Il restauro restituisce la Madonna “povera” di Jacopo Sansovino

Al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze torna visibile uno dei più singolari esperimenti tecnici attribuiti a Jacopo Sansovino. Dopo un complesso intervento conservativo, la Madonna delle Muneghette racconta una pagina poco nota del Rinascimento veneziano, dove l’invenzione artistica supera il valore stesso dei materiali.

Dal 30 luglio al 30 settembre 2026 il Museo dell’Opificio delle Pietre Dure ospita la scultura restaurata della Madonna col Bambino e due putti, attribuita a Jacopo Sansovino. L’esposizione, inserita nella rassegna “Caring for Art. Restauri in mostra”, documenta il dialogo tra ricerca storico-artistica, diagnostica scientifica e tecnologie di restauro contemporanee.


Ci sono opere che sorprendono non soltanto per la loro bellezza, ma perché obbligano a ripensare l’idea stessa di capolavoro. La Madonna col Bambino e due putti, conosciuta come Madonna delle Muneghette e attribuita a Jacopo Sansovino, appartiene a questa categoria. Esposta al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze dal 30 luglio al 30 settembre 2026, nell’ambito della rassegna “Caring for Art. Restauri in mostra”, la scultura emerge oggi come una testimonianza preziosa della straordinaria libertà inventiva di uno dei maggiori protagonisti del Rinascimento italiano, capace di trasformare materiali umili in un’opera di sorprendente intensità espressiva.

L’iniziativa rientra nel programma con cui l’Opificio delle Pietre Dure presenta al pubblico alcuni restauri appena conclusi prima della restituzione delle opere ai rispettivi proprietari, offrendo l’occasione di comprendere il lavoro degli undici settori specialistici dell’istituto fiorentino. La Madonna delle Muneghette, conservata presso l’I.R.E. – Istituzioni di Ricovero ed Educazione di Venezia, rappresenta uno dei casi più affascinanti affrontati negli ultimi anni dai laboratori dell’Opificio.

Jacopo Sansovino, nato a Firenze nel 1486 con il nome di Jacopo Tatti, è considerato una delle figure decisive della scultura e dell’architettura del Cinquecento. Allievo nell’ambiente di Andrea Sansovino, dal quale derivò il soprannome con cui è universalmente conosciuto, dopo il Sacco di Roma del 1527 trovò a Venezia il luogo ideale per sviluppare la propria carriera. Qui divenne Proto della Procuratoria di San Marco e contribuì in modo determinante a definire l’immagine monumentale della città con opere come la Biblioteca Marciana e la Loggetta del Campanile. Accanto alla produzione in marmo e bronzo, tuttavia, la sua attività comprendeva anche apparati temporanei, scenografie e decorazioni effimere, ambiti nei quali sperimentò tecniche e materiali alternativi rispetto alla tradizione monumentale.

È proprio questa esperienza a offrire oggi una nuova chiave di lettura della Madonna delle Muneghette. Ritrovata negli anni Settanta all’interno del Pensionato delle Muneghette di Venezia, la scultura è realizzata con una tecnica inconsueta, composta da strati di tela e gesso, ai quali si aggiungono elementi in cartapesta ottenuti separatamente a calco e successivamente assemblati mediante modellazione diretta. Per lungo tempo si è ritenuto che l’opera fosse un semplice modello preparatorio destinato alla realizzazione di una versione in materiali più nobili. Gli studi più recenti, invece, suggeriscono un’interpretazione diversa: quella di un’opera pienamente compiuta, concepita fin dall’origine con materiali poveri, probabilmente destinata a committenze economicamente più modeste ma non per questo meno attente alla qualità artistica.

Questa prospettiva modifica profondamente il significato dell’opera. Nel Rinascimento il valore di una scultura non dipendeva esclusivamente dal pregio della materia impiegata. La capacità inventiva dell’artista, il cosiddetto ingegno, costituiva un principio fondamentale della cultura umanistica. Il titolo scelto per l’esposizione – «…volava con le mani e con l’ingegno» – richiama proprio questa dimensione creativa, nella quale abilità tecnica e immaginazione diventano elementi inseparabili.

Quando la Madonna giunse nei laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure presentava condizioni conservative estremamente compromesse. Gravi problemi strutturali, deformazioni e numerose lacune avevano alterato la stabilità e la leggibilità del gruppo scultoreo. Il restauro, finanziato dalla Fondazione Venetian Heritage, ha coinvolto in stretta collaborazione i settori dedicati alle sculture lignee policrome e ai materiali ceramici, plastici e vitrei, con il supporto delle indagini diagnostiche del laboratorio scientifico dell’Istituto.

L’intervento rappresenta un esempio significativo di come le nuove tecnologie possano dialogare con la conservazione del patrimonio storico. Dopo un’accurata pulitura, le parti mancanti sono state ricostruite mediante scansione tridimensionale e stampa 3D, consentendo di recuperare la corretta inclinazione dell’opera attraverso un innovativo sistema di sostegno interno. Al tempo stesso, i restauratori hanno scelto di non eliminare tutte le tracce della storia conservativa della scultura: alcune lacune sono state volutamente mantenute visibili perché testimoniano la particolare tecnica esecutiva adottata da Sansovino.

Come osserva la soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure Emanuela Daffra, la Madonna di Sansovino rielabora il celebre modello della Vergine scolpita da Donatello per l’altare della Basilica del Santo di Padova. Se il riferimento al grande maestro quattrocentesco appare evidente, altrettanto evidente è la personale interpretazione dello scultore fiorentino: la giovane madre si piega verso il Bambino con un gesto di intensa protezione, instaurando nello stesso tempo un rapporto diretto con i fedeli. Restituire questo delicato equilibrio plastico è stato uno degli obiettivi principali del restauro.

L’esposizione offre così molto più della semplice presentazione di un’opera restaurata. Permette di osservare da vicino il metodo di lavoro dell’Opificio delle Pietre Dure, istituzione fondata nel 1975 ma erede della storica manifattura medicea nata nel 1588, oggi riconosciuta a livello internazionale come uno dei più autorevoli centri per la conservazione del patrimonio artistico. In questo contesto la ricerca scientifica, la conoscenza storica e la pratica del restauro convergono in un unico processo di tutela.

La Madonna delle Muneghette torna quindi a raccontare la propria storia non soltanto come capolavoro del Rinascimento veneziano, ma anche come esempio di una creatività che sapeva trasformare materiali semplici in opere destinate a durare nei secoli. Un risultato che il restauro non ha voluto nascondere dietro una ricostruzione perfetta, ma restituire nella sua autenticità, lasciando che siano proprio le fragilità della materia a testimoniare l’intelligenza delle mani che la plasmarono.


Da Studio ESSECI <segreteria@studioesseci.net> 
Articolo a cura della Redazione Experiences

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