Ad Arles la fotografia racconta territori feriti e nuove forme dell’abitare

Ai confini del mondo: come abitare confini, memorie, corpi e territori plasmati da sconvolgimenti ecologici, politici e sociali

La mostra internazionale “At the Edge of Worlds” riunisce otto progetti fotografici e documentari che attraversano crisi ambientali, memorie diasporiche e pratiche di resistenza. All’Arles OFF Festival, l’immagine diventa una mappa sensibile delle fratture del presente.


Dal 27 giugno al 20 settembre 2026 gli spazi di Le Printemps, nel centro di Arles, ospitano At the Edge of Worlds. Inhabiting the Territories, Surviving the Fracture, mostra gratuita inserita nel programma dell’Arles OFF Festival e ideata da La Kabine, associazione francese dedicata alla promozione delle arti visive emergenti. La direzione artistica è affidata a Florent Basiletti e Juliette Larochette.
L’esposizione riunisce otto progetti fotografici e documentari provenienti da diverse aree del pianeta. Il filo conduttore è il modo in cui gli esseri umani abitano territori segnati da trasformazioni profonde: confini politici, memorie collettive, identità diasporiche, ecosistemi compromessi e paesaggi sottoposti a pressioni sociali ed economiche. L’intento non è costruire una geografia delle catastrofi, ma delineare una cartografia emotiva e culturale del presente, in cui le immagini restituiscono spazi vulnerabili, contesi e in continua ridefinizione.

Arles è da decenni uno dei principali laboratori internazionali della fotografia contemporanea. Accanto alle celebri Rencontres d’Arles, nate nel 1970, il circuito OFF è divenuto nel tempo un importante terreno di sperimentazione per autori emergenti, collettivi indipendenti e pratiche espositive capaci di intrecciare ricerca artistica e questioni sociali. In questo contesto, At the Edge of Worlds si colloca come un’indagine sul rapporto tra immagine e territorio, tema che attraversa buona parte della fotografia documentaria contemporanea.

Tra i lavori in mostra, First Generation di Carolina Arantes affronta la costruzione identitaria delle donne francesi di origine africana, esplorando il complesso dialogo tra appartenenza, eredità culturale e integrazione. Con Dans ma chair, un pays, Nathyfa Michel concepisce invece il corpo come uno spazio abitato dalla memoria e dalla spiritualità, un luogo di trasmissione in cui l’esperienza diasporica diventa materia visiva e narrativa.

La dimensione ecologica emerge con forza in The Tears of Motherland di Masoumeh Bahrami, dedicato al drammatico prosciugamento delle zone umide iraniane e al silenzioso collasso di interi ecosistemi. Il progetto di Lys Arango, Guatemala, One Day the Fields Will Bloom Again, documenta invece le difficoltà delle comunità agricole alle prese con siccità e insicurezza alimentare, mostrando la capacità di resistenza di territori che continuano a produrre vita nonostante condizioni estreme.

Altre opere indagano il rapporto tra pratiche culturali e sopravvivenza collettiva. In HORŠE HÍYYIS, Kalie Granier richiama le tradizioni di combustione culturale del popolo Muwekma Ohlone, comunità nativa della California, evidenziando il valore di conoscenze ancestrali oggi riscoperte anche nel dibattito contemporaneo sulla gestione sostenibile del paesaggio. Nyaba Léon Ouédraogo e Arnold Fokam esplorano invece le relazioni tra acqua, sistemi di credenze e cosmologie africane, suggerendo come il patrimonio spirituale possa rappresentare una forma di resistenza alle trasformazioni ambientali e sociali. L’esposizione rende inoltre omaggio allo sguardo del fotografo palestinese Ismail Abu Hatab, autore che ha documentato le fragilità e la resilienza della società palestinese attraverso una pratica fotografica profondamente legata all’esperienza del territorio.

L’iniziativa porta la firma di La Kabine, associazione fondata nel 2021 da tre diplomati dell’École Nationale Supérieure de la Photographie di Arles. Attraverso mostre, residenze, laboratori ed eventi, l’organizzazione sostiene la nuova creazione artistica e promuove una riflessione critica sui linguaggi dell’immagine contemporanea e sulle loro implicazioni sociali e culturali.

Il percorso di At the Edge of Worlds suggerisce infine una domanda che attraversa molta arte del nostro tempo: che cosa significa oggi abitare il mondo? Le opere riunite ad Arles non offrono risposte univoche. Propongono piuttosto una serie di attraversamenti, tra geografie ferite e memorie persistenti, mostrando come la fotografia possa ancora essere uno strumento di conoscenza, testimonianza e immaginazione del futuro.


Da Nathalie Dran RP <nathalierp@nathalierp.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

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