
Con il Doppio Dittico della Frattura Cognitiva, l’artista siciliano sviluppa una riflessione sul rapporto tra uomo e intelligenza artificiale. Un’opera che, attraverso il linguaggio del Transrealismo, propone una lettura critica delle trasformazioni cognitive, sociali e politiche del XXI secolo.
Più che rappresentare il presente, l’opera di Francesco Guadagnuolo prova a interrogare il tempo che ci attende. Al centro della sua ricerca non c’è la tecnologia in sé, ma la possibilità che il divario più profondo del futuro riguardi la capacità delle persone di comprendere e governare l’intelligenza artificiale.
Non è il progresso tecnologico a inquietare Francesco Guadagnuolo. È la velocità con cui procede rispetto alla capacità della società di comprenderlo. Da questa considerazione prende forma il Doppio Dittico della Frattura Cognitiva, una delle opere più recenti dell’artista, che diventa occasione per riflettere su un tema destinato ad assumere un peso crescente nel dibattito contemporaneo: la possibile nascita di una nuova disuguaglianza fondata non sulla ricchezza economica, ma sull’accesso alla conoscenza tecnologica.
L’opera si inserisce nel percorso del Transrealismo Italia, corrente sviluppata da Guadagnuolo a partire dal 1995 insieme al critico Antonio Gasbarrini. Più che un movimento artistico tradizionale, il Transrealismo si propone come una ricerca che intreccia linguaggio visivo, riflessione filosofica e trasformazioni scientifiche. L’obiettivo non è rappresentare fedelmente la realtà, ma interpretarne i processi evolutivi, mettendo in relazione biologia, informazione, reti digitali e mutazioni della società contemporanea.
Il Doppio Dittico della Frattura Cognitiva, realizzato con olio e collage su tele sagomate, rompe volutamente la tradizionale struttura rettangolare del quadro. Le superfici si articolano in una composizione verticale costituita da due dittici sovrapposti, una scelta che assume un preciso significato concettuale. La pittura non è più semplice rappresentazione, ma diventa una sorta di architettura mentale, un dispositivo capace di suggerire un percorso di trasformazione della coscienza umana. Secondo la lettura proposta dall’autore, la forma stessa dell’opera partecipa alla costruzione del messaggio, superando la distinzione tra supporto e contenuto.

Il registro iconografico abbandona deliberatamente la rappresentazione tradizionale della figura umana. Nel dittico inferiore compare un’entità sospesa tra dimensione biologica e universo digitale. Alla sua sinistra si sviluppa una materia terrestre frammentata, associata alla vulnerabilità dell’uomo; sulla destra emergono reti, circuiti e connessioni che evocano una coscienza algoritmica. Tra queste due dimensioni si colloca una colonna luminosa costituita da codici, interpretata dall’artista come la nuova soglia che separa chi saprà dialogare con l’intelligenza artificiale da chi ne resterà escluso.
La parte superiore dell’opera richiama esplicitamente il celebre Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Non si tratta tuttavia di una citazione formale. Se nel disegno leonardesco l’essere umano rappresenta la misura armonica dell’universo, nella rilettura di Guadagnuolo quella centralità viene messa in discussione. La figura non occupa più il centro del mondo, ma sembra trasformarsi in un punto di passaggio tra natura e rete, tra corpo e informazione, suggerendo una nuova condizione antropologica determinata dall’evoluzione tecnologica.
La riflessione proposta dall’artista si inserisce in un dibattito oggi particolarmente vivo. Da anni filosofi, sociologi e studiosi delle tecnologie digitali discutono del cosiddetto digital divide, il divario nell’accesso agli strumenti informatici e alle competenze necessarie per utilizzarli. Con la diffusione dell’intelligenza artificiale generativa, questo tema si è progressivamente ampliato fino a comprendere quella che numerosi osservatori definiscono AI literacy, ossia la capacità critica di comprendere il funzionamento, i limiti e le implicazioni dell’intelligenza artificiale. È proprio questa prospettiva che Guadagnuolo traduce in forma artistica, immaginando una futura “frattura cognitiva” destinata a incidere sulla partecipazione sociale e culturale.
Nell’intervista che accompagna la presentazione dell’opera, l’artista sostiene che la vera povertà del futuro potrebbe non essere economica, ma cognitiva. Chi non riuscirà a comprendere i nuovi linguaggi tecnologici rischierà, secondo la sua interpretazione, di essere progressivamente escluso dai processi decisionali, dal mercato del lavoro e dalla vita culturale. Si tratta di una posizione che appartiene alla visione personale dell’autore e che viene proposta come stimolo al confronto sul rapporto tra innovazione tecnologica, istruzione e cittadinanza.
Da questa prospettiva nasce anche la sua riflessione sul ruolo delle istituzioni. Guadagnuolo individua nella scuola, nell’università e nella formazione permanente gli strumenti attraverso cui costruire una diffusa alfabetizzazione tecnologica, considerata indispensabile per evitare nuove forme di esclusione sociale. Parallelamente richiama il dibattito internazionale sul Reddito Universale di Base (Universal Basic Income – UBI), ipotizzandolo come possibile risposta ai profondi cambiamenti che l’automazione e l’intelligenza artificiale potrebbero introdurre nel mercato del lavoro. Il tema dell’UBI è oggi oggetto di studi economici e sperimentazioni in diversi Paesi, pur restando al centro di un confronto politico e accademico ancora aperto.
La ricerca di Guadagnuolo conferma così una caratteristica costante dell’arte contemporanea: non offrire soluzioni, ma costruire immagini capaci di anticipare domande. In questo caso la pittura diventa uno spazio di riflessione sulle trasformazioni della condizione umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Che le previsioni dell’artista si realizzino o meno, il Doppio Dittico della Frattura Cognitiva invita a considerare la conoscenza come una delle risorse decisive del XXI secolo. Se il futuro sarà davvero segnato da nuove forme di disuguaglianza, suggerisce l’opera, esse nasceranno forse meno dall’accesso alle macchine che dalla capacità di comprenderne il linguaggio e governarne gli effetti sulla società.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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