Nowhere Land. Quando il paesaggio fotografico diventa immaginazione

Alla Galleria Vik Milano una mostra collettiva indaga il confine tra realtà e visione attraverso gli sguardi di alcuni protagonisti della fotografia contemporanea

Il paesaggio non è soltanto ciò che vediamo. È memoria, esperienza, costruzione culturale, talvolta persino invenzione. Da questa idea prende forma “Nowhere Land – The Imaginary Landscape of Photography”, la mostra che riunisce a Milano undici autori accomunati dalla volontà di superare la fotografia come semplice registrazione del reale.


Dal 16 giugno al 10 settembre 2026 la Galleria Vik Milano ospita “Nowhere Land. The Imaginary Landscape of Photography”, esposizione curata da Alessandro Riva che affronta uno dei temi più antichi e al tempo stesso più attuali della storia delle immagini: il paesaggio come territorio dell’immaginazione. Attraverso linguaggi, generazioni e percorsi professionali differenti, la mostra propone una riflessione sul modo in cui la fotografia trasformi il mondo visibile in esperienza mentale, emotiva e simbolica.

Il tema del paesaggio accompagna la storia dell’arte occidentale da secoli. Dalla pittura romantica alle vedute urbane della modernità, fino alle ricerche fotografiche contemporanee, il paesaggio è progressivamente diventato molto più di una semplice rappresentazione della natura o dell’ambiente costruito. È una forma di interpretazione del mondo. La fotografia, in particolare, ha accentuato questa ambiguità: pur nascendo come strumento di documentazione, ha mostrato fin dalle sue origini la capacità di alterare la percezione della realtà attraverso la scelta dell’inquadratura, della luce, del punto di vista e del tempo.

È proprio questo scarto tra luogo reale e luogo immaginato a costituire il filo conduttore della mostra milanese. Tutti gli autori coinvolti partono da spazi concreti – città, architetture, mari, campagne, foreste o ambienti costruiti – ma utilizzano l’immagine fotografica come strumento di trasformazione, capace di trasferire il paesaggio dalla geografia alla memoria, dalla cronaca alla visione.

Tra i protagonisti dell’esposizione figura Gabriele Basilico, uno dei maggiori interpreti della fotografia italiana del secondo Novecento. Le sue celebri vedute urbane hanno ridefinito il modo di osservare la città contemporanea. Dalle periferie industriali milanesi ai grandi centri del Mediterraneo e del Medio Oriente, Basilico ha sviluppato una ricerca rigorosa nella quale l’architettura diventa racconto del tempo e delle trasformazioni sociali. Nelle sue immagini lo spazio urbano appare come un organismo complesso, da osservare con attenzione quasi archeologica.

Diversa ma ugualmente legata alla dimensione evocativa è la ricerca di Lucio Gelsi, che dopo una lunga esperienza nella fotografia di moda ha rivolto il proprio sguardo verso il paesaggio metropolitano. Le sue immagini dedicate a New York restituiscono una città sospesa tra realtà e cinema, dove luci, prospettive e atmosfere sembrano appartenere contemporaneamente al presente e al ricordo.

Il tema del viaggio attraversa invece l’opera di George Tatge, fotografo italoamericano la cui biografia si sviluppa tra Istanbul, l’Europa, gli Stati Uniti e l’Italia. Nelle sue fotografie il paesaggio perde progressivamente consistenza geografica per assumere un valore emotivo e simbolico. Campagne, edifici e spazi aperti diventano luoghi della memoria, territori interiori nei quali l’osservatore è invitato a riconoscere esperienze universali.

Una dimensione quasi primordiale emerge invece nelle immagini di Luca Gilli, tratte dalla serie Absolute Landscape. Le terre islandesi diventano scenari sospesi ai confini del reale, ambienti in cui la forza degli elementi naturali genera visioni che sembrano provenire direttamente dall’immaginario collettivo. Un approccio che dialoga idealmente con il lavoro di Federica Palmarin, dedicato ai paesaggi di Mauritius. Qui il processo fotografico procede per sottrazione: cielo, mare e orizzonte vengono ridotti ai loro elementi essenziali, fino a sfiorare il linguaggio dell’astrazione.

Sul terreno dell’ambiguità percettiva si colloca anche la ricerca di Teresa Emanuele, che utilizza riflessi, trasparenze, ombre e dettagli apparentemente marginali per mettere in discussione il rapporto tra visione e realtà. Le sue fotografie trasformano la quotidianità in una dimensione instabile, dove il confine tra ciò che esiste e ciò che viene immaginato rimane volutamente indefinito.

La mostra dedica ampio spazio anche alle pratiche di costruzione del paesaggio. Nei collage fotografici di Anna Muzi, frammenti provenienti da contesti differenti vengono assemblati per generare geografie impossibili. Montagne, corsi d’acqua, foreste e figure umane si combinano in scenari che sembrano emergere direttamente dai processi della memoria e del sogno.

Una riflessione affine, ma sviluppata attraverso il dialogo tra fotografia, architettura e design, caratterizza il lavoro di Santi Caleca. Le sue immagini nascono dai modellini progettati da Ettore Sottsass e Johanna Grawunder tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Attraverso il controllo della luce e della prospettiva, questi oggetti diventano paesaggi credibili, luoghi immaginari che sembrano appartenere a una realtà possibile. Il risultato è un interessante cortocircuito tra progetto, rappresentazione e finzione visiva.

Più raccolta e contemplativa appare la ricerca della giovane Olga Mai, che presenta piccoli paesaggi immersi in atmosfere soffuse e custoditi all’interno di cornici d’antiquariato. La ridotta dimensione delle opere invita a un’osservazione ravvicinata e lenta, trasformando il rapporto con l’immagine in un’esperienza quasi privata.

La tensione verso l’essenzialità caratterizza anche il lavoro di Antonio De Luca, dove rocce, mare, alberi e linee del territorio vengono progressivamente semplificati fino a raggiungere una forte concentrazione poetica. Il paesaggio reale lascia così spazio a una dimensione universale, capace di parlare direttamente alla sensibilità dello spettatore.

A chiudere idealmente il percorso è Uliano Lucas, figura centrale del reportage italiano. Le sue fotografie dedicate all’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta ricordano come il paesaggio sia anche una costruzione sociale. Attraverso famiglie, lavoratori, viaggiatori e momenti della vita quotidiana emerge il ritratto di un Paese che cambia, trasformando il territorio in memoria collettiva.

Nel loro insieme, le opere raccolte in “Nowhere Land” mostrano come il paesaggio fotografico non coincida mai completamente con il luogo che rappresenta. Ogni immagine è il risultato di una mediazione tra realtà e interpretazione, tra osservazione e desiderio, tra documento e invenzione. È proprio in questa zona intermedia che la fotografia continua a esercitare il proprio fascino: non limitandosi a registrare il mondo, ma contribuendo costantemente a reinventarlo.


Da Paola Martino ufficio stampa <paolamartinoufficiostampa@gmail.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

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