Francesco Guadagnuolo, ambasciatore di pace, dipinge il mondo che dovremo aspettarci

Tra accelerazione tecnologica, conflitti reticolari e precarietà permanente, l’opera costruisce una diagnosi inquieta del XXI secolo. Guadagnuolo ne chiarisce il significato: il pericolo decisivo non sarebbe soltanto la distruzione materiale, ma l’estinzione stessa del desiderio di futuro.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa e dell’intervista ricevuti da critica.artecontemp@libero.it.

Un giovane uomo guarda verso di noi, ma il suo volto è nascosto da una maschera antigas. Intorno, il paesaggio ha ormai perduto ogni rassicurante connotazione naturale: esplosioni, droni, mezzi militari, armi e simboli nucleari occupano uno spazio nel quale tecnologia e distruzione sembrano essersi fuse. È da questa figura centrale che Francesco Guadagnuolo costruisce la sua nuova opera, “Il mondo che dovremo aspettarci”, trasformando una scena di guerra in qualcosa di più ampio: una rappresentazione delle paure, delle instabilità e soprattutto dell’incapacità di progettare il domani che attraversano il nostro tempo.

Guadagnuolo, Ambasciatore di Pace dal 2010 per l’Universal Peace Federation, ONG con status consultivo presso l’ONU, lavora su cartone pressato in un formato di 100 x 70 centimetri, combinando olio, smalti e collage. La materia partecipa direttamente alla tensione dell’immagine. Bruni e tonalità terrose entrano in contrasto con improvvisi blu elettrici, mentre ocre e verdi acidi suggeriscono ambienti contaminati. Gialli violenti e rossi incendiari attraversano infine la superficie come lampi prodotti da esplosioni o da un collasso improvviso. Non è un fondale costruito per accompagnare la figura umana: è un ambiente diventato esso stesso instabile.

L’uomo con il respiratore costituisce la chiave dell’intera composizione. Guadagnuolo non lo considera un soldato e neppure la rappresentazione di una vittima appartenente a uno specifico conflitto. È piuttosto un sopravvissuto globale. L’artista lo descrive come lo specchio dell’Antropocene, un’umanità costretta a tentare di respirare dentro un ecosistema artificiale e concettuale che non riconosce più come proprio e che rischia di soffocarla. La maschera antigas perde così la sua esclusiva funzione militare e diventa il segno di una condizione generale.

Intorno a questa presenza umana si dispone una costellazione tecnologica della guerra contemporanea. Nel cielo compaiono droni da ricognizione e munizioni circuitanti, dal MQ-9 ai micro-quadricotteri kamikaze; nella parte inferiore sono riconoscibili cingolati Leopard e Abrams, fucili HK416 e vettori Javelin. L’opera non li tratta come un repertorio di armamenti isolati. Sono parti di un sistema nel quale macchina e corpo, distanza e distruzione, automazione e vulnerabilità finiscono per appartenere alla stessa struttura.

Anche le deflagrazioni che attraversano la composizione superano, nelle intenzioni dell’artista, la cronaca di un bombardamento. Guadagnuolo le definisce “interruzioni ontologiche”. La guerra del XXI secolo, nella sua lettura, non agisce soltanto attraverso la distruzione della materia, ma attraverso l’interruzione dei flussi che tengono in vita le società contemporanee: reti digitali che cessano di funzionare, blackout sistemici nelle metropoli, catene logistiche che collassano. La città può continuare materialmente a esistere e, nello stesso tempo, essere paralizzata dalla disattivazione delle connessioni dalle quali dipende.

È qui che la tela incontra una riflessione più generale sulla tecnologia e sulla velocità. Il documento che accompagna l’opera richiama Paul Virilio e la sua dromologia, la teoria che individua nella velocità uno dei motori fondamentali della storia moderna. Se ogni nuova tecnologia porta con sé anche la possibilità del proprio specifico incidente, la rete globale e l’intelligenza artificiale applicata alla guerra introducono la prospettiva di un incidente capace di propagarsi istantaneamente su scala globale. Droni e algoritmi riducono il tempo della decisione e comprimono quello della riflessione.

A questa accelerazione si accompagna l’instabilità della percezione. Deepfake, post-verità artificiali e algoritmi predittivi rendono più incerto il confine fra ciò che vediamo, ciò che sappiamo e ciò che siamo indotti a credere. Anche la guerra cambia forma. Il nemico può non avere più un volto o coincidere con i confini riconoscibili di uno Stato: il bersaglio diventa la vulnerabilità del sistema, una linea di codice compromessa, una catena di approvvigionamento interrotta, una piattaforma finanziaria portata al collasso. Quando l’avversario non è più chiaramente identificabile, anche l’idea tradizionale di vittoria perde consistenza e il conflitto rischia di trasformarsi in una condizione permanente.

Sul lato destro del dipinto, un elmo vuoto introduce un altro passaggio della riflessione. Guadagnuolo lo interpreta come il segno della “fine dell’umanesimo bellico”. Non appartiene all’eroe caduto della tradizione monumentale, ma a un individuo diventato superfluo all’interno di sistemi di combattimento sempre più automatizzati. È, nelle parole dell’artista, “il fossile dell’umano” in uno scenario che tende verso il post-umano. L’assenza del corpo diventa così eloquente quanto la presenza delle armi.

