
Un nuovo volume pubblicato negli Stati Uniti propone una ritraduzione dei sonetti del fondatore della Scuola Siciliana, riportandoli idealmente nella lingua in cui furono concepiti. Un progetto che riapre il dibattito sulle origini della poesia italiana e sul destino dei testi medievali.
Otto secoli dopo la nascita della Scuola Siciliana, un lavoro editoriale e filologico riporta al centro dell’attenzione la lingua delle origini. Il volume curato da Gaetano Cipolla invita a rileggere Jacopo da Lentini attraverso una prospettiva che intreccia ricerca, identità culturale e storia della letteratura italiana.
La storia della letteratura italiana conserva un paradosso affascinante: i testi che hanno inaugurato la poesia in volgare sono giunti fino a noi in una lingua diversa da quella nella quale furono probabilmente composti. È proprio da questa contraddizione che prende avvio Giacomo da Lentini’s Sonnets Retranslated into Sicilian, il nuovo volume curato da Gaetano Cipolla e pubblicato da Legas Publishing di New York, un’opera che propone di restituire ai versi del caposcuola della Scuola Siciliana una forma linguistica nuovamente siciliana.
Il progetto nasce da una convinzione maturata nel corso di decenni di studi. Secondo Cipolla, il fatto che i poeti della corte di Federico II siano oggi letti prevalentemente attraverso versioni toscanizzate rappresenta una perdita significativa della loro identità culturale. L’intento non è ricostruire in maniera definitiva un idioma medievale ormai irrecuperabile, ma restituire ai testi una sonorità e una musicalità più vicine alla loro matrice originaria, offrendo ai lettori una nuova prospettiva su uno dei momenti fondativi della letteratura europea.
Il volume, di ottanta pagine, si apre con la riproduzione di una pagina manoscritta contenente l’incipit della celebre canzone Madonna, dir vo voglio, introducendo immediatamente il lettore nel laboratorio poetico del XIII secolo. I testi sono presentati in tre versioni – siciliano, inglese e tradizione toscana – così da consentire un confronto diretto fra le differenti forme linguistiche attraverso cui le opere sono state tramandate nei secoli.

La figura di Jacopo, o Giacomo, da Lentini occupa un posto centrale nella storia della cultura italiana. Notaio della corte imperiale di Federico II di Svevia, è tradizionalmente considerato l’inventore del sonetto, una forma poetica destinata a esercitare un’influenza straordinaria nella letteratura occidentale. La Scuola Siciliana, attiva nella prima metà del Duecento presso la corte federiciana, trasformò il volgare in uno strumento di alta espressione letteraria, ponendo al centro della propria produzione il tema dell’amore secondo modelli che avrebbero influenzato il Dolce Stil Novo, Francesco Petrarca e, più in generale, l’intera tradizione poetica italiana.
La fortuna di quei testi è però strettamente legata a una vicenda storica complessa. Dopo la caduta della dinastia sveva e la battaglia di Benevento del 1266, gran parte degli originali siciliani andò perduta. Le opere sopravvissero grazie ai manoscritti copiati soprattutto in Toscana, dove gli amanuensi adattarono sistematicamente il lessico e la fonetica alla propria parlata. Più che semplici trascrizioni, quelle copie rappresentarono un processo di traduzione linguistica che modificò profondamente la fisionomia originaria dei componimenti, alterando in alcuni casi persino il sistema delle rime.
È su questa consapevolezza filologica che si fonda il lavoro di Cipolla. Attraverso il confronto fra i principali testimoni manoscritti medievali, lo studioso propone una sorta di “traduzione inversa”, riportando i testi in un siciliano contemporaneo capace di evocare il ritmo, le cadenze e le sonorità che caratterizzavano la tradizione poetica della corte federiciana. Un’operazione che non pretende di restituire gli originali perduti, ma di offrire una lettura coerente con la loro origine storica e culturale.
L’opera raccoglie due canzoni e trenta sonetti, compresi due componimenti di attribuzione incerta, tutti accompagnati dalla traduzione inglese. In appendice trovano spazio anche alcuni testi nella loro versione toscana, permettendo un’immediata comparazione tra le diverse tradizioni. Fra gli esempi più significativi figura il celebre Io m’aggio posto in core a Dio servire, riproposto nella versione siciliana Eu m’aju misu in cori a Diu sirviri, affiancata sia alla traduzione inglese sia al testo tramandato dai codici medievali.
Dietro questo progetto vi è una delle personalità che più hanno contribuito alla diffusione internazionale della cultura siciliana. Nato a Francavilla di Sicilia nel 1937 ed emigrato negli Stati Uniti nel 1955, Gaetano Cipolla è stato professore ordinario di Lingua e Letteratura Italiana alla St. John’s University di New York. Presidente di Arba Sicula, direttore delle riviste Arba Sicula e Sicilia Parra e membro del Collegio Scientifico dell’Accademia della Lingua Siciliana, nel corso della sua attività ha tradotto in inglese numerosi autori dell’isola, da Giovanni Meli a Nino Martoglio, da Giuseppe Fava ad Antonino Provenzano, contribuendo in maniera determinante alla conoscenza della letteratura siciliana fuori dall’Italia.
La pubblicazione si inserisce così in un dibattito che interessa filologi, storici della lingua e studiosi della cultura medievale, ma che riguarda anche un pubblico più ampio. Rileggere oggi Jacopo da Lentini nella lingua della sua terra significa riflettere sul rapporto tra tradizione e trasmissione dei testi, sul ruolo delle lingue regionali nella formazione dell’identità culturale italiana e sul valore della memoria linguistica come patrimonio collettivo. In questa prospettiva, il volume di Cipolla non rappresenta soltanto un esercizio filologico, ma un invito a riconoscere nella Scuola Siciliana una delle radici più profonde della nostra storia letteraria e a riscoprire la voce di un poeta che, attraverso il recupero della sua dimensione linguistica originaria, continua ancora oggi a dialogare con il presente.
| Articolo a cura della Redazione Experiences |
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