Dal primo stupore infantile davanti a un segno capace di generare un’immagine alle ultime sculture concepite come architetture: la mostra proposta dal MuBAq segue la lunga interrogazione di Tito sulla forma. Il progetto rientra nel programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.
Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Melasecca PressOffice <info@melaseccapressoffice.it> .
Una superficie bianca, poi un segno. È sufficiente questa presenza, forte o lieve, larga o sottile, perché per Tito accada qualcosa: il vuoto smette di essere tale e sul foglio compare un’immagine, una forma, forse l’inizio di un racconto. L’artista definiva questo passaggio un’«operazione epifanica», perché il segno rende manifesto ciò che prima non era visibile. È un pensiero espresso nel 2012 e che, a distanza di anni, offre una chiave particolarmente efficace per attraversare il suo lavoro.
A Ferdinando Amodei, in arte Tito, il MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila dedica TITO, 100 anni attraverso la forma, mostra ospitata fino al 12 settembre 2026 negli spazi di Palazzo Spaventa all’Aquila. È il secondo appuntamento di un progetto itinerante realizzato nel centenario della nascita dell’artista, nato nel 1926 a Colli a Volturno, in provincia di Isernia. Promossa con la collaborazione di TRAleVOLTE APS, l’iniziativa è inserita nel programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, sostenuta e promossa dal Comune dell’Aquila.
Il percorso era cominciato a giugno negli spazi romani dell’associazione TRAleVOLTE e, dopo la tappa aquilana, proseguirà alla 53ª edizione del Premio Sulmona | To THINK – l’arte lascia un Segno e successivamente in altre sedi ancora da annunciare. Le opere esposte provengono da collezioni private e documentano il carattere eclettico della ricerca di Tito, sviluppata in differenti ambiti disciplinari.
A dare profondità al progetto contribuisce la pubblicazione curata da Sandra Leone e Alessandra Scerrato, con prefazione di Anna Imponente e Lorenzo Canova, edita da Vanilla Edizioni. Il volume riunisce saggi e contributi dedicati all’artista da Giorgio Saviane, Sandra Orienti, Mirella Bentivoglio, Enrico Crispolti, Filiberto Menna, Costantino Dardi, Massimo Carboni, Simonetta Lux, Giuseppe Appella, Antonello Rubini, Roberto Gramiccia, Lorenzo Canova, Carlo Fabrizio Carli e Sandra Leone. La documentazione fotografica è di Stefano Fontebasso de Martino, che ha seguito il lavoro di Tito negli ultimi quarant’anni.
Proprio Sandra Leone, nel testo critico che accompagna il progetto, parte dalla parola greca epiphàino, mostrare, rendere manifesto. L’epifania è apparizione, manifestazione del divino attraverso una forma sensibile e, nella lettura della studiosa, diventa anche una possibile definizione dell’esperienza estetica dell’arte. La forma possiede infatti una doppia natura: è visibile in quanto limite, confine, materia e contenitore, ma nello stesso tempo è invisibile perché porta con sé contenuto e significato. Agisce dunque simultaneamente come immagine e come concetto.
In questo rapporto fra ciò che appare e ciò che rimane da interpretare si colloca una parte decisiva della ricerca di Tito. Leone osserva come l’artista abbia sempre evitato di imporre alle proprie forme una spiegazione verbale definitiva, proprio per non circoscriverne le possibilità interpretative entro la finitezza del linguaggio. La forma non illustra necessariamente qualcosa: si presenta davanti allo spettatore e gli pone una domanda di senso. È una tensione che affonda le radici molto indietro.

Tito ricordava la meraviglia provata da bambino davanti al tratto della penna e ai primi esercizi scolastici di ricalco della figura umana. Sandra Leone parla di una vera e propria «folgorazione» del segno, percepito quasi come un atto magico capace di fare apparire un’immagine. Da quella scoperta si sarebbero sviluppati, lungo l’intera vita dell’artista, due percorsi rappresentativi paralleli: il racconto e la forma assoluta.
