
La Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre dedica una grande mostra a uno dei più raffinati interpreti del dialogo tra Oriente e Occidente, protagonista del programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026
Dipinti, documenti e opere provenienti da collezioni italiane e giapponesi raccontano il percorso di Shu Takahashi, artista capace di fondere l’essenzialità della tradizione nipponica con le ricerche delle avanguardie europee in un linguaggio di sorprendente modernità.
Esistono artisti che abitano un solo luogo e altri che trasformano il viaggio in una forma del pensiero. Shu Takahashi appartiene a questa seconda categoria. La sua opera, sospesa tra Giappone e Italia, tra spiritualità orientale e sperimentazione contemporanea, è al centro della mostra «七転び八起き – Nanakorobi Yaoki. Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava», sarà inaugurata il 2 luglio alla Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre e visitabile fino al 4 settembre nell’ambito del programma di L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. L’esposizione, curata da Anna Imponente in collaborazione con Ari Takahashi, figlio dell’artista, nasce dall’amicizia e dal dialogo intellettuale che legarono Shu Takahashi a Giorgio de Marchis, storico dell’arte, già Soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e successivamente direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. Proprio da questo rapporto nacque il dono di un nucleo di opere oggi conservato dalla Fondazione aquilana, attorno al quale si sviluppa il percorso espositivo, arricchito da prestiti provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e giapponesi.
Il titolo della rassegna richiama un antico proverbio giapponese, «cadere sette volte, rialzarsi l’ottava», espressione che sintetizza l’idea di resilienza e di perseveranza. Un concetto che assume un significato particolare all’Aquila, città segnata dalla prova del terremoto e dalla capacità di ricostruire attraverso la cultura e la memoria. La stessa direttrice della Fondazione, Diana Di Berardino, sottolinea come Italia e Giappone condividano esperienze storiche e sensibilità analoghe, trovando nell’arte un terreno di reciproco riconoscimento.

Nato nel 1930 nella prefettura di Hiroshima, Shu Takahashi si avvicinò alla pittura come esigenza di libertà e di espressione personale. Dopo il Gran Premio dei Nuovi Artisti ottenuto nel 1961 al Museo Nazionale d’Arte Moderna di Tokyo con l’opera Strada della luna, nel 1963 si trasferì a Roma grazie a una borsa di studio del Governo italiano. Il soggiorno italiano rappresentò un momento decisivo della sua formazione. L’incontro con lo spazialismo di Lucio Fontana e con il vivace clima delle avanguardie europee non cancellò le sue radici orientali, ma contribuì a rafforzare una ricerca fondata sul dialogo tra culture differenti.
Dopo una prima fase caratterizzata da opere monocrome e da una forte impronta zen, nel 1966, in occasione della sua prima personale alla Galleria del Cavallino di Venezia, Takahashi introdusse una tavolozza di colori vibranti e materiali innovativi come smalti nitrati e acrilici. La pittura si aprì così a una dimensione più vitale e sensuale, in cui il colore divenne energia, movimento e celebrazione della vita.
La sua produzione si sviluppò lungo un percorso del tutto personale. Da un lato l’artista assimilò la tradizione figurativa giapponese, in particolare la teoria del colore dell’Ukiyo-e e il gusto per le superfici compatte e avvolgenti; dall’altro accolse suggestioni provenienti dal minimalismo e dall’astrazione occidentale. Nacquero così le celebri shaped canvas, tele sagomate dai margini curvilinei che superano la distinzione tra pittura e scultura, trasformando l’opera in una presenza fisica e spaziale.
Anna Imponente individua nella sua arte «semplificazioni estreme», una straordinaria eleganza formale e la capacità di creare superfici leggere e quasi antigravitazionali. Nei dipinti di Takahashi i confini tra colore e forma diventano i «grandiosi confini del mondo», evocando gli elementi primordiali – cielo, terra, vento, fuoco e acqua – e restituendo quella percezione dell’infinito che, secondo la studiosa, trova una suggestiva consonanza con i celebri tagli di Lucio Fontana.
Parallelamente all’attività pittorica, Takahashi sviluppò una forte vocazione per l’arte pubblica. Convinto che l’opera dovesse uscire dai musei per entrare nella vita delle persone, realizzò interventi murali, mosaici e sculture monumentali sia in Italia sia in Giappone. Tra i lavori più significativi figurano il Battistero di Volterra, il mosaico Quattro Stagioni nella stazione romana di Ottaviano e le grandi opere ambientali realizzate a Hiroshima e Yokohama. La sua carriera internazionale fu segnata anche dalla partecipazione alla Biennale di Venezia del 1976 e alla Quadriennale di Roma dell’anno successivo, fino alla grande retrospettiva organizzata nel 1993 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
Nel 2020 il Governo giapponese gli ha conferito il titolo di Persona di Merito Culturale e nel 2021 quello di Commendatore è giunto dal Governo italiano, a suggellare il ruolo di mediatore culturale che Takahashi ha svolto per tutta la vita. La mostra aquilana restituisce proprio questa identità complessa e coerente: quella di un artista capace di attraversare confini geografici e linguaggi differenti senza mai rinunciare alla propria essenza, costruendo un «mondo fluttuante» nel quale Oriente e Occidente continuano a dialogare in una forma di armonia sorprendentemente attuale.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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