I Diari del Cigno Nero, Florencia Martinez cuce le ferite del presente

Un progetto nato da quasi un anno e mezzo di ricerca e costruito interamente attraverso il linguaggio della fiber art. Florencia Martinez registra le fratture del nostro tempo e le restituisce come tracce materiali, interrogando la progressiva assuefazione alle immagini della sofferenza e la possibilità di ricomporre ciò che appare lacerato.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Paola Martino Press <ufficiostampa@paolamartinopress.it>.

Guerre, migrazioni, distruzioni, violenze, sistemi di controllo: ciò che sembrava consegnato alle pagine della storia è tornato con prepotenza dentro la quotidianità. Florencia Martinez parte da questa constatazione per I Diari del Cigno Nero, la personale che Gilda Contemporary Art inaugura a Milano il 24 settembre e presenta fino al 24 novembre 2026.

Un progetto inedito, curato da Cristina Gilda Artese e maturato attraverso quasi un anno e mezzo di ricerca, nel quale l’artista sposta il proprio sguardo dalla dimensione prevalentemente autobiografica delle esperienze precedenti verso le fragilità collettive del presente.

Il riferimento del titolo è Il cigno nero di Nassim Nicholas Taleb e la sua idea dell’evento imprevedibile capace di modificare radicalmente il corso della storia. Martinez ne riprende il significato per condurlo altrove: se il cigno nero irrompe nell’ordine delle cose, i suoi “diari” diventano il luogo nel quale quell’irruzione può essere registrata, sedimentata e infine trasformata in memoria visiva.

Il punto di osservazione scelto non è strettamente politico. L’artista concentra piuttosto l’attenzione sull’essere umano contemporaneo, sottoposto quotidianamente a un flusso di immagini di guerre e violenze che rischia di produrre assuefazione. Il dolore collettivo entra negli schermi e nelle case con tale frequenza da rendere possibile una sorta di sospensione emotiva: l’impotenza, ripetuta giorno dopo giorno, può trasformarsi progressivamente in convivenza con l’orrore.

Da questa premessa nasce un percorso organizzato in tre nuclei tematici – Stratificazioni o Morfologia della memoria, Invisibilità e Conquiste – pensati come capitoli successivi di un medesimo racconto.

Il primo nucleo comprende Bulldozing, serie di opere tessili di grandi dimensioni costruite quasi esclusivamente attraverso materiali di recupero. Tessuti dismessi, frammenti e scarti perdono la funzione originaria per essere sovrapposti, cuciti, ricuciti e trasformati in superfici nelle quali la materia stessa assume il valore di una registrazione del tempo. Dominano le tonalità della terra, gli aranci bruciati e i bruni, all’interno di una rappresentazione di paesaggi sottoposti a una continua demolizione e ricostruzione.

La distruzione evocata da Martinez non riguarda però soltanto lo spazio fisico. Coinvolge le identità, le relazioni sociali e la memoria collettiva. Ogni lavoro diventa così una sorta di diario materico, capace di trattenere ciò che il susseguirsi degli avvenimenti e la velocità della cronaca tendono rapidamente a cancellare.

Nel secondo ambiente il confronto con la contemporaneità diventa ancora più esplicito. L’installazione prende origine da una frase pronunciata durante un dibattito televisivo nel contesto del conflitto israelo-palestinese e rapidamente diventata virale: «Mi definisca bambino». Martinez assume quella domanda, formulata nel tentativo di mettere in discussione l’innocenza delle vittime nei conflitti armati, come emblema di uno smarrimento etico.

Figure infantili costrette entro strutture nodali, ciotole che rimandano alla fame, corvi realizzati in ceramica e riferimenti ai dispositivi di controllo e alle dinamiche del potere compongono un’installazione immersiva. La vulnerabilità è posta al centro della scena senza ricorrere a una rappresentazione retorica, mentre lo spettatore viene condotto dentro la complessità di una tragedia che l’artista riconduce a una dimensione umana universale.