Il primo trova spesso nella storia sacra il proprio tramite. Il racconto religioso permette di trasmettere la rivelazione divina e di attribuire un significato all’esperienza umana. La forma assoluta segue invece un’altra strada: si costituisce come presenza autonoma e chiede a chi guarda di confrontarsi direttamente con essa.
È questo processo, secondo Leone, a condurre Tito verso le opere scultoree dell’ultima stagione, costruite come vere «architetture»: geometrie solide e presenze nette poste in un rapporto definito «cosmico» con l’uomo. Anche gli ultimi disegni partecipano della medesima ricerca, assumendo un carattere tridimensionale e insieme etereo, nel quale la materia sembra scomporsi attraverso la luce.
La riflessione sulla forma attraversa una biografia artistica particolarmente articolata. Tito fu pittore, scultore e incisore. Membro della Comunità Passionista della Scala Santa, dal 1966 visse a Roma e nel complesso della Scala Santa fondò Sala 1 – Centro Internazionale d’arte sperimentale. Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, avviò nel 1964 la propria attività espositiva in Italia e all’estero.
Una parte considerevole della sua produzione entrò in importanti decorazioni monumentali attraverso affreschi, vetrate e mosaici destinati soprattutto a chiese e luoghi sacri. La Passione di Cristo ebbe un ruolo privilegiato nella sua ricerca, tanto pittorica quanto scultorea. Tra le realizzazioni ricordate nel progetto figurano la Via Crucis in bronzo nei Sassi di Matera, il fregio in terracotta lungo trenta metri del Collegio Massimo all’EUR di Roma e i 250 metri quadrati di mosaici realizzati nel Santuario di Santa Maria Goretti a Nettuno. A queste opere si aggiungono interventi di carattere civile, tra cui monumenti dedicati ai caduti.
Nel 1970 fondò Sala 1 in uno spazio adiacente alla Scala Santa, dando vita a un centro dedicato alla sperimentazione artistica. Già nel 1962 aveva pubblicato per le Edizioni De Luca di Roma un’antologica su La Passione del Signore nell’arte contemporanea, dalla quale venne tratto un documentario premiato alla Biennale di Venezia.
Fu inoltre Accademico Pontificio dei Virtuosi al Pantheon e consulente della CEI per l’edilizia per il culto. Pubblicò studi sulla Scala Santa e scrisse d’arte per riviste di informazione religiosa.
La diffusione del suo lavoro è documentata dalla presenza delle opere in raccolte private e pubbliche e in importanti istituzioni museali internazionali: dall’Albertina di Vienna all’Art Gallery e Museum Kelvingrove di Glasgow, dal Museo di Arte Moderna di Tel Aviv al Museo di Gand, nella raccolta di Jan Hoet.
In Italia figurano, tra gli altri, i Musei Vaticani, il Museo Stauròs di San Gabriele, il Museo Bargellini di Cento, il Museo Nazionale della Grafica di Roma, la Collezione della Farnesina del Ministero degli Affari Esteri, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e il MUSMA – Museo della Scultura di Matera. Tito morì a Roma il 31 gennaio 2018, a 91 anni; successivamente è stata costituita una Fondazione a suo nome per tutelarne e promuoverne il lavoro.
Il centenario consente oggi di rileggere questa lunga esperienza senza costringerla dentro un unico linguaggio. Il filo conduttore scelto dalla mostra aquilana è piuttosto quella forma che Tito continuò a interrogare dall’infanzia fino agli ultimi lavori. Come emerge dalle parole di Sandra Leone, può farsi racconto oppure liberarsi dalla necessità di raccontare; può diventare segno, materia, volume, architettura.
In ogni caso conserva la capacità originaria che aveva affascinato l’artista davanti al foglio bianco: rendere visibile qualcosa che, un istante prima, non c’era.
TITO, 100 anni attraverso la forma è visitabile a Palazzo Spaventa, in via Andrea Bafile all’Aquila, fino al 12 settembre 2026. La mostra è aperta dal venerdì alla domenica dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 17.30 alle 20.00, con ingresso libero.





