
A Villa Altieri la nuova mostra di Monica Argentino trasforma pittura, performance e installazione in un percorso dedicato alla permanenza del ricordo e alla costruzione dell’identità
La memoria non è un archivio immobile, ma una materia viva che continua a modificare il presente. Con Gazzie Rimembranza, Monica Argentino costruisce un progetto multidisciplinare in cui pittura, corpo e gesto si intrecciano per restituire al ricordo una dimensione condivisa, capace di oltrepassare la sfera individuale.
Esistono parole che custodiscono un’intera geografia affettiva. Non hanno bisogno di essere tradotte, perché il loro significato si rivela attraverso le immagini, gli odori e i legami che evocano. Gazzie, termine dialettale calabrese scelto da Monica Argentino come titolo della sua nuova mostra, appartiene a questa categoria: una parola che diventa il punto di partenza per riflettere sul rapporto tra memoria, identità e trasformazione. Dal 27 luglio al 7 agosto 2026, Villa Altieri – Palazzo della Cultura e della Memoria Storica di Roma ospita Gazzie Rimembranza, esposizione personale curata da Roberta Melasecca e promossa dall’Associazione culturale Il Segno con il patrocinio della Città Metropolitana di Roma Capitale.
Lontano dall’idea di una semplice mostra di pittura, il progetto assume fin dall’origine un carattere multidisciplinare. Le diciassette opere esposte dialogano con installazioni, video, azioni performative e interventi dal vivo, costruendo un ambiente nel quale il visitatore è chiamato a confrontarsi con una memoria che non appartiene soltanto al passato, ma continua ad agire nel presente. La ricerca dell’artista si sviluppa infatti attorno all’idea della memoria come luogo di permanenza, relazione e continua trasformazione, dove corpo, gesto e pensiero si intrecciano senza soluzione di continuità.

L’inaugurazione amplia ulteriormente questa dimensione esperienziale. Dopo gli interventi di Tiziana Biolghini, delegata alla Cultura, Politiche sociali e Pari opportunità della Città Metropolitana di Roma Capitale, e della docente di Filosofia e Storia Barbara Gentili, lo spazio espositivo viene attraversato da due installazioni viventi interpretate da Maria Carla Generali e Carlotta Valitutti, i cui corpi, dipinti dall’artista, diventano superfici espressive in continuo dialogo con le opere. A completare il percorso interviene la performance di danza di Marie Claire Graneri, che trasforma il movimento in una prosecuzione naturale del linguaggio pittorico.
Il titolo dell’esposizione racchiude il nucleo simbolico dell’intero progetto. “Gazzie” è il nome con cui, in alcune aree della Calabria, vengono indicate le acacie farnesiane, alberi noti per l’intensità del loro profumo, capace di persistere anche dopo la caduta dei fiori. Monica Argentino dedica questa parola al padre e la assume come metafora della memoria: un’eredità invisibile che continua a diffondersi, sedimentandosi nelle persone e nei luoghi, alimentando l’identità individuale e quella collettiva. L’immagine dell’aroma che permane oltre la presenza fisica richiama un tema ricorrente nella cultura occidentale, dove il ricordo viene spesso rappresentato come traccia capace di oltrepassare il tempo e di rigenerare continuamente il significato dell’esperienza.
Questa riflessione trova una precisa traduzione nella pratica artistica di Argentino. Le superfici pittoriche non si limitano a ospitare il colore, ma vengono costruite attraverso una stratificazione di materiali differenti: tessuti, elementi metallici, frammenti lignei, testi poetici e oggetti appartenenti alla sfera personale emergono dalla materia pittorica come reperti di una biografia che si apre alla dimensione universale. Il risultato è un linguaggio che supera la tradizionale distinzione tra pittura e installazione, trasformando ogni opera in uno spazio attraversabile, nel quale la memoria assume una consistenza fisica. Come osserva Roberta Melasecca nel testo curatoriale, le opere diventano luoghi d’incontro fra esperienze individuali e storie condivise, aprendo continuamente nuovi livelli di lettura.

Il ricorso a materiali eterogenei inserisce il lavoro dell’artista all’interno di una ricerca che, dalla seconda metà del Novecento, ha progressivamente ampliato il concetto stesso di pittura. Dalle sperimentazioni dell’Informale europeo alle poetiche della materia sviluppate da Alberto Burri, fino alle pratiche installative e performative contemporanee, molti artisti hanno sostituito la rappresentazione con la presenza fisica dell’opera. Anche Monica Argentino costruisce superfici che non illustrano un ricordo, ma lo incarnano, trasformando la materia in esperienza e il gesto artistico in processo di conoscenza.
L’interdisciplinarità rappresenta da tempo il tratto distintivo della sua ricerca. Attiva dagli inizi degli anni Novanta, Monica Argentino opera tra pittura, performance, videoarte e installazione. Dopo l’esordio alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma nel 1991, il suo percorso si è sviluppato attraverso progetti come Chimera: le forme del male alla Galleria Polmone Pulsante, Archetipo Umano al MACRO di Roma e la videoopera Involucro, premiata alla Biennale Internazionale d’Arte di Bari e successivamente presentata al DORCAM di Miami. Le sue opere sono oggi presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz e la Pinacoteca d’Arte Contemporanea di Teora. Nel 2024 ha ricevuto una Menzione di Merito nell’ambito della mostra Arte per i Diritti Umani, patrocinata da Amnesty International, mentre nel 2026 la sua ricerca è stata al centro di un documentario realizzato dall’Accademia del Cinema Renoir di Roma.
Con Gazzie Rimembranza, Monica Argentino conferma una poetica che concepisce l’opera come luogo di attraversamento più che come oggetto concluso. Pittura, corpo e performance concorrono a costruire un racconto nel quale la memoria non viene celebrata con nostalgia, ma riconosciuta come forza generativa, capace di modellare continuamente il presente. Villa Altieri diventa così il teatro di un’esperienza che invita il pubblico non soltanto a osservare le opere, ma a riconoscere nelle loro stratificazioni le tracce della propria storia, dimostrando come il ricordo possa trasformarsi in uno spazio condiviso di relazione e di futuro.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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