Marta Volontè, nei sogni dell’Ipnagogo il vuoto diventa uno spazio da abitare

Dopo oltre sette anni dedicati all’architettura e alla stratificazione urbana, Marta Volontè cambia radicalmente il proprio paesaggio. Nei nuovi dipinti il pieno lascia posto al vuoto e l’orizzonte quasi scompare: è il territorio dell’Ipnagogo, figura immaginaria che abita il confine fra veglia e sogno.


Articolo a cura della Redazione Experiences, elaborato sulla base del comunicato stampa ricevuto da Da Paola Martino <paolamartino@paolamartinopress.it>

Un deserto percorso da una luce intensa. Al centro, un tempio. Dentro il tempio, una calla bianca ancora bagnata di rugiada. È da questa visione, emersa durante una meditazione guidata, che Marta Volontè ha cominciato a costruire un paesaggio pittorico molto diverso da quello frequentato negli anni precedenti. Un’immagine essenziale che diventa il nucleo generatore di I sogni dell’Ipnagogo, la nuova personale dell’artista milanese, in programma dal 16 al 30 settembre 2026 negli spazi de Gli eroici furori arte contemporanea, in via Melzo 30 a Milano. La mostra, curata da Silvia Agliotti e Paola Martino, inaugura mercoledì 16 settembre alle 18.00.

Per oltre sette anni Volontè aveva lavorato sulla città e sull’architettura intese anche come metafore dell’esperienza umana. Edifici, geometrie e stratificazioni costruivano superfici dense, spesso sostenute da una tavolozza scura e introspettiva. La materia si accumulava attraverso aggiunte, cancellazioni e sovrapposizioni, conservando nel dipinto le tracce del processo che lo aveva generato. La nuova serie nasce invece da una decisione opposta: sottrarre.

L’architettura non scompare del tutto, ma cambia funzione. Non è più città né spazio abitato e si concentra nella forma elementare del tempio. Intorno, le vaste campiture monocrome riducono quasi a nulla la distinzione tra cielo e terra; la linea dell’orizzonte si assottiglia, i riferimenti spaziali si fanno minimi. Dove prima dominava la saturazione, ora interviene il silenzio del vuoto. Volontè descrive questa trasformazione come una necessità, arrivando a parlare del bisogno di “lasciare morire” una parte del proprio linguaggio per poterne costruire un altro. “In questa fase di transizione della mia vita”, spiega l’artista nel comunicato, “trovo nel vuoto una immensa energia in potenza, a cui cerco di dare forma tela dopo tela”.

Il vuoto, dunque, non coincide con l’assenza. È piuttosto una condizione iniziale, un campo ancora disponibile nel quale l’immagine può manifestarsi. I deserti dipinti da Volontè sono i paesaggi che vengono dopo una trasformazione, quando qualcosa ha cessato di esistere e ciò che dovrà sostituirlo non ha ancora assunto una forma definitiva.

È qui che acquista significato la visione originaria del deserto, del tempio e della calla. All’aridità del paesaggio si oppone la presenza fragile del fiore; alla luce assoluta del deserto, la rugiada che ne conserva la freschezza. Il tempio diventa una soglia e la calla ciò che riesce a sopravvivere e rigenerarsi anche in una condizione estrema. Nella lettura proposta da Silvia Agliotti, direttrice de Gli eroici furori e co-curatrice della mostra, il fiore custodito nel tempio assume infatti il valore di una Natura capace di continuare a fiorire nonostante l’aridità, immagine di speranza, resistenza e rigenerazione.

Il titolo introduce invece un personaggio che non appartiene a una mitologia preesistente. L’Ipnagogo è una figura immaginata dall’artista a partire dall’ipnagogia, lo stato di transizione che precede il sonno, quando la coscienza comincia a produrre immagini e intuizioni sottratte alla normale logica della veglia. Salvador Dalí aveva utilizzato questa condizione come strumento creativo; Volontè ne riprende la suggestione per inventare un custode della soglia, qualcuno capace di accompagnare gli altri nel territorio del sogno.

Da qui nasce la domanda intorno alla quale si organizza l’intero progetto: se l’Ipnagogo accompagna gli altri nei sogni, che cosa sogna lui?

