Marthe Lazarus: quando la fotografia segue il percorso imprevedibile della memoria

Buffet – Cires © Marthe Lazarus

Ad Arles una quarantina di fotografie, opere multimediali e lavori inediti raccontano la ricerca dell’artista francese, protagonista di un’indagine sulla memoria come processo creativo, tra autoritratto, collage e sperimentazione visiva.

Le immagini non conservano soltanto il passato: lo ricompongono, lo alterano e lo reinventano. È da questa idea che prende forma il lavoro di Marthe Lazarus, al centro di una mostra che attraversa fotografia e linguaggi ibridi, trasformando il ricordo in materia artistica.


La memoria non procede mai in linea retta. Affiora per frammenti, ritorna per associazioni inattese, sovrappone volti, luoghi ed emozioni fino a costruire una realtà diversa da quella vissuta. È proprio questa natura instabile del ricordo il terreno sul quale si sviluppa la ricerca di Marthe Lazarus, protagonista della mostra Mémoire Magnétique, che presenta una quarantina di fotografie, opere multimediali e lavori inediti insieme alle edizioni autoprodotte di TIME MACHINE, offrendo una visione ampia del suo percorso artistico. L’esposizione riunisce opere recenti e lavori precedenti, mettendo in evidenza la continuità di una ricerca che ha sempre posto al centro il rapporto tra esperienza personale e costruzione dell’immagine. Per Lazarus la fotografia non rappresenta uno strumento destinato a registrare fedelmente il reale, ma un dispositivo attraverso il quale ricostruire la complessità della memoria, trasformando emozioni e ricordi in una narrazione visiva stratificata.

Questa riflessione si inserisce in una delle principali linee di ricerca della fotografia contemporanea. A partire dagli anni Settanta, numerosi artisti hanno progressivamente abbandonato l’idea della fotografia come documento oggettivo, preferendo considerarla uno spazio di interpretazione, montaggio e costruzione del significato. L’immagine diventa così un luogo mentale, dove autobiografia, immaginazione e finzione convivono senza confini rigidamente definiti.

Nel lavoro di Marthe Lazarus questo processo assume una forma estremamente personale. Autoritratti, ritratti di persone vicine, scene accuratamente costruite e immagini raccolte sul web vengono selezionati, sovrapposti, ripetuti e trasformati attraverso un metodo che richiama il funzionamento stesso della memoria. I ricordi non vengono semplicemente evocati, ma continuamente riscritti, fino a generare nuove connessioni visive.

La sperimentazione tecnica accompagna costantemente questa ricerca. Collage fotografici, fotofilm e altre forme ibride si intrecciano in una pratica che sfugge alle tradizionali classificazioni disciplinari. La fotografia dialoga con il cinema, con il montaggio e con la manipolazione dell’immagine, dando vita a opere nelle quali ogni elemento sembra appartenere a una sequenza più ampia, aperta e continuamente modificabile.

L’artista descrive questo procedimento con un’immagine particolarmente efficace: le sue fotografie devono essere attraversate da molteplici livelli, proprio come il cervello umano è costantemente attraversato da ricordi, pensieri e immagini mentali. Le opere diventano così superfici nelle quali convivono tempi differenti, esperienze personali e suggestioni collettive, fino a costruire una sorta di geografia interiore della memoria.

Non si tratta, tuttavia, di un semplice esercizio autobiografico. Le immagini di Lazarus funzionano come strumenti di rivelazione, capaci di rendere visibile una memoria ricostruita piuttosto che documentata. Il ricordo perde la pretesa di autenticità assoluta e si trasforma in una forma di finzione intima, nella quale realtà e immaginazione diventano inseparabili. È una posizione che dialoga con molte riflessioni teoriche sulla memoria contemporanea, secondo cui ogni atto del ricordare implica inevitabilmente una nuova interpretazione dell’esperienza vissuta.

La vitalità della sua ricerca emerge anche dalla partecipazione, nel luglio 2026, alla mostra (DE)GENERATE(D): Generated and Degenerated Photography, ospitata dall’8 al 26 luglio ad Arles, nella casa in cui crebbe Lucien Clergue, uno dei protagonisti della fotografia francese del Novecento e tra i fondatori delle celebri Rencontres d’Arles. Curata da Nicolas Havette, l’esposizione non intende ricostruire una storia della fotografia sperimentale, ma interrogarsi sul significato contemporaneo di una fotografia “degenerata”: un’immagine che rifiuta le convenzioni, supera i confini disciplinari e mette in discussione le categorie consolidate del linguaggio fotografico.

La presenza di Marthe Lazarus in questo contesto appare particolarmente coerente. Il suo lavoro si colloca infatti in quella generazione di artisti che considera la fotografia un mezzo aperto, contaminato da pratiche differenti e costantemente disponibile alla trasformazione. L’immagine fotografica non è più un punto d’arrivo, ma una fase di un processo creativo più ampio nel quale convivono raccolta, selezione, montaggio e riscrittura.

Marthe Lazarus vive e lavora ad Aubervilliers, nell’area metropolitana di Parigi. Nel corso della sua carriera ha esposto, tra gli altri, al Passage de Retz, al Pierrevert Festival, al CentQuatre-Paris nell’ambito del Festival Les Inrockuptibles e a Photodoc. Il suo fotofilm Open Bar è stato trasmesso da Pink TV, mentre il suo lavoro è stato presentato anche alle Rencontres d’Arles attraverso il programma di proiezione della Oeildeep Masterclass, confermando una presenza ormai consolidata all’interno della scena fotografica francese contemporanea.

Più che raccontare il passato, Mémoire Magnétique invita a riflettere sul modo in cui i ricordi prendono forma e continuano a trasformarsi nel tempo. Le fotografie di Marthe Lazarus non cercano di fermare la memoria, ma ne accettano la natura mutevole, costruendo immagini nelle quali ogni frammento può generare nuovi significati. È proprio questa tensione tra documento e immaginazione a rendere il suo lavoro una delle espressioni più interessanti della fotografia contemporanea, sempre più orientata a esplorare non ciò che vediamo, ma il modo in cui ricordiamo.


Da Nathalie Dran RP <nathalierp@nathalierp.com>
Articolo a cura della Redazione Experiences

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