Con Palazzi di cristallo il registro visivo cambia. Le opere appaiono inizialmente più luminose e decorative, ma l’impressione si incrina avvicinandosi. Dietro la leggerezza della superficie emergono storie di migrazione e sradicamento, famiglie in movimento e destini sospesi. L’apparenza diventa in questo caso un dispositivo percettivo: occorre superarla per raggiungere la trama simbolica custodita dall’immagine.

L’intero progetto è realizzato attraverso la fiber art, linguaggio che rappresenta una delle direzioni centrali dell’attuale ricerca di Martinez. Il ricorso quasi esclusivo a materiali recuperati non risponde soltanto a una scelta tecnica. Frammenti, scarti e tessuti sottratti all’abbandono diventano archivi di memoria.

Le stratificazioni, le cuciture e soprattutto le ricuciture trasformano il tessuto in metafora delle ferite del presente, ma suggeriscono contemporaneamente la possibilità di ricomporre ciò che è stato lacerato.

È un approdo coerente con una pratica artistica che ha sempre attraversato media differenti. Nata in Argentina e attiva in Italia, Florencia Martinez lavora infatti dalla fiber art all’installazione, dalla fotografia al disegno, scegliendo di volta in volta strumenti e materiali in funzione del progetto.

Memoria, identità, relazioni umane e trasformazioni sociali costituiscono i principali territori della sua ricerca, caratterizzata da una forte componente materica e concettuale e dalla continua relazione tra esperienza individuale e dimensione collettiva. Dal 2014 insegna Fotografia all’ACME – Accademia di Belle Arti Europea dei Media di Milano.

La sua attività espositiva comprende, tra le esperienze indicate nel comunicato, la partecipazione nel 2011 alla 54ª Biennale di Venezia, Padiglione Italia; Arte Italiana a Palazzo Reale di Milano nel 2008 e Ritratto Italiano alla Pinacoteca di Cento nel 2010, entrambe curate da Vittorio Sgarbi; Ricucire il mondo alla Triennale Milano e Ari del Sud al Museo Macro di Roma nel 2018; EACHWAY a Shenzhen nel 2019.

Seguono TUNDRA alla Gilda Contemporary Art nel 2021, Nuovi sguardi di bellezza. Geografie del corpo e dell’anima alle Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Marliani Cicogna di Busto Arsizio nel 2023, la bipersonale MONDO alla Gilda Contemporary Art e la II Biennale Internazionale di Fiber Art Contemporanea a Valtopina nel 2024, fino a CHROMA a Pitti Filati, Firenze, nel 2025.

I Diari del Cigno Nero segna dunque anche il ritorno dell’artista negli spazi della galleria milanese dopo TUNDRA. Secondo Cristina Gilda Artese, direttrice di Gilda Contemporary Art e curatrice dell’esposizione, il nuovo progetto rappresenta un passaggio di maturità: alla precedente componente autobiografica e intimistica si affianca uno sguardo rivolto all’essere umano nella sua dimensione collettiva, affrontando questioni complesse senza ridurle alla cronaca o alla semplificazione ideologica.

La scelta dei materiali stabilisce inoltre un rapporto diretto con l’attenzione alla sostenibilità perseguita dalla galleria. Gilda Contemporary Art dichiara infatti di compensare fin dalla propria fondazione le emissioni di CO₂ attraverso Phoresta ETS, facendo della responsabilità ambientale una componente della propria attività culturale e curatoriale.

Il progetto non si concluderà con le opere presentate all’inaugurazione. In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo di Arsprima Edizioni comprendente anche altri lavori sviluppati da Martinez negli ultimi mesi. Nella fase finale dell’esposizione entrerà inoltre nel percorso un nucleo di fotografie realizzate con tecnologia a infrarossi.

Saranno la prosecuzione del racconto costruito nelle sale, ma introdurranno un cambio di prospettiva: dopo le lacerazioni, la perdita e lo spaesamento, uno spiraglio rivolto alla possibilità della speranza e all’immaginazione di un futuro diverso.

I Diari del Cigno Nero sarà visitabile dal 24 settembre al 24 novembre 2026 presso Gilda Contemporary Art, in via San Maurilio 14 a Milano. La galleria è aperta dal mercoledì al sabato, dalle 10.30 alle 19.30, oppure su appuntamento.


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