
Una riflessione sull’identità, la memoria e la libertà di essere
In occasione del Pride Month, il Dazio Cinque Giornate ospita una mostra collettiva che attraversa linguaggi, generazioni e sensibilità differenti. Pittura, fotografia, street art e pratiche visive contemporanee diventano strumenti per raccontare il corpo, il desiderio, le relazioni e le molte forme dell’identità nel mondo contemporaneo.
Nel calendario delle iniziative milanesi dedicate al Pride Month, la mostra That’s a Pride, in programma dal 17 al 30 giugno 2026 presso il Dazio Cinque Giornate, propone una riflessione ampia e articolata sui temi dell’identità, della rappresentazione e dell’autodeterminazione. Curata da Alfonso Umali, l’esposizione riunisce undici artisti appartenenti a generazioni e percorsi differenti, chiamati a confrontarsi con questioni che attraversano il dibattito culturale contemporaneo ben oltre i confini delle sole tematiche LGBTQ+.
L’obiettivo del progetto non è costruire una narrazione univoca né offrire definizioni rigide. Al contrario, la mostra sceglie di accogliere prospettive differenti, talvolta intime e autobiografiche, altre volte apertamente politiche o simboliche, lasciando emergere la complessità delle esperienze individuali e collettive. Pittura, fotografia, street art e linguaggi visivi contemporanei convivono così in un percorso che mette al centro il corpo, il desiderio, la memoria e le forme attraverso cui le persone costruiscono e raccontano se stesse.
L’arte contemporanea si è confrontata con i temi dell’identità fin dagli anni Sessanta e Settanta, quando i movimenti femministi, le battaglie per i diritti civili e le prime rivendicazioni LGBTQ+ iniziarono a trasformare profondamente il rapporto tra esperienza personale e rappresentazione artistica. Da allora il concetto stesso di identità è diventato uno dei principali campi di ricerca dell’arte internazionale, dando vita a opere che interrogano il genere, la memoria, il corpo e le dinamiche di inclusione ed esclusione. In questo contesto si inserisce anche la proposta di That’s a Pride, che utilizza la pluralità degli sguardi come strumento di confronto e conoscenza.

Tra le presenze più significative figura Antonella Casazza, artista milanese che da anni lavora sul confine tra immaginario popolare e simbolico. Le sue figure sospese tra ironia e sensualità affrontano il tema degli stereotipi sociali attraverso immagini che mantengono una leggerezza solo apparente. Dietro l’invenzione formale emerge infatti una riflessione sul modo in cui i ruoli e le aspettative influenzano la costruzione dell’identità individuale.
Uno sguardo differente è quello della fotografa Letizia Zocco, che documenta la vita notturna milanese attraverso immagini dedicate a club, performance e momenti di condivisione comunitaria. Le sue fotografie non assumono il carattere del reportage tradizionale, ma restituiscono la vitalità di ambienti nei quali le identità vengono continuamente ridefinite e negoziate.
Il tema della memoria attraversa invece il lavoro del giovane pittore spagnolo Juan Carlos Prieto. Partendo da fotografie recuperate negli archivi familiari, l’artista costruisce immagini sfocate e vibranti in cui il ricordo personale si trasforma in esperienza universale. Le sue opere evocano il rapporto tra appartenenza, nostalgia e costruzione del sé, suggerendo come ogni identità sia il risultato di una stratificazione di memorie.
La dimensione urbana emerge nei dipinti di Marta Mez, che presenta una veduta dell’Electric Ballroom di Camden Town, storico locale londinese legato alla cultura musicale internazionale. Nella sua pittura l’architettura diventa luogo della memoria collettiva, trasformandosi in una presenza sospesa tra esperienza personale e immaginario condiviso.
Particolarmente centrale per i temi della mostra è la ricerca fotografica di Federica Palmarin, dedicata a performer, drag queen, persone transgender e protagonisti della scena queer contemporanea. I suoi ritratti esplorano il rapporto tra corpo, rappresentazione e desiderio, evidenziando come l’identità non sia una condizione statica ma un processo aperto, costruito attraverso scelte, trasformazioni e percorsi individuali.
Una riflessione sulla costruzione delle immagini caratterizza anche il lavoro di Alessandro Grimoldieu. L’opera presentata in mostra, Una diva senza tempo, fonde i tratti di differenti icone femminili del Novecento in una figura archetipica sospesa tra cultura popolare, memoria collettiva e immaginario mediatico. Più che un ritratto, l’immagine diventa una meditazione sul modo in cui la cultura visuale costruisce e trasmette modelli di femminilità.
L’esposizione include inoltre le opere di Alessandro Baffigi, artista che opera tra pittura, street art e progettazione culturale. Attraverso un linguaggio essenziale e immediatamente riconoscibile, Baffigi affronta temi legati all’inclusione, all’affettività e alle relazioni umane, costruendo immagini capaci di dialogare tanto con lo spazio espositivo quanto con la cultura urbana contemporanea.
Stefano Banfi, graphic designer e art director con una lunga esperienza professionale, propone invece una riflessione sul patrimonio iconografico della cultura occidentale. Le sue celebri “Linee” reinterpretano miti, figure archetipiche e capolavori della storia dell’arte attraverso un segno ridotto all’essenziale, dimostrando come anche le immagini più note possano essere continuamente rilette e aggiornate.
Una forte tensione civile caratterizza il lavoro di Bruno Volpez, che trasferisce nella pittura l’impatto visivo della street culture. In mostra presenta un ritratto dedicato a Marielle Franco, attivista brasiliana impegnata nella difesa dei diritti umani e della comunità LGBTQ+, assassinata nel 2018. L’opera assume il valore di una testimonianza contro ogni forma di discriminazione e violenza, ricordando il ruolo che l’arte può svolgere nella conservazione della memoria collettiva.
Il rapporto tra identità e natura emerge nelle opere di Matteo Bianchi, popolate da figure simboliche e atmosfere sospese. Il fauno protagonista del lavoro esposto diventa metafora di una condizione esistenziale nella quale desiderio, appartenenza e relazione con il mondo naturale si intrecciano in modo inseparabile.
Chiude il percorso la ricerca di Vetra Cerulli, caratterizzata da una tecnica pittorica di grande precisione. Attraverso ritratti, scene quotidiane e frammenti della cultura underground contemporanea, l’artista racconta la propria generazione con uno sguardo partecipe e privo di giudizio, restituendo complessità e dignità a mondi spesso marginalizzati o poco rappresentati.
Il risultato complessivo è una mostra che non pretende di offrire risposte definitive. That’s a Pride sceglie piuttosto di costruire uno spazio di ascolto e confronto, nel quale differenze, appartenenze e storie individuali possano convivere senza essere ridotte a categorie rigide. In questa prospettiva il Pride non appare soltanto come una celebrazione, ma come un’occasione per riflettere sul riconoscimento reciproco, sulla libertà di espressione e sul diritto di essere visibili.
Attraverso linguaggi diversi ma complementari, gli artisti coinvolti mostrano come l’identità contemporanea sia una realtà complessa, mobile e continuamente ridefinita dall’esperienza. L’arte diventa così uno strumento capace di restituire profondità alle differenze e di trasformarle in occasione di dialogo, contribuendo a costruire una cultura della pluralità fondata sul rispetto e sulla conoscenza reciproca.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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