
Alla Biennale Arte 2026 l’artista e architetta Anna Kamyshan presenta una monumentale installazione sospesa sulla laguna. Un’opera che riflette su diaspora, identità e resilienza attraverso l’immagine di un’architettura capace di abitare il cielo anziché la terra.
Alcune architetture nascono per radicarsi al suolo, altre sembrano fatte per sfidare la gravità. Con Nabatele, presentata come Evento Collaterale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, l’idea stessa di edificio si trasforma in una metafora della condizione umana contemporanea, sospesa tra memoria, appartenenza e continuo movimento.
Non sempre l’architettura coincide con un luogo stabile. Esistono edifici che, prima ancora di essere costruiti, appartengono alla dimensione dell’immaginazione. È da questa intuizione che prende forma Nabatele, la spettacolare installazione dell’artista e architetta Anna Kamyshan, allestita dal 16 luglio al 16 settembre 2026 all’Arsenale Nord di Venezia come Evento Collaterale della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. Curata da Maria Veits e Yevgeniy Fiks e organizzata dal Montreal Jewish Museum, l’opera propone una riflessione che unisce arte contemporanea, architettura, memoria e identità culturale.
La visione è tanto semplice quanto sorprendente. Una gigantesca roccia sospesa nell’aria sostiene una sinagoga che fluttua sopra la laguna veneziana, oscillando al ritmo del vento e delle condizioni atmosferiche. Di giorno e di notte l’edificio resta visibile sopra l’Arsenale come un punto luminoso che modifica il profilo del cielo veneziano. L’immagine ribalta volutamente la storia delle antiche sinagoghe della città, che dal Cinquecento venivano ricavate ai piani superiori degli edifici del Ghetto, quasi invisibili dall’esterno per ragioni storiche e sociali. Nabatele, pur collocandosi anch’essa in alto, compie il gesto opposto: non si nasconde, ma si offre allo sguardo di tutti, trasformando la visibilità in un segno di apertura e condivisione.

L’opera dialoga apertamente con uno dei dipinti più celebri di René Magritte, Il castello dei Pirenei del 1959. Nel quadro surrealista una gigantesca roccia sorregge un castello sospeso sopra il mare in tempesta, immagine che nel tempo è stata interpretata come simbolo di isolamento, speranza e resistenza. Kamyshan riprende quella suggestione ma la traduce nel linguaggio dell’installazione contemporanea, sostituendo il castello con una sinagoga e trasformando il riferimento pittorico in una riflessione sul destino delle comunità diasporiche e sulla ricerca di un luogo di appartenenza che non coincide necessariamente con un territorio fisico.
Anche il titolo racchiude un preciso significato simbolico. Nabatele, parola yiddishizzata di origine slava e semitica, richiama l’idea dell’allarme e dell’attenzione nei momenti di pericolo. Il riferimento si inserisce in un presente attraversato da guerre, migrazioni forzate e profonde fratture geopolitiche, nel quale l’instabilità sembra essere diventata una condizione permanente. In questo scenario la mobilità non appare più soltanto come scelta, ma come necessità, mentre il concetto stesso di casa assume forme nuove e meno legate alla geografia.
Dal punto di vista tecnico l’installazione rappresenta una sofisticata sintesi fra ricerca artistica e progettazione ingegneristica. Nabatele è costituita da un aerostato a doppia membrana riempito di elio che può raggiungere circa venticinque metri di altezza sopra la superficie dell’acqua. La parte superiore riproduce una sinagoga dalle caratteristiche architettoniche riconoscibili, mentre la massa rocciosa sottostante custodisce radici e frammenti lapidei che evocano una terra d’origine. Il comportamento dell’opera varia continuamente: quando il vento aumenta, la struttura si abbassa fino a sfiorare la laguna; nelle giornate più tranquille torna invece a sollevarsi verso il cielo, instaurando un dialogo costante con gli elementi naturali.
Questa oscillazione continua non rappresenta soltanto una soluzione tecnica, ma costituisce il cuore poetico dell’opera. La sinagoga non è mai completamente immobile, proprio come l’identità che intende evocare. L’architettura perde la propria immobilità tradizionale per diventare organismo vivo, capace di adattarsi e di ridefinire continuamente il proprio rapporto con lo spazio.
Una lettura ancora più personale emerge dalla biografia dell’autrice. Anna Kamyshan, artista e architetta ucraina di origini ebraiche e russe, trasferisce nell’opera la complessità della propria esperienza. Nelle sue parole, Nabatele esplora la tensione tra gravità e galleggiamento, tra il desiderio di radicamento e la possibilità di esistere senza fondamenta. Rimane volutamente irrisolta la domanda se questa architettura abbia perduto una patria o se non ne abbia mai posseduta una. L’unico elemento costante è la luce che filtra dalle finestre della sinagoga, simbolo di una forza interiore capace di resistere anche nelle condizioni più instabili.
La riflessione si amplia attraverso il concetto di Yiddishland Pavilion, illustrato dai curatori Maria Veits e Yevgeniy Fiks. Più che rappresentare uno Stato, il padiglione immagina una comunità fondata sulla lingua, sulla memoria e sulla cultura yiddish. Si tratta di una nazione ideale, senza confini politici, costruita dall’esperienza della diaspora e dalla continuità culturale. In questa prospettiva Nabatele non è semplicemente un’opera dedicata allo Yiddishland, ma ne diventa una concreta incarnazione spaziale, rendendo visibile una forma di appartenenza che non dipende dalla geografia ma dalla condivisione di storia, lingua e memoria.
Il progetto è stato organizzato dal Montreal Jewish Museum, istituzione canadese che negli ultimi anni ha sviluppato un’intensa attività dedicata al dialogo fra arte contemporanea, patrimonio culturale e identità ebraica. Secondo la direttrice artistica Alyssa Stokvis-Hauer, Nabatele nasce con l’ambizione di proseguire il proprio percorso oltre Venezia, trasformandosi in un’installazione itinerante destinata a raggiungere altre istituzioni internazionali e a promuovere nuove occasioni di confronto tra comunità e culture differenti. L’opera, dunque, non conclude il proprio viaggio con la Biennale, ma lo considera soltanto una tappa di un percorso destinato a proseguire nel tempo.
Nel panorama della Biennale Arte 2026, spesso caratterizzato da installazioni immersive e da interventi di forte impatto visivo, Nabatele sceglie una strada diversa. Non cerca l’effetto spettacolare fine a se stesso, ma costruisce un’immagine essenziale che riesce a condensare temi universali come l’esilio, la memoria, la resilienza e la ricerca di un luogo in cui riconoscersi. La sua forza risiede proprio in questa apparente leggerezza: una sinagoga sospesa sopra Venezia diventa il simbolo di tutte le comunità che continuano a costruire la propria identità anche quando il terreno sotto i piedi sembra venire meno.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
Le immagini eventualmente riprodotte in pagina sono coperte da copyright (diritto d’autore) e – qualora non fosse di per sé chiaro – specifichiamo che sono state fornite a Experiences S.r.l. dagli Organizzatori o dagli Uffici Stampa degli eventi, esclusivamente per accompagnarne segnalazioni o articoli inerenti. Tali immagini non possono essere acquisite in alcun modo, come ad esempio download o screenshot. Qualunque indebito utilizzo è perseguibile ai sensi di Legge, per iniziativa di ogni avente diritto, e pertanto Experiences S.r.l. è sollevata da qualsiasi tipo di responsabilità.






