La biblioteca che custodisce cinque secoli di meraviglie. A Busseto un patrimonio raro

Dal Monte di Pietà fondato nel Cinquecento ai libri d’artista del Novecento, la Biblioteca di Busseto conserva tesori della storia della stampa, della tipografia e della cultura europea. Un luogo poco conosciuto, ma sorprendentemente vivo, visitabile gratuitamente ogni seconda domenica del mese.

Alcuni dei libri più importanti della storia occidentale non si trovano nelle grandi biblioteche nazionali, ma in un elegante palazzo seicentesco della pianura parmense. Qui convivono incunaboli, capolavori rinascimentali, libri proibiti, edizioni bodoniane e opere d’arte contemporanea, raccontando cinque secoli di cultura attraverso la forma stessa del libro.


La Biblioteca di Busseto, nel cuore della provincia di Parma, potrebbe essere un esempio fra quei luoghi che sembrano appartenere a una geografia segreta della cultura. Non perché siano nascosti, ma perché la loro fama non è ancora proporzionata al valore di ciò che custodiscono. Frequentata quotidianamente dai lettori del territorio e aperta come servizio pubblico, conserva uno dei patrimoni bibliografici più sorprendenti d’Italia, capace di attraversare oltre cinque secoli di storia della stampa, dell’editoria e dell’arte del libro. La sede è il monumentale Palazzo del Monte di Pietà, costruito nel 1679, edificio che racconta una vicenda iniziata molto prima. Il Monte di Pietà venne infatti fondato nel 1537 dai frati francescani con il sostegno della famiglia Pallavicino come istituzione di solidarietà sociale. Non era soltanto un luogo destinato al credito: concedeva prestiti di grano durante le carestie, aiutava le famiglie più povere, finanziava le doti delle ragazze prive di mezzi e sosteneva gli studi dei giovani più promettenti. Fu proprio questo sistema di assistenza a permettere al giovane Giuseppe Verdi, nato nelle vicine Roncole, di proseguire la propria formazione musicale a Milano, dando avvio a una delle più straordinarie carriere della storia dell’opera italiana.

Nel corso dei secoli il patrimonio librario si è arricchito grazie a donazioni, acquisizioni e importanti vicende storiche. Un momento decisivo arrivò nel 1768, quando l’espulsione dei Gesuiti dal Ducato di Parma portò nella biblioteca numerosi volumi appartenuti all’ordine religioso. Quel nucleo costituisce ancora oggi il cuore del fondo antico, con incunaboli, cinquecentine e preziose edizioni che testimoniano la stagione d’oro della tipografia europea. Negli ultimi anni la raccolta si è ulteriormente ampliata con la Collezione Mingardi, dedicata sia ai libri antichi sia ai livre d’artista del Novecento, mentre la Fondazione Cariparma continua ad arricchire il patrimonio con acquisizioni di assoluto rilievo e con iniziative espositive dedicate al grande pubblico. In questi giorni è esposta anche una monumentale edizione della Divina Commedia illustrata da Amos Nattini, una delle imprese editoriali italiane più ambiziose del secolo scorso.

Tra i capolavori conservati spicca l’Hypnerotomachia Poliphili, stampata da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499 e universalmente considerata uno dei vertici assoluti dell’arte tipografica rinascimentale. Il volume affascina ancora oggi per l’equilibrio tra testo, illustrazioni e impaginazione, oltre che per il celebre acrostico nascosto nelle iniziali dei trentotto capitoli, attraverso il quale l’autore rivela la propria identità: «Poliam Frater Franciscus Columna Peramavit». Il carattere utilizzato da Manuzio, perfezionato nei secoli successivi, è all’origine del celebre Bembo, uno dei font più diffusi nella tipografia contemporanea.

Non meno straordinarie sono le Cronache di Norimberga di Hartmann Schedel, pubblicate nel 1493. Con oltre milleottocento xilografie, rappresentano una delle opere illustrate più importanti del Quattrocento. Tra gli artigiani coinvolti nella realizzazione delle matrici figurava con ogni probabilità anche il giovane Albrecht Dürer, destinato a diventare uno dei grandi protagonisti dell’arte europea. Curiosamente, la stessa incisione veniva spesso riutilizzata per raffigurare città differenti, segno di un’epoca in cui il valore simbolico dell’immagine prevaleva sulla precisione documentaria.

La biblioteca conserva anche uno dei libri più discussi del Rinascimento, lo Zodiacus Vitae di Marcello Palingenio Stellato. Pubblicato sotto pseudonimo negli anni Trenta del Cinquecento, il poema filosofico venne inserito nell’Indice dei libri proibiti per le sue posizioni considerate eterodosse. Quando le autorità ecclesiastiche identificarono l’autore, questi era già morto; le sue ossa furono riesumate e bruciate, mentre il libro continuò a circolare in tutta Europa, arrivando a superare sessanta edizioni. Una delle rare copie cinquecentesche sopravvissute è oggi conservata proprio a Busseto.

Parma è anche la città di Giambattista Bodoni, il tipografo che tra Settecento e Ottocento trasformò il libro in un’opera di rigorosa eleganza formale. I suoi caratteri, ancora oggi tra i più celebri della storia della grafica, sono entrati stabilmente nella cultura visiva internazionale. Tra le acquisizioni della Fondazione Cariparma figura una preziosa edizione dell’Oratio Dominica, il Padre Nostro stampato in decine di lingue del mondo. Più che un testo religioso, l’opera nasceva come campionario tipografico, destinato a mostrare la qualità dei caratteri disponibili in officina. Un principio che anticipa, per certi aspetti, l’uso dei testi dimostrativi adottati ancora oggi nella progettazione dei font digitali.

Il percorso arriva fino al Novecento grazie alla Collezione Mingardi, dove il libro smette definitivamente di essere soltanto supporto della parola scritta per diventare oggetto artistico. Accanto al celebre Jazz di Henri Matisse trovano posto il rivoluzionario Depero Futurista, il celebre “libro imbullonato” progettato da Fortunato Depero nel 1927, e uno dei più sorprendenti libri pop-up di Andy Warhol, che contiene elementi tridimensionali, un disco cartaceo funzionante, un preservativo e perfino una pagina impregnata di LSD, testimonianza della cultura pop americana degli anni Sessanta. Opere che dimostrano come il libro possa trasformarsi in esperienza sensoriale, oggetto di design e opera d’arte al tempo stesso.

Questo patrimonio non è rinchiuso in un archivio riservato agli studiosi. La Biblioteca di Busseto continua a svolgere la funzione per cui è nata: essere un luogo pubblico di conoscenza. Le sale storiche sono utilizzate quotidianamente da studenti e lettori, mentre ogni seconda domenica del mese il progetto Meravigliosa Biblioteca apre gratuitamente anche gli ambienti normalmente non accessibili, comprese le antiche casseforti del Monte di Pietà, attraverso visite guidate su prenotazione. È un modo concreto per restituire alla collettività una raccolta che appartiene alla storia culturale italiana e che continua a crescere grazie all’impegno della Fondazione Cariparma.

In un’epoca dominata dalla lettura digitale e dalla circolazione immateriale delle informazioni, la Biblioteca di Busseto ricorda che il libro è anche un oggetto progettato, costruito e pensato. Ogni volume custodisce non solo un testo, ma una storia di tipografia, di arte, di tecnica e di società. È forse questa la ragione per cui una visita tra i suoi scaffali lascia la sensazione di aver attraversato non una semplice biblioteca, ma cinque secoli di cultura europea raccontati attraverso la materia stessa della carta.


Da Chiara Alfieri <alfieri@Fondazionecrp.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

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