
Alla Fabbrica del Vapore una performance tra filosofia, musica e pane per interrogare il significato dell’identità
Il 17 giugno, negli spazi della Fabbrica del Vapore di Milano, il filosofo e musicista Massimo Donà, insieme a Chiara Quaglia e Piero Gabrieli, porta in scena una riflessione originale sul rapporto tra individuo e relazione. Al centro della performance il pane, assunto come simbolo di trasformazione, comunità e responsabilità condivisa.
Che cosa significa essere uno? È una domanda antica quanto la filosofia stessa, eppure continua a interrogare il presente con sorprendente attualità. Attorno a questo tema prende forma Sulla soglia. Farina e fantasia: appunti per una possibile strategia, la performance in programma il 17 giugno 2026 presso lo Spazio Messina 2 della Fabbrica del Vapore di Milano, all’interno del ciclo di incontri collegato alla mostra La misura dell’UNO, dedicata ai dieci anni del Movimento Arte Etica. L’appuntamento nasce come sviluppo di una delle questioni centrali affrontate dall’esposizione milanese: il rapporto tra identità e relazione, tra ciò che distingue e ciò che unisce. Un tema che attraversa gran parte della riflessione contemporanea, dalle scienze sociali alla filosofia, e che negli ultimi decenni è tornato al centro del dibattito culturale attraverso concetti come interdipendenza, comunità e responsabilità collettiva.
Protagonisti dell’incontro saranno il filosofo e musicista Massimo Donà, figura nota nel panorama filosofico italiano per le sue ricerche sul pensiero estetico e sul rapporto tra arte e conoscenza, insieme a Chiara Quaglia, amministratrice delegata di Petra Molino Quaglia, e a Piero Gabrieli, direttore marketing dell’azienda. Ad accompagnare la narrazione sarà un quartetto jazz composto da Beppe Calamosca al trombone, Massimo Donà alla chitarra, Stefano Olivato al basso e Davide Ragazzoni alla batteria. La musica non svolgerà una funzione di semplice commento, ma parteciperà attivamente alla costruzione del racconto, alternandosi alle parole e ai gesti in una struttura performativa che intreccia linguaggi diversi.
L’elemento più originale del progetto è la scelta del pane come chiave di lettura filosofica. Grano, farina, acqua e impasto diventano infatti strumenti per riflettere sui processi che trasformano la materia e, insieme, sulle relazioni che trasformano le persone. Il pane è uno degli alimenti più antichi della storia umana. Presente nelle culture del Mediterraneo, del Vicino Oriente e dell’Europa fin dalla rivoluzione agricola del Neolitico, ha assunto nel corso dei secoli significati che vanno ben oltre il semplice nutrimento. Simbolo religioso, elemento rituale, misura della sopravvivenza economica e segno di appartenenza comunitaria, il pane continua ancora oggi a rappresentare una delle immagini più potenti della condivisione.

La performance parte proprio da questa stratificazione simbolica. Ogni passaggio della filiera produttiva viene interpretato come una metafora della relazione. Il chicco viene separato dalla spiga e macinato; la farina incontra l’acqua; l’impasto prende forma; il pane nasce attraverso una successione di trasformazioni che uniscono elementi differenti. In questo processo assume un ruolo centrale la figura del mugnaio, individuata come punto di passaggio tra mondi diversi: tra il contadino e il panettiere, tra il campo e il forno, tra ciò che cresce e ciò che nutre.
Da questa immagine prende forma quella che gli ideatori definiscono una vera e propria “ontologia del pane”. Le identità non vengono considerate come realtà autosufficienti, ma come espressioni di una rete di relazioni. Il contadino, il mugnaio e il panettiere esistono pienamente soltanto nel rapporto reciproco che li collega. È una prospettiva che richiama alcune importanti correnti del pensiero contemporaneo, dalle filosofie dialogiche del Novecento fino alle teorie della relazione sviluppate in ambito antropologico e sociale.
In scena, gli elementi materiali della panificazione diventano così strumenti narrativi. Grano, farina, acqua, impasto e pane accompagnano una riflessione che attraversa il confine tra natura e artificio, tra materia e significato, tra ciò che ereditiamo e ciò che scegliamo di trasformare. Il gesto quotidiano della preparazione del pane viene elevato a metafora dell’esperienza umana, mostrando come ogni forma di identità nasca da un continuo processo di incontro e cambiamento.
L’iniziativa si collega inoltre al progetto culturale Bread Religion, promosso da Petra Molino Quaglia, che da anni propone una riflessione sul valore simbolico, sociale e culturale del pane. L’obiettivo è riportare al centro dell’attenzione un alimento spesso percepito esclusivamente come prodotto di consumo, recuperandone invece la dimensione di linguaggio, rito e patrimonio condiviso. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla standardizzazione dei processi alimentari, il pane torna così a essere occasione di riflessione sulla qualità delle relazioni che costruiscono una comunità.
Primo appuntamento del ciclo di incontri collegati a La misura dell’UNO, la performance milanese propone infine una domanda tanto semplice quanto profonda: il pane che scegliamo racconta qualcosa di ciò che siamo? Dietro questo interrogativo si intravede una questione più ampia che riguarda il rapporto tra consumo, cultura e identità. Non una risposta definitiva, ma un invito a sostare sulla soglia evocata dal titolo dell’evento, in quello spazio intermedio dove le cose smettono di essere soltanto ciò che appaiono e diventano occasione di pensiero.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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