
Nel centenario della nascita, Spazio Eventi Orler dedica una grande retrospettiva a Giuseppe Chiari, protagonista di Fluxus e tra gli artisti che più hanno ridefinito il rapporto tra musica, performance e arti visive nella seconda metà del Novecento.
Un pianoforte può essere uno strumento musicale, ma può anche diventare un’idea, un gesto, una provocazione. È da questa semplice intuizione che prende forma l’opera di Giuseppe Chiari, artista capace di trasformare la musica in esperienza visiva e partecipata, abbattendo i confini tra discipline e anticipando molti linguaggi della contemporaneità.
Nel panorama dell’arte del secondo Novecento, pochi autori hanno saputo mettere in discussione il concetto stesso di opera quanto Giuseppe Chiari. Musicista, compositore, performer e artista visivo, fu una delle figure centrali del movimento Fluxus, contribuendo a ridefinire il rapporto tra gesto artistico, suono, parola e partecipazione del pubblico. A cent’anni dalla sua nascita, Spazio Eventi Orler di Marcon, in provincia di Venezia, gli dedica Un pianoforte in piazza, una vasta mostra antologica visitabile dal 17 luglio al 21 agosto 2026, curata da Willy Montini. L’esposizione riunisce oltre settanta opere realizzate dagli anni Cinquanta ai primi anni Duemila, offrendo un percorso che attraversa più di mezzo secolo di ricerca artistica.
Il titolo della mostra richiama una delle azioni più celebri dell’artista. Portare un pianoforte fuori dal teatro e collocarlo nello spazio urbano significava sottrarre la musica ai suoi rituali tradizionali, restituendola alla dimensione della vita quotidiana. L’opera non coincideva più con l’esecuzione musicale, ma con il gesto stesso, con la relazione che si instaurava tra artista, luogo e pubblico. In questa prospettiva, il concerto diventava un’esperienza aperta, condivisa e libera dalle convenzioni, nella quale arte e vita cessavano di essere ambiti separati.
Nato a Firenze nel 1926, Giuseppe Chiari si formò come musicista e compositore prima di orientare la propria ricerca verso le avanguardie artistiche internazionali. L’incontro con Fluxus, movimento nato all’inizio degli anni Sessanta attorno alla figura di George Maciunas e alimentato da artisti come Nam June Paik, Ben Vautier, Dick Higgins e George Brecht, gli offrì il contesto ideale per sviluppare una riflessione radicale sul significato dell’atto creativo. In Fluxus la musica non era più soltanto una successione di note, ma un processo, un comportamento, un evento capace di coinvolgere direttamente lo spettatore.
Chiari fu tra i protagonisti italiani di questa stagione, sviluppando una poetica nella quale spartiti, testi, gesti performativi, disegni e interventi grafici convivono senza gerarchie. Le sue celebri partiture visive, spesso costruite attraverso cancellature, sovrapposizioni e annotazioni, trasformano la scrittura musicale in immagine e la pagina in uno spazio di invenzione concettuale. Parallelamente, le performance mettono in discussione il ruolo dell’esecutore e quello dello spettatore, anticipando molte delle pratiche partecipative che caratterizzeranno l’arte contemporanea negli anni successivi.
La mostra segue questa evoluzione attraverso un itinerario cronologico che accompagna il visitatore dagli esordi degli anni Cinquanta fino agli ultimi lavori del primo decennio del Duemila. Dipinti, partiture, collage, documentazioni fotografiche, opere concettuali e materiali d’archivio restituiscono la complessità di un percorso nel quale ogni disciplina dialoga con le altre, rendendo impossibile una classificazione tradizionale.

Ad arricchire il progetto espositivo contribuiscono un documentario dedicato all’artista e il volume Musica Madre, pubblicato da Prearo Editore, proposto come strumento di approfondimento critico sulla sua produzione e sul contesto culturale nel quale si sviluppò. L’intenzione non è soltanto ricostruire una carriera, ma restituire la vitalità di un pensiero che continua a dialogare con le ricerche artistiche del presente.
L’attualità dell’opera di Chiari emerge proprio nella sua capacità di anticipare questioni oggi centrali: l’ibridazione tra linguaggi, la smaterializzazione dell’opera, il coinvolgimento attivo del pubblico e il superamento dei confini disciplinari. Molte pratiche diffuse nell’arte contemporanea, dalla performance partecipativa alle installazioni sonore, trovano nelle sue sperimentazioni un precedente significativo. Non sorprende quindi che le sue opere siano oggi conservate in importanti istituzioni internazionali, tra cui il Museum of Modern Art di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Museo del Novecento di Milano, il MART di Rovereto e il MAMbo di Bologna, a testimonianza del riconoscimento internazionale della sua ricerca.
Con questa retrospettiva, Spazio Eventi Orler rinnova il proprio impegno nella valorizzazione dei protagonisti dell’arte italiana del Novecento, proponendo un progetto che va oltre la celebrazione del centenario. Un pianoforte in piazza invita infatti a rileggere Giuseppe Chiari come uno degli autori che hanno contribuito a ridefinire il concetto stesso di opera d’arte. La sua lezione resta sorprendentemente attuale: ricordare che l’arte può nascere ovunque, ogni volta che un gesto riesce a trasformare un’azione quotidiana in un’esperienza condivisa.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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