
Alla Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre dell’Aquila una mostra racconta l’opera di Shu Takahashi, artista che ha trasformato l’incontro fra cultura giapponese e avanguardie europee in un linguaggio personale. Un percorso che intreccia pittura, architettura, memoria e spiritualità, restituendo il ritratto di uno dei protagonisti più originali del dialogo artistico tra Oriente e Occidente.
Ci sono artisti che appartengono a un luogo e altri che finiscono per abitare una frontiera. Shu Takahashi ha trascorso una vita intera in questo spazio di confine, dove la tradizione giapponese incontra l’astrazione europea e il colore diventa un linguaggio capace di unire culture, sensibilità e modi diversi di guardare il mondo.
Esistono biografie che raccontano più di una semplice vicenda artistica. Diventano la storia di un dialogo tra civiltà, di un incontro capace di modificare lo sguardo di chi crea e di chi osserva. È questa la prospettiva dalla quale leggere “Nanakorobi Yaoki. Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava”, la mostra allestita alla Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre dell’Aquila e visitabile fino al 4 settembre 2026. L’esposizione non si limita infatti a ripercorrere la carriera di Shu Takahashi, ma ricostruisce il rapporto umano e intellettuale che legò il pittore giapponese a Giorgio de Marchis, storico dell’arte, soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e poi direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, figura determinante nella promozione degli scambi culturali fra Italia e Giappone.
Curata da Marcello Deroma e Carlo Mangolini, con il testo critico di Anna Imponente, la mostra coinvolge tutti gli spazi della Fondazione attraverso un allestimento costruito su diversi livelli di lettura. Alle opere provenienti dalla collezione della Fondazione e da prestiti di raccolte pubbliche e private italiane e giapponesi si affiancano fotografie, documenti, videoproiezioni, interviste, materiali d’archivio e strumenti multimediali che permettono di entrare nel laboratorio creativo dell’artista. Il percorso, bilingue e arricchito da QR code, libretto di sala e una originale brochure-origami, propone un’esperienza che privilegia la conoscenza senza rinunciare al coinvolgimento emotivo.
Al centro dell’esposizione emerge una pittura che sfugge a classificazioni troppo rigide. Le superfici policrome, i contorni curvilinei e l’equilibrio tra pieni e vuoti trasformano il colore in una presenza fisica, quasi plastica. Non è un caso che tra le opere esposte trovi posto Incontro del 1992, monumentale lavoro proveniente dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, testimonianza della maturità raggiunta da Takahashi dopo decenni di ricerca. Le sue tele non raccontano un’immagine riconoscibile, ma costruiscono uno spazio mentale nel quale forma, luce e materia sembrano sospese in un equilibrio continuamente rinnovato.
Nato nel 1930 nella prefettura di Hiroshima, Takahashi si avvicinò alla pittura dopo un’esperienza lavorativa lontana dall’arte, vivendo il gesto creativo come una necessità espressiva e una forma di liberazione personale. Il primo importante riconoscimento arrivò nel 1961, quando ottenne il Premio Yasui al Museo Nazionale d’Arte Moderna di Tokyo. Quel successo gli consentì di trasferirsi a Roma due anni dopo grazie a una borsa di studio del Governo italiano, dando inizio a un rapporto con il nostro Paese destinato a durare oltre quarant’anni.

L’arrivo in Italia coincise con uno dei momenti più vivaci della ricerca artistica europea. Lo Spazialismo di Lucio Fontana, l’Informale, le sperimentazioni materiche e le nuove ricerche sul rapporto tra pittura e ambiente rappresentavano allora un terreno di confronto imprescindibile. Takahashi ne fu affascinato senza mai rinunciare alla propria identità culturale. Dopo un iniziale periodo caratterizzato da opere monocrome di ascendenza zen, nel 1966, durante la personale alla Galleria del Cavallino di Venezia, introdusse colori intensi, smalti e acrilici vibranti, inaugurando una fase nella quale l’energia vitale sostituì progressivamente l’essenzialità contemplativa degli esordi.