Nel testo critico che accompagna la mostra, Paola Martino sviluppa questa domanda precisandone il significato. L’Ipnagogo sogna spazi deserti e infiniti proprio perché siano disponibili alla creazione di immagini, personaggi e storie. Il deserto non si oppone dunque alla successiva proliferazione dell’immaginazione: ne costituisce il momento precedente. Sulla tela vediamo lo spazio ancora da riempire, una sorta di officina della visione nella quale ogni immagine può cominciare a prendere forma.

Anche i templi disseminati nei dipinti acquistano, nella lettura di Martino, una funzione precisa. Isolati dentro paesaggi che sembrano avere cancellato il tempo e la misura umana, non sono monumenti e neppure edifici religiosi nel significato tradizionale. Sono luoghi della coscienza, presenze che indicano una soglia. Non è possibile stabilire con certezza se vi si stia entrando oppure uscendone: ogni tempio può essere contemporaneamente accesso e congedo, inizio e conclusione.

In alcune opere questa ambiguità si concentra nella figura del portale, limite fra sogno e realtà. Il testo critico di Paola Martino entra anche nel dettaglio di due dipinti. In Sogno 8, dove compaiono due portali, l’osservatore può decidere da quale lato collocarsi. In Sogno 15, invece, il portale appare in secondo piano rispetto al tempio: la prospettiva diventa quella dell’Ipnagogo, dunque interna al sogno, mentre la realtà rimane oltre l’orizzonte. Il confine, tuttavia, non separa definitivamente i due mondi.

Li mette in comunicazione, come accade quando una voce esterna interrompe un sogno e richiama improvvisamente alla veglia. Il nuovo ciclo non cancella completamente ciò che lo ha preceduto. In alcune tele riaffiorano velature, stratificazioni e frammenti appartenenti a lavori precedenti. Restano sotto la superficie o vengono deliberatamente lasciati visibili. La trasformazione, in questo modo, non procede attraverso la rimozione della memoria, ma attraverso la sua incorporazione nel nuovo linguaggio.

Come osserva Martino nel suo testo, ciò che rende significativa la serie è proprio la capacità di trasferire una vicenda personale su un piano più ampio: quei deserti possono essere letti come paesaggi interiori, spazi di sospensione che seguono una perdita, una crisi o un cambiamento, quando il passato non è più praticabile e il futuro non possiede ancora contorni definiti.

È su questa condizione di passaggio che convergono le due letture critiche predisposte per l’esposizione. Paola Martino concentra l’attenzione sulla trasformazione, sulla soglia e sulla dimensione ipnagogica della ricerca; Silvia Agliotti mette maggiormente in evidenza il valore simbolico della Natura come principio di rinascita e speranza. Ne emerge una pittura nella quale il deserto non equivale alla sterilità, il tempio non è semplicemente un rifugio e il portale non stabilisce una separazione definitiva. Sono piuttosto dispositivi di passaggio, figure di una condizione ancora aperta.

Nata a Milano nel 1997, Marta Volontè si è laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Milano con una tesi sull’immaterialismo e ha sviluppato la propria ricerca privilegiando l’olio su tela. Ha esposto a Milano con personali alla Lambretto Factory nel 2019 e nel 2021 e alla GAD – Galleria d’Arte Domestica nel 2022. Tra il 2019 e il 2023 ha partecipato a tre aste benefiche curate da Christie’s a Palazzo Clerici; nel 2023 ha realizzato una bipersonale con Giordano Floreancig alla Sonne Gallery di St. Moritz. Nel 2025 la personale Urbe Angusta, presentata da MADE in Milano, ha concluso il primo ciclo della sua ricerca.

Dallo stesso anno Volontè lavora a I sogni dell’Ipnagogo, concentrandosi sull’indagine dello spazio, del vuoto e della possibilità. Vive e lavora a Milano.

La nuova serie si colloca così nel punto esatto in cui una ricerca termina senza scomparire e un’altra comincia senza essere ancora del tutto definita. Nei deserti quasi monocromi, nei templi isolati e nei portali resta aperta quella condizione intermedia che dà il titolo alla mostra. La pittura non prova a risolverla: conserva lo spazio necessario perché qualcosa possa ancora accadere. Come la calla della visione originaria, rimasta fresca e bagnata di rugiada nel cuore del deserto.

I sogni dell’Ipnagogo sarà visitabile dal 16 al 30 settembre 2026 presso Gli eroici furori arte contemporanea, via Melzo 30, Milano. Apertura dal martedì al sabato dalle 15.30 alle 19.00; domenica e lunedì chiuso. Inaugurazione mercoledì 16 settembre alle ore 18.00.


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