
Al Festival OFF Arles 2026 una mostra internazionale riflette sul significato della fotografia nell’epoca degli algoritmi, delle identità rigide e dell’intelligenza artificiale, recuperando criticamente un termine tra i più controversi della storia del Novecento.
Le immagini non sono mai innocenti. Possono documentare, convincere, manipolare oppure mettere in crisi le nostre certezze. È da questa consapevolezza che prende forma “(DE)GENERATE(D)”, una mostra che sceglie di confrontarsi con una parola carica di memoria storica per interrogare il presente della fotografia.
Dal 8 al 26 luglio 2026, negli spazi de L’Étoile de la Roquette ad Arles, si svolge (DE)GENERATE(D) – Generated and Degenerated Photography, esposizione inserita nel programma del Festival OFF Arles, la manifestazione che da anni affianca i celebri Rencontres d’Arles proponendo percorsi indipendenti dedicati alla ricerca fotografica contemporanea. L’ingresso è gratuito e il progetto si presenta come una riflessione sul ruolo delle immagini in una società sempre più attraversata da tecnologie digitali, intelligenza artificiale e nuove forme di classificazione culturale.
Il titolo della mostra richiama volutamente una delle pagine più oscure della storia europea. Nel 1937 il regime nazista organizzò a Monaco l’esposizione Entartete Kunst (“Arte degenerata”), destinata a screditare le avanguardie artistiche considerate incompatibili con l’ideologia del Terzo Reich. Opere di artisti come Wassily Kandinsky, Paul Klee, Ernst Ludwig Kirchner, Marc Chagall e molti altri furono presentate al pubblico come esempi di una presunta decadenza culturale, mentre migliaia di lavori venivano confiscati dai musei tedeschi. Quella definizione divenne uno strumento politico per stabilire quali immagini fossero considerate legittime e quali dovessero invece essere escluse dallo spazio pubblico.
A quasi un secolo di distanza, la mostra di Arles non intende rievocare quell’episodio storico in chiave commemorativa, ma utilizzarlo come punto di partenza per interrogare il presente. Secondo il progetto curatoriale, ogni epoca costruisce infatti le proprie categorie di inclusione ed esclusione, decidendo quali immagini risultino rassicuranti e quali invece disturbino gli equilibri culturali dominanti. I momenti di crisi non iniziano necessariamente con la censura esplicita: spesso prendono forma attraverso classificazioni, etichette e criteri apparentemente neutri che finiscono per limitare la complessità dello sguardo.
Il punto di partenza dell’iniziativa nasce da una riflessione di Nicolas Havette, che ha promosso una open call internazionale chiedendo agli artisti di confrontarsi con una domanda volutamente provocatoria: che cosa significa oggi una fotografia “degenerata”? La risposta non consiste in una definizione univoca, ma nell’idea di un’immagine capace di sottrarsi alle convenzioni, di oltrepassare i propri confini disciplinari e di mettere in discussione categorie consolidate. Una fotografia che rifiuta di comportarsi secondo aspettative prestabilite e che, proprio per questo, apre nuove possibilità interpretative.
Sono stati selezionati quasi venti artisti, accomunati non da uno stile condiviso, ma dalla capacità di interrogare criticamente le trasformazioni del presente. Le loro pratiche attraversano linguaggi differenti: fotografia documentaria, archivi, finzione, collage, installazione, immagini vernacolari, sperimentazione analogica e digitale, fino all’impiego dell’intelligenza artificiale come strumento creativo. L’esposizione non propone quindi una tesi precostituita, ma costruisce un dialogo aperto tra esperienze differenti, spesso anche contrastanti.

La fotografia contemporanea vive infatti una stagione di profonda trasformazione. La diffusione di sistemi generativi basati sull’intelligenza artificiale, la crescente centralità degli algoritmi nella selezione delle immagini e la produzione continua di contenuti digitali stanno modificando non soltanto il modo di realizzare una fotografia, ma anche quello di leggerla e attribuirle valore. In questo scenario il dibattito internazionale si concentra sempre più sui concetti di autenticità, autore, manipolazione e veridicità dell’immagine, temi affrontati da musei, università e istituzioni culturali in tutto il mondo.
La mostra suggerisce inoltre una riflessione sul funzionamento delle piattaforme digitali. Gli algoritmi tendono infatti a privilegiare contenuti che confermano comportamenti già osservati, riducendo spesso la visibilità di ciò che appare ambiguo, complesso o difficilmente classificabile. In questo senso la fotografia diventa uno strumento per interrogare i meccanismi con cui vengono costruite le narrazioni contemporanee e per rivendicare il valore del dubbio come elemento essenziale della conoscenza.
Il percorso espositivo è concepito come un grande gabinetto delle curiosità contemporaneo, nel quale le opere dialogano senza seguire un ordine lineare. Le immagini si richiamano, si contraddicono e si contaminano reciprocamente, creando un sistema di relazioni che invita il visitatore a costruire autonomamente il proprio itinerario interpretativo. La curatela non utilizza le opere per illustrare un tema prestabilito, ma per generare attriti, sovrapposizioni e nuove possibilità di lettura.
In un panorama culturale caratterizzato da una crescente richiesta di semplificazione, (DE)GENERATE(D) propone invece il valore della complessità. Le fotografie raccolte ad Arles non offrono risposte definitive, ma pongono domande sul rapporto tra memoria, tecnologia, identità e libertà dello sguardo. È proprio questa disponibilità a mettere in discussione le categorie consolidate a rendere l’esposizione uno degli appuntamenti più stimolanti del Festival OFF 2026, confermando il ruolo di Arles come uno dei principali laboratori internazionali dedicati alla fotografia e alla cultura visiva contemporanea.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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