Da quel momento la sua ricerca seguì una direzione autonoma. L’artista sviluppò le celebri shaped canvas, tele sagomate che superano il tradizionale formato rettangolare e trasformano il dipinto in un oggetto capace di dialogare con lo spazio. Questa soluzione, sperimentata anche da protagonisti dell’arte americana come Frank Stella, assume però nelle opere di Takahashi un significato differente: la forma non è mai semplice esercizio geometrico, ma nasce dall’incontro tra il costruttivismo occidentale e la sensibilità organica della tradizione giapponese, dove il colore tende a espandersi nello spazio secondo i principi della pittura ukiyo-e. Il risultato è una pittura che sembra avvicinarsi alla scultura senza rinunciare alla leggerezza del segno.
L’esposizione dedica particolare attenzione anche alla dimensione pubblica della sua attività. Attraverso le videoricostruzioni curate da Ari Takahashi vengono riproposti tre interventi emblematici della sua carriera. Il primo riguarda l’allestimento del night club Mon Ami di Roma nel 1969, ambiente immersivo caratterizzato da forme organiche e colori accesi modellati nella gommapiuma. Il secondo è l’intervento realizzato nel Battistero di San Giovanni a Volterra nel 1973, occasione nella quale Takahashi dichiarò con chiarezza la propria idea di arte: non un oggetto prezioso destinato a pochi, ma un’esperienza capace di entrare nella vita quotidiana delle persone e modificarne la percezione del mondo. Il terzo conduce nel Tempio buddhista Renge-In Tanjo-Ji di Kumamoto, dove nel 2017 l’artista reinterpretò la cosmologia buddhista attraverso monumentali dipinti realizzati con materiali tradizionali come foglia d’oro e d’argento, integrati con tecniche contemporanee.
Questa vocazione verso l’arte ambientale attraversa l’intera produzione dell’artista. Takahashi ha sempre sostenuto che l’opera dovesse uscire dai musei per incontrare la società, una posizione che lo avvicina ad alcune delle principali riflessioni internazionali sull’arte pubblica sviluppatesi tra gli anni Sessanta e Settanta. Non sorprende quindi che la sua carriera comprenda grandi interventi monumentali in Giappone, mosaici urbani come Quattro Stagioni nella stazione Ottaviano della metropolitana di Roma e numerose opere destinate a spazi aperti, edifici religiosi e architetture contemporanee.
Il percorso espositivo mette inoltre in evidenza il riconoscimento internazionale ottenuto da Takahashi nel corso dei decenni. Dalla partecipazione alla Biennale di Venezia del 1976 alla Quadriennale di Roma del 1977, fino alla grande retrospettiva organizzata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna nel 1993, il suo lavoro ha progressivamente consolidato una posizione originale nel panorama artistico internazionale. Negli ultimi anni sono arrivati anche importanti riconoscimenti istituzionali, come il titolo di Persona di Merito Culturale conferito dal Governo giapponese nel 2020 e l’onorificenza di Commendatore della Repubblica Italiana ricevuta nel 2021, testimonianza di un percorso che ha saputo unire due tradizioni culturali senza mai appiattirne le differenze.
La mostra assume un significato particolare anche nel contesto dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, riaffermando il ruolo della Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre come luogo di conservazione e valorizzazione della memoria artistica contemporanea. L’istituzione custodisce un archivio di quasi duecentomila documenti raccolti nel corso della vita dello storico dell’arte Giorgio de Marchis e, dal 2018, ha trasformato Palazzo Cappa Cappelli in uno spazio aperto a mostre, studi e collaborazioni internazionali. La scelta di dedicare un progetto a Shu Takahashi si inserisce dunque in una più ampia riflessione sul valore degli archivi come strumenti vivi di ricerca e di trasmissione culturale.
Il titolo della mostra richiama un antico proverbio giapponese: “Nanakorobi Yaoki”, letteralmente cadere sette volte, rialzarsi l’ottava. È una formula che celebra la resilienza, ma anche la capacità di trasformare ogni esperienza in occasione di crescita. Guardando l’intera vicenda umana e artistica di Shu Takahashi, quel motto assume un significato ancora più ampio. Racconta la determinazione di un uomo che ha attraversato culture, linguaggi e continenti senza rinunciare alla propria identità, dimostrando che il dialogo fra Oriente e Occidente non nasce dalla ricerca delle somiglianze, ma dalla capacità di fare delle differenze una forma condivisa di bellezza.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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