Le mappe del mondo: a Venezia la cartografia diventa immaginazione

All’Abbazia di San Gregorio, la mostra “A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World” mette in dialogo manoscritti medievali, mappe storiche e arte contemporanea per raccontare come ogni rappresentazione dello spazio sia anche una costruzione culturale. Un progetto promosso dal Ministero della Cultura dell’Arabia Saudita nell’ambito della Biennale di Venezia.

Una carta geografica non registra semplicemente il mondo: lo interpreta. Da questa intuizione nasce una mostra che attraversa secoli di storia e culture diverse per riflettere sul modo in cui l’uomo ha costruito, immaginato e continuamente ridisegnato la propria idea di realtà.


Le mappe non descrivono soltanto il mondo: lo inventano. Ogni linea tracciata su una carta geografica è il risultato di una scelta culturale, di una visione politica, di una narrazione che decide cosa mostrare e cosa lasciare ai margini. È da questa consapevolezza che prende avvio “A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World”, la mostra ospitata fino al 22 novembre 2026 all’Abbazia di San Gregorio di Venezia, dove la cartografia smette di essere uno strumento apparentemente neutrale e diventa una delle più antiche forme con cui l’umanità costruisce il proprio immaginario.
Promossa dal Ministero della Cultura dell’Arabia Saudita, l’esposizione si inserisce nel programma culturale sviluppato in concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, confermando la crescente attenzione del Regno verso il dialogo internazionale attraverso la cultura. Curata da Sara Almutlaq e Aurora Fonda, con Zaira Carrer e Amina Diab come curatrici associate, e progettata dagli exhibition designer Ibrahim Kombarji e Bianca Pedron, la mostra propone un itinerario che attraversa epoche e continenti per interrogare il rapporto tra rappresentazione, conoscenza e potere.

Il titolo stesso, A Necessary Fiction, suggerisce il nucleo della riflessione. Ogni mappa è una finzione necessaria: riduce la complessità del mondo per renderla leggibile, seleziona informazioni, attribuisce gerarchie, costruisce orientamenti. La cartografia, fin dalle sue origini, non è mai stata soltanto una disciplina tecnica. È stata uno strumento scientifico, certamente, ma anche politico, religioso, economico e simbolico. Disegnare il mondo ha sempre significato interpretarlo.

La mostra sviluppa questa idea attraverso un dialogo continuo tra reperti storici e opere contemporanee. Manoscritti cosmografici del XIII secolo, carte geografiche della prima età moderna, globi astronomici e documenti del XVIII secolo convivono con installazioni, fotografie, video e interventi artistici che interrogano il significato stesso dell’orientamento. Il percorso suggerisce che ogni civiltà abbia elaborato il proprio modo di rappresentare lo spazio, molto prima che la cartografia moderna imponesse coordinate, latitudini e longitudini come linguaggio universale.

Fra i materiali storici esposti spicca il Globo celeste di Gerardus Mercator, figura fondamentale della cartografia rinascimentale, il cui nome resta indissolubilmente legato alla proiezione cartografica che ancora oggi domina gran parte delle carte geografiche occidentali. Accanto ad esso trovano posto preziosi manoscritti come una pagina del Kitab Aja’ib al-Makhluqat wa-Ghara’ib al-Mawjudat di Al Qazwini, uno dei più importanti testi cosmografici del mondo islamico medievale, e mappe della Penisola Arabica del XVIII secolo provenienti dalla King Abdulaziz Public Library di Riyadh. Non si tratta di semplici testimonianze storiche: ogni documento racconta un diverso modo di organizzare la conoscenza e di attribuire significato allo spazio.

L’arte contemporanea amplia ulteriormente questa riflessione. Le opere di Trevor Paglen, Yoko Ono, Manal AlDowayan, Simone Fattal, Wael Shawky, Ahmed Mater, Reena Saini Kallat, Giorgio Andreotta Calò e numerosi altri artisti trasformano la cartografia in una materia aperta, dove confini, memorie, migrazioni e identità diventano elementi mobili. Non interessa riprodurre fedelmente un territorio, ma comprendere come ogni rappresentazione contribuisca a costruire la nostra percezione della realtà.

Un ruolo centrale è riservato alle opere realizzate appositamente per l’esposizione. Sulla facciata dell’Abbazia si sviluppa The Children of Smokeless Fire di Monira Al Qadiri, installazione ispirata alle creature fantastiche descritte nei manoscritti cosmografici medievali. All’ingresso del chiostro, Each Time a Star Goes Astray di Nasser Al Salem richiama invece gli antichi sistemi di navigazione celeste utilizzati nel deserto, ricordando come l’orientamento umano sia nato molto prima delle moderne coordinate geografiche. Nel porticato, gli interventi di Reena Saini Kallat e Matilde Sambo riportano l’attenzione sul corpo come primo strumento di esplorazione dello spazio, mettendolo in relazione con le infrastrutture e i confini che oggi organizzano il pianeta.

L’allestimento accompagna il visitatore attraverso cinque sezioni – The Precartographic, The Imaginary Ideology, The Ideological Imaginary, The Hypercartographic e The Transformed – che non seguono una cronologia tradizionale ma costruiscono un percorso concettuale. Particolarmente significativa è la sezione dedicata alle geografie immaginarie, dove la celebre Islandia di Abraham Ortelius dialoga con il manoscritto di Ibn al-Wardi, popolato da creature mitiche e oceani simbolici. L’immaginazione, suggerisce la mostra, non rappresenta un errore della conoscenza, ma una componente essenziale di ogni tentativo umano di comprendere il mondo.

La riflessione acquista una particolare attualità nell’epoca delle mappe digitali. Oggi la geolocalizzazione sembra offrire una rappresentazione oggettiva e istantanea del pianeta, ma anche gli algoritmi che governano navigatori, satelliti e piattaforme digitali operano attraverso selezioni, priorità e criteri progettuali. La cosiddetta ipercartografia, evocata dalla mostra, non elimina la dimensione interpretativa delle mappe: la rende semplicemente meno visibile. In questo senso il progetto veneziano invita a guardare con maggiore consapevolezza agli strumenti che utilizziamo quotidianamente per orientarci.

L’esposizione assume anche un valore simbolico nel contesto della trasformazione culturale dell’Arabia Saudita. Attraverso il Ministero della Cultura e le numerose istituzioni coinvolte nel progetto – dalle biblioteche storiche alle fondazioni di ricerca fino ai musei nazionali – il Paese intende presentarsi come interlocutore attivo nella produzione culturale internazionale, valorizzando il proprio patrimonio storico senza rinunciare al dialogo con la contemporaneità. La presenza di opere provenienti da prestigiose istituzioni europee e mediorientali, insieme alla partecipazione di artisti di differenti continenti, conferma questa vocazione internazionale.

Alla fine del percorso resta una consapevolezza semplice quanto profonda. Nessuna mappa coincide davvero con il territorio che rappresenta. Ogni carta geografica, ogni globo, ogni diagramma cosmologico racconta soprattutto chi lo ha disegnato, quali domande si poneva e quale mondo desiderava rendere comprensibile. A Necessary Fiction restituisce alla cartografia questa dimensione culturale e immaginativa, mostrando come, dietro ogni tentativo di orientarsi nello spazio, si nasconda sempre il bisogno più antico dell’uomo: dare un ordine al caos e trasformare l’ignoto in racconto.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net>
Articolo a cura della Redazione Experiences

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