Who’s a good boy??: alla Kelterborn Collection il potere si racconta

A Venezia una mostra collettiva, in dialogo con la 61ª Biennale d’Arte, riunisce tredici protagonisti dell’arte contemporanea internazionale per esplorare i meccanismi del comando, della sorveglianza e della resistenza. Curata da Anastasia Stravinsky e Mario von Kelterborn, l’esposizione propone una lettura del presente attraverso la metafora musicale delle “tonalità minori”.

Dal 7 maggio al 27 settembre 2026 la Kelterborn Collection alla Giudecca ospita una mostra che affronta i temi del potere, del linguaggio e delle infrastrutture invisibili del controllo. Lontano dalla spettacolarizzazione, il percorso invita a osservare quelle dinamiche discrete che modellano la vita contemporanea e la nostra percezione del reale.


Non sempre il potere si manifesta attraverso gesti clamorosi. Più spesso si insinua nei comportamenti quotidiani, nelle parole, nelle immagini, nelle abitudini che finiscono per apparire naturali. È da questa consapevolezza che prende forma Who’s a good boy??, la mostra collettiva allestita alla Kelterborn Collection di Venezia, alla Giudecca, dal 7 maggio al 27 settembre 2026, in collaborazione con IKT – International Association of Curators of Contemporary Art. Curata da Anastasia Stravinsky e Mario von Kelterborn, l’esposizione si sviluppa in dialogo con il tema della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, In Minor Keys, assumendo la nozione di “minore” non come semplice metafora, ma come metodo di lettura del presente.

Il riferimento musicale costituisce il punto di partenza dell’intero progetto. In musica, la tonalità minore non rappresenta l’opposto della maggiore, ma ne modifica il registro emotivo introducendo tensione, vulnerabilità e instabilità. I curatori trasferiscono questo principio nell’ambito dell’arte contemporanea, proponendo un percorso che privilegia gli scarti, le sfumature e quei segnali appena percettibili attraverso i quali il potere si esercita e si consolida. Come sottolineano Stravinsky e von Kelterborn, il “minore” non indica una diminuzione d’intensità, bensì uno spazio operativo capace di rendere visibili dinamiche normalmente relegate ai margini dello sguardo.

Il contesto storico rende questa riflessione particolarmente attuale. Guerre, militarizzazione, propaganda, controllo digitale e sistemi di sorveglianza costituiscono lo sfondo di una società nella quale l’autorità agisce spesso attraverso meccanismi invisibili piuttosto che mediante forme esplicite di coercizione. Il titolo stesso della mostra, tratto da un’opera di Nora Turato, assume la forma di una domanda solo apparentemente innocua che richiama il linguaggio dell’addestramento e dell’obbedienza, oscillando tra seduzione, ironia e inquietudine.

Il percorso riunisce opere di Victor Alarcon, Swen Bernitz, Joseph Beuys, Teboho Edkins, Claire Fontaine, Gary Hill, Renzo Martens, Laure Prouvost, Anke Röhrscheid, Nora Turato, Sung Tieu, Ulay e Mariana Vassileva, offrendo una sintesi significativa degli orientamenti della Kelterborn Collection, da sempre rivolta ad artisti capaci di affrontare questioni politiche, filosofiche e sociali attraverso linguaggi di forte qualità estetica. Più che una semplice successione di opere, la mostra costruisce una partitura nella quale ogni intervento contribuisce a sviluppare un’unica riflessione collettiva sul rapporto tra individuo e potere.

Il primo nucleo espositivo è dedicato all’etica della resistenza e ai dispositivi percettivi del controllo. Claire Fontaine indaga la nonviolenza come pratica attiva e non come semplice rinuncia al conflitto; Anke Röhrscheid esplora la soglia incerta tra fragilità e minaccia; Ulay introduce una dimensione storica della memoria, mentre Swen Bernitz osserva il controllo nella sua forma più ordinaria, rivelando come l’autorità si annidi nella normalità amministrativa più che negli eventi eccezionali. In questo contesto, la presenza di Joseph Beuys, volutamente collocata ai margini dello spazio espositivo, assume un valore emblematico: la ripetizione linguistica diventa uno strumento di lieve ma costante destabilizzazione dell’autorità costituita.

Un secondo asse della mostra affronta invece il tema del linguaggio e della trasmissione del significato. Gary Hill, figura fondamentale della videoarte internazionale, mette in discussione la stabilità della parola e della comunicazione; Mariana Vassileva sospende la voce in uno spazio ambiguo tra presenza e silenzio; Victor Alarcon costruisce un ambiente nel quale odori, respiro e movimento trasformano lo spazio espositivo in un organismo sensibile, facendo emergere una dimensione ecologica della percezione.

Le infrastrutture invisibili del controllo costituiscono il tema del terzo nucleo. Sung Tieu e Renzo Martens riflettono sui sistemi di sorveglianza e sulle economie delle immagini che regolano la società contemporanea, mentre Teboho Edkins propone un’idea dell’ascolto come pratica etica, capace di restituire attenzione a ciò che normalmente rimane ai margini. L’autorità, suggerisce il percorso, non coincide con il grande spettacolo del potere, ma emerge come comportamento sedimentato, appreso e continuamente riprodotto nella vita quotidiana.

Particolarmente significativa è anche la presenza di Laure Prouvost, alla quale è dedicato uno spazio raccolto e quasi intimo. Se alla Biennale l’artista aveva proposto un progetto spettacolare giunto simbolicamente a Venezia via mare, qui il suo lavoro assume un tono più raccolto e vulnerabile. Le lacrime diventano un linguaggio di fiducia, suggerendo che anche la fragilità possa trasformarsi in una forma di relazione e di resistenza. In questo modo l’intero percorso espositivo evita ogni enfasi retorica e propone una diversa modalità di osservare il presente: non attraverso il conflitto dichiarato, ma mediante i suoi riflessi più discreti.

La mostra riflette anche la filosofia della Kelterborn Collection, fondata da Julia e Mario von Kelterborn e riconosciuta per l’attenzione verso artisti che interrogano criticamente la contemporaneità. La raccolta comprende opere di figure come Hito Steyerl, Richard Mosse, Harun Farocki, Taryn Simon e dello stesso Gary Hill, accanto a numerosi lavori di Mariana Vassileva e al sostegno offerto, fin dagli esordi, ad artisti emergenti quali Teboho Edkins e Ismaël Joffroy Chandoutis. Nel corso degli anni la collezione è stata presentata in importanti sedi espositive europee e asiatiche, da Brema a Francoforte, da Gießen a Seul, consolidando un’identità fortemente orientata verso i temi della responsabilità civile e dell’analisi critica del presente.

Con Who’s a good boy?? la Kelterborn Collection propone dunque una mostra che rinuncia deliberatamente alla spettacolarizzazione per privilegiare l’intensità delle sfumature. Attraverso linguaggi differenti ma sorprendentemente coerenti, il percorso invita a riconoscere come il potere si costruisca spesso nei dettagli, nelle consuetudini e nei gesti apparentemente irrilevanti. È proprio in queste “tonalità minori” che l’arte contemporanea riesce a offrire una delle sue funzioni più preziose: affinare lo sguardo, rendere percepibile ciò che abitualmente sfugge e restituire complessità a un presente troppo spesso raccontato soltanto attraverso il clamore degli eventi.


Da CRISTINA GATTI | PRESS & P.R. | Venezia <press@cristinagatti.it>
Articolo a cura della Redazione Experiences

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