Non rappresentare la sofferenza, ma creare le condizioni perché possa essere riconosciuta senza trasformarla in spettacolo. “GAZA TRAUMA – canti nel sole?” nasce intorno a questa scelta e affida alla materia, al gesto e alla relazione una riflessione sulla ferita, sulla memoria e sulla possibilità della cura.
Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Mariateresa Zagone <mtzagone@gmail.com>.
Garze sospese, sessanta chiavi, gesti manuali che conservano memoria. Patrizia Bonardi sceglie elementi essenziali per affrontare un tema che non ammette semplificazioni. Il 5 settembre 2026 apre negli spazi di BACS – Between Contemporary Art and Sociology, a Leffe, in provincia di Bergamo, “GAZA TRAUMA – canti nel sole?”, progetto espositivo curato da Mariateresa Zagone e visitabile fino al 31 dicembre. Al centro non c’è il tentativo di dare un’immagine al trauma collettivo, ma quello di costruire uno spazio nel quale sia possibile riconoscerlo e attraversarlo attraverso la materia, il gesto e la relazione.
La ricerca prende ispirazione da “Enemy of the Sun. Poetry of Palestinian Resistance”, raccolta di poesie palestinesi pubblicata nel 1970, e si confronta con il concetto di Sumud, inteso come capacità di rimanere saldi, preservando dignità e presenza anche nelle condizioni più difficili. È all’interno di questa prospettiva che assume significato anche il titolo scelto per il progetto: il sole richiama un’immagine di libertà e resistenza, mentre i “canti” diventano metafora di gesti condivisi attraverso i quali può ancora generarsi una possibilità di presenza, relazione e cura dentro la ferita.

Il nucleo dell’esposizione è costituito da una grande installazione site specific composta da bendaggi sospesi. Le garze possiedono una natura apparentemente contraddittoria: sono fragili e resistenti allo stesso tempo. Nelle mani di Bonardi diventano una trama nella quale si intrecciano corpi, memorie e relazioni. La benda ricorre nella ricerca dell’artista, ma qui supera la propria funzione strettamente curativa e assume un significato ulteriore. È testimonianza della vulnerabilità e della necessità di ascolto, ma porta con sé anche la possibilità di una ricomposizione.
Accanto ai bendaggi compaiono sessanta chiavi dedicate alle donne palestinesi dei campi profughi che hanno realizzato gli arazzi esposti a Palazzo Mora, a Venezia, nell’ambito di un evento collaterale della Biennale. Le chiavi costituiscono un archivio simbolico fatto di mani, storie e legami. Il loro significato rimanda al diritto al ritorno e, insieme, alla trasmissione della memoria da una generazione all’altra. Oggetti semplici vengono così inseriti in una trama di relazioni che mette in comunicazione esperienze individuali e memoria collettiva.
Anche il luogo nel quale il progetto viene presentato partecipa a questa costruzione di significati. BACS si trova nel territorio dell’ex comparto tessile di Leffe, profondamente segnato dalla storia del lavoro e della produzione tessile. La presenza delle garze e la centralità del gesto manuale entrano quindi in relazione con una memoria materiale già radicata nel territorio. “GAZA TRAUMA” sviluppa proprio a partire da questa dimensione una riflessione sul rapporto fra corpo e materia, ferita e cura. Il gesto lento del lavoro manuale assume il valore di una pratica di resistenza, memoria e condivisione.
È un passaggio decisivo per comprendere l’impostazione del progetto. Bonardi non cerca di rappresentare il trauma e non intende trasformarlo in immagine. L’esposizione costruisce invece una condizione nella quale il visitatore è invitato a sostare davanti alla fragilità, senza che questa diventi spettacolo. La distanza fra osservare e consumare un’immagine della sofferenza diventa così parte stessa della riflessione proposta dalla mostra.
Da questa scelta nasce anche l’interrogativo sul ruolo che l’arte può assumere quando incontra qualcosa che non può ancora essere ricomposto. Non viene proposta una risposta definitiva. Il percorso invita piuttosto a chiedersi se, davanti alle ferite del presente, possa esistere un gesto comune e quale spazio possano avere l’ascolto, la relazione e la condivisione. Ferita e cura, memoria e presenza, fragilità e resistenza rimangono termini in tensione, senza che uno cancelli l’altro.
“GAZA TRAUMA – canti nel sole?” si costruisce precisamente dentro questa sospensione. Bendaggi, chiavi, materia tessile e gesti manuali compongono una trama che non pretende di dare forma alla sofferenza. Il tentativo è diverso e più essenziale: creare attraverso l’arte uno spazio nel quale sia ancora possibile non distogliere lo sguardo.
La mostra è visitabile dal 5 settembre al 31 dicembre 2026 presso BACS – Between Contemporary Art and Sociology, in via Donizetti 42 a Leffe. Le visite possono essere prenotate scrivendo all’indirizzo indicato dalla sede espositiva. Il progetto è realizzato in collaborazione con Associazione Artists.Sociologists e con il sostegno di Global Sumud Flottilla – Equipaggio di Terra Bergamo, Docenti per Gaza, ARCI Bergamo, Le Veglie Contro le Morti in Mare, Donne in Nero e Vero Verde.