Lo stesso significato assumono i riferimenti radiologici e nucleari disseminati nell’opera. Lo spettro atomico, che poteva sembrare consegnato alla memoria politica del Novecento, torna a occupare l’immaginario contemporaneo. Secondo Guadagnuolo, il nucleare ha però cambiato funzione: non necessita di essere materialmente impiegato per esercitare il proprio potere. La sua semplice evocazione è sufficiente a condizionare il discorso pubblico, mantenendo costantemente presente la possibilità della catastrofe.

Dietro questa iconografia bellica si trova tuttavia il vero centro concettuale dell’opera: la perdita del futuro. Il problema non coincide soltanto con la distruzione provocata dai conflitti, ma con una progressiva contrazione dell’orizzonte temporale. Il riferimento teorico è qui Zygmunt Bauman e la modernità liquida, una condizione nella quale strutture sociali, istituzioni e certezze si dissolvono prima di riuscire a consolidarsi. Anche il tempo finisce per perdere stabilità. La politica diventa reattiva, le istituzioni si concentrano sulla gestione dell’emergenza e il presente occupa quasi interamente lo spazio della progettazione.

Nel testo che accompagna il lavoro, anche il ritorno di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti viene indicato fra gli eventi macro-politici da osservare all’interno di questa trasformazione. Non perché tali avvenimenti imprimano necessariamente un’accelerazione alla storia, ma perché contribuiscono a una sua contrazione: il domani smette di essere percepito come territorio nel quale costruire progetti e possibilità e assume i caratteri di una zona incerta, capace di produrre paralisi più che speranza.

Guadagnuolo individua qui quella che definisce una “sindrome del presente eterno”. A suo giudizio, la minaccia più grave non è la distruzione fisica del pianeta, ma l’estinzione del desiderio di futuro. L’assenza di grandi narrazioni avrebbe confinato l’uomo in un presente nel quale l’obiettivo diventa sopravvivere al giorno successivo. Il futuro resta uno spazio vuoto perché l’immaginazione ha smesso di abitarlo. All’arte attribuisce perciò un compito preciso: rompere questa superficie e restituire visibilità a ciò che preferiremmo non vedere, anche quando farlo significa ferire lo sguardo.

È nello stesso quadro che entra il tema della pace. Il documento prende le mosse dai ripetuti appelli del magistero pontificio, osservando però quanto essi sembrino trovare scarso ascolto nella geopolitica contemporanea. Per Guadagnuolo la pace non può essere considerata soltanto una disposizione morale o un’aspirazione ideale: dovrebbe diventare una vera architettura da progettare. Nella riflessione che accompagna l’opera viene descritta come un’infrastruttura sistemica ancora mancante, che richiederebbe protocolli globali capaci di anticipare le crisi, reti di interdipendenza tali da rendere la guerra un autosabotaggio e sistemi economici non alimentati dalla volatilità geopolitica e dalla produzione della paura.

“La Pace è un’entità pura e non strumentalizzabile”, afferma Guadagnuolo. Non può essere trasformata in un’arma né piegata alle logiche del profitto, delle alleanze militari o del vantaggio strategico. Può soltanto essere custodita come condizione necessaria perché un futuro continui a esistere. È questo il punto nel quale la posizione dell’Ambasciatore di Pace e la ricerca del pittore finiscono per coincidere.

“Il mondo che dovremo aspettarci” non prefigura dunque necessariamente un pianeta ridotto a un ammasso di macerie. L’immagine suggerisce qualcosa di forse meno spettacolare e proprio per questo più insidioso: un mondo interrotto, iperconnesso e insieme vulnerabile, nel quale l’automazione dei sistemi di difesa e delle attività umane rischia di procedere parallelamente alla perdita della capacità di produrre senso oltre l’immediatezza.

Alla fine rimane l’uomo con la maschera antigas. Dopo droni, carri armati, esplosioni, algoritmi e minacce nucleari, quell’oggetto destinato a filtrare l’aria assume un significato che oltrepassa la sopravvivenza biologica. Diventa la necessità di conservare una riserva di ossigeno intellettuale dentro un presente che tende a occupare tutto il tempo disponibile. Per Guadagnuolo è proprio lì che si gioca la possibilità più difficile: tornare a immaginare, e quindi a respirare, il futuro.


A chiarimento delle problematiche relative al copyright delle immagini.
Le immagini eventualmente riprodotte in questa pagina sono protette da copyright (diritto d’autore), salvo diversa indicazione, e sono utilizzate da Experiences S.r.l. esclusivamente a fini di informazione e documentazione, per accompagnare contenuti editoriali inerenti. Non ne è consentita l’acquisizione, la riproduzione o qualsiasi altro utilizzo senza l’autorizzazione dei rispettivi aventi diritto. Experiences S.r.l. resta estranea a eventuali utilizzi impropri effettuati da terzi.

↑ MENU

Translate »