materia apparentemente immobile, silenziosa e resistente si trasforma in simbolo di ascolto e di mutamento. È una riflessione che si collega a una lunga tradizione culturale che attraversa la filosofia, la poesia e l’arte contemporanea, dove il silenzio non viene interpretato come assenza ma come spazio fertile della creazione.

Il concetto di ascolto costituisce infatti uno dei nuclei centrali dell’intera ricerca di Scannavini. La sua pratica artistica si sviluppa da anni attraverso un processo che unisce percezione, memoria e trasformazione del dato sensibile. Prima ancora del gesto pittorico emergono parole, suggestioni e stati emotivi che vengono associati a colori e materiali. In questa occasione, tuttavia, il percorso si è modificato: a precedere l’immagine è stata la musica.

Fondamentale è stato il confronto con le composizioni del Maestro Carmelo Travia, in particolare con i brani Zirconio e Silver Smoke. L’ascolto di queste opere ha costituito l’innesco da cui sono nate le grandi tele esposte a Roma. Secondo la lettura proposta dalla curatrice Eugenia Querci, l’artista ha seguito una sorta di “onda immateriale”, traducendo frequenze, ritmi e tensioni sonore in strutture cromatiche e segni pittorici. Un procedimento che richiama alcune delle esperienze più significative dell’astrazione del Novecento, da Vasilij Kandinskij alle ricerche sinestetiche che hanno cercato di stabilire relazioni tra colore e musica.

Il titolo della mostra sintetizza efficacemente questo processo. Il suono non viene illustrato né rappresentato, ma trasformato. Diventa traccia, gesto, ritmo visivo. La pittura assume così il carattere di una partitura aperta, nella quale la dimensione emotiva precede la costruzione formale e ne determina l’evoluzione.

Il percorso espositivo comprendeva cinque grandi opere pittoriche, tre litografie su linoleum, un’incisione a puntasecca, due monotipi e due video, affiancati da taccuini, prove d’autore e materiali preparatori. Particolarmente significativa la presenza delle fotografie di backstage realizzate da Ilaria Turini durante la produzione del video che dà il titolo all’intero progetto.

Il video principale, diretto da Jacopo Brucculeri con la fotografia di Lorenzo Lattanzi, intrecciava la coreografia di Giulia Rosolin con l’interpretazione della giovane ginnasta Sofia Biancari sulle musiche di Travia. A esso si affiancava un secondo lavoro audiovisivo, un racconto intimo di circa otto minuti costruito attraverso la voce narrante di Francesca Ritrovato e il montaggio di Alessandro Chiappini, concepito come guida all’interno del processo creativo dell’artista.

La mostra ha inoltre assunto una dimensione sociale attraverso il sostegno a Medici Senza Frontiere, confermando come la pratica artistica possa dialogare anche con il tema della responsabilità civile e della partecipazione collettiva.

Nata a Roma nel 1970 e laureata in sociologia, Manuela Scannavini ha intrapreso il proprio percorso artistico nel 2007 sviluppando una ricerca che attraversa pittura, stampa, incisione e installazione. Dal 2024 lavora presso Spazio Sferocromia, luogo che è diventato non soltanto atelier ma anche laboratorio permanente di confronto con altri artisti e con il pubblico.

La conclusione di Quando il suono si fa segno non segna dunque la fine di un’esperienza, ma l’apertura di nuove possibilità. Le opere nate da questo progetto continuano a raccontare una visione dell’arte come esperienza di immersione interiore, ascolto e trasformazione. Una pratica che non cerca di descrivere il mondo visibile ma di renderne percepibili le vibrazioni più profonde, là dove il colore incontra il silenzio e la parola diventa immagine.


Da Diana Daneluz <dianadaneluz410@gmail.com> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